L’etica dell’essere

di Mario Bocchio

Dopo una grande faena o al termine di un pomeriggio trionfale, il torero è acclamato, riceve i trofei, il pubblico si alza per applaudire il suo giro d’onore e gli getta fiori, regali o scialli.
Capita che sia portato in trionfo ed esca così per il portone dell’arena, onore raro.

Ma al di sopra di tutte queste manifestazioni di gioia, di queste acclamazioni e ricompense, c’è un grido, uno solo, il più alto nella gerarchia dei trionfi, come un clamore scandito dalla folla nelle sere più grandi.

Questo grido è semplicemente torero! torero!

La più grande gloria per un torero, cioè per qualcuno che torea tori, è di essere chiamato torero.

Il meglio che possa fare un torero, è semplicemente di essere torero.

Torero! Torero!

Il nome comune di tutti quelli che toreano i tori, bene o male, è allo stesso tempo l’aggettivo che qualifica l’eccellenza suprema nel ben compiere la funzione: essere torero.

Questo fatto contiene tre determinazioni essenziali, significative dell’etica torera.

Torero! Torero! implica che l’eccellenza consista non tanto nel fare o nell’aver fatto qualcosa, ma nell’essere qualcuno: l’etica torera è un’etica dell’essere, quando invece la morale universalista è un’etica del fare.

Torero! Torero! significa che, tra tutti quelli che sono toreri, cioè che toreano i tori, solo qualcuno, assai raramente, riesce eccezionalmente a essere, a essere veramente, a essere del tutto…torero.

E’ per questo che essere un torero è comune, essere torero rarissimo: l’etica torera è una morale di un individuo eccezionale e non una morale universale.
Ma il fatto che questo ideale di torero porti il nome stesso della professione di torero è significativo di un terzo aspetto dell’etica torera: l’eccellenza suprema per un torero consiste in nient’altro che ciò che egil ha come obiettivo da perseguire, essere torero, qualsiasi cosa succeda.

E questo ancora si oppone alla morale universale, che non fa differenza tra gli uomini secondo le loro funzioni e che subordina il compimento delle funzioni a dei doveri universali.

Perché l’etica torera è indubbiamente un’etica dell’essere.
In effetti, per aver diritto al torero! torero!, più che far bene bisogna essere bene.
Certo, per essere un buon torero bisogna toreare il meglio possibile, in conformità ai canoni.
Ma essere un buon torero è una cosa, essere torero è un’altra.
L’una è un mestiere, l’altra un valore.
L’una attiene alla tecnica; l’altra, all’etica.
Essere un buon torero è dunque condizione utile ma per niente necessaria e assolutamente insufficiente per essere torero.

Essere torero, è questo: essere distaccato.
E’ volersi tanto più distanti da quello che capita, per mettersi più alla portata delle corna che arivano.

Per questo c’è una parola: tenere, aguantar in spagnolo.
Tenere, qualsiasi cosa capiti, costi quel che costi.
Il torero si trattiene perché deve tenere.
Non scomporsi, non cedere terreno all’avversario, di fronte alla paura, di fronte alla morte.
Ma soprattutto farlo con distacco, il più vicino al toro, il più lontano da sé.

- liberamente tradotto da Philosophie de la corrida, Francis Wolff, ed. Fayard, 2007 -

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