La magia del toreo

di Mario Bocchio

Ci dev’essere qualcosa di inafferrabile e magico, nel toreare.

Prendi il più grande torero di sempre o il più scalcinato dei ragazzini da capea, un gladiatore abituato agli encaste più spigolosi o l’aficionado practico di una qualsiasi provincia: e tutti ti racconteranno di una indescrivibile vertigine, di un brivido elettrico e ingovernabile, di un piacere puro e assoluto.

Le sue parole trasudano meraviglia, emozione, rapimento.

Esperienza onirica quella di farsi girare attorno un toro, comandarne le cariche, farci l’amore con la muleta, e tutti ne parlano come di un incantesimo che li rapisce, li trasporta in una dimensione in cui nulla esiste più, le corna e il pubblico, i colori e i suoni, in cui la fisica obbedisce a leggi nuove, in cui il corpo non ha più peso, la mente non ha più schemi, il cuore non ha più fatiche, solo sentimento.

Quando il toro ti seduce, ti sfiora, ti vuole e tu lo corteggi, lo inviti, lo fai ballare, lo prendi.

Apnea, sogno, ascesi, oblio, eccitazione, isolamento, orgasmo.

Toreare, dicono loro, è tutto questo, quelle volte in cui l’accoppiamento è completo, in cui il polso disegna traiettorie ed arabeschi, quando la capa è leggera e la muleta una piuma, quando le cose si fanno da sole, i passi escono da sé, il corpo vibra di energia sua, anticipa i pensieri, e la battaglia diventa poesia e sentimento.

La magia del toreo, l’assurda e inarrivabile magia del toreo.

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