La feria

di Mario Bocchio

Il torero o matador è un’altra razza spagnola, fatta di follia, controllo, grazia, armonia, onore, tra il ginnasta greco, il ballerino andaluso, il guerriero, fornito di quel coraggio calcolato o disperato del gladiatore romano.

La feria (festa) è il momento di trasfigurazione e d’ebbrezza spirituale, proprio dell’autodafé, in una liturgia laica coinvolgente.

La plaza è il vero ombelico di ogni città spagnola.

Il toro non è il nemico, è piuttosto l’altro, l’antagonista, l’alter ego; il suo dialogare con l’uomo simboleggia il duello tra la vita e la morte, tra l’amore e la morte: lampante nell’ultimo atto (tercio), quando il matador, accompagnato dai pasos doblez dell’orchestra taurina, affronta in solitudine l’animale (ormai consapevole del proprio destino) e l’invita a passaggi sempre più ravvicinati e più rischiosi, veri e propri passi di danza, nei quali il carnefice e la vittima, l’amore e la morte sono inseparabili.

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