Nel teatro dei matador

di Mario Bocchio

Parafrasando il grande antropologo francese Michel Leiris, la corrida, miscuglio di folklore e paccottiglie che affonda le sue radici nel passato gitano, è uno specchio. E allo stesso tempo è uno spazio ristretto, il ruedo, un avvenimento e una circostanza nella quale per un tempo breve e per una concomitanza di presenze — la bestia, il matador e il pubblico attorno a loro riunito — prende vita una rappresentazione terribilmente carnale, fatta di gesti ritualizzati, d’immedesimazione e di crudeltà ostentata. Il toro entra nell’arena e se è bravo corre lungo la barrera in «un’esplosione di rabbia e stupore».

Uomo e animale così s’incontrano e da quel momento il primo può iniziare l’ingaggio con il secondo che anni di selezione delle ganaderias hanno reso un fascio di nervi e potenza pronto a esplodere in una catarsi collettiva. L’uomo si posiziona tra il bersaglio e la sua morte, sa che può morire ma sa anche che la bestia che lo sta puntando deve morire. Non c’è possibilità di fuga tra queste due ontologie. Mors tua vita mea. Che senso hanno oggi questi spettacoli? Chi è lo spettatore della corrida contemporanea?

L’antropologo Matteo Meschiari ha raccolto in Uccidere spazi. Microanalisi della corrida (Quodlibet, pp. 80, euro 12) dieci anni di ricerca sul campo — quello tradizionale delle arene francesi, ma anche quello sui generis della rete (facebook, blog e siti dedicati alla tauromachia) affrescando un panorama sfaccettato e per nulla scontato. A discapito di un argomento in cui facile è cadere nella semplicistica diatriba di chi parteggia per il toro (la modernità che avanza) e chi per il matador (la tradizione che resiste), la corrida di Meschiari è una pièce teatrale dove non si cerca una verità (quello aspetta semmai al lettore resosi cartografo) ma di riportare un’intensità, innegabile data dalla forte partecipazione performativa di una comunità all’evento.

L’interesse primario dell’antropologo diviene così l’occhio dello spettatore che, nella performance ardita che è la tauromachia, permette un’immedesimazione (embodiment) del pubblico nella pelle del toro e del torero, catalizzatori degli sguardi dell’arena che durante le due ore di spettacolo, diventano corpi da abitare e dove esperire coreografie, flussi di sangue e di umori, attese e dolore, poiché scrive Meschiari «la corrida è collaborativa nel senso che assistere fisicamente alla corrida significa fare la corrida».

Si innesta così «un’ontologia circolare» che fonda per altro tutta la cultura taurina dove all’animale che esce dal toril, il varco che dalle stalle — il mondo ctonio — lo conduce nel ruedo — il mondo della sua identificazione come soggetto sociale — è riconosciuta un’anima e il potere di sondare i limiti antropologici dell’umano. Nel combattimento i confini del pubblico/torero si sfumano con quelli dell’animale in una sorta di continuum naturalculturale dove il toro è esortato all’attacco con l’appellativo di hombre! non secondo banali proiezioni antropomorfe ma mediante una riflessione e uno slittamento ontologico e non solo prospettico: ti assimilo a me.

L’equilibrio di questa relazione instabile e teriomorfa si conclude quando il toro sbeffeggiato, ingannato, colpito più volte dalle banderillas dei picardor e dalla sciabola del torero, riceve stremato il colpo di grazia, una pugnalata nel bulbo rachidiano che liberandolo dalla sofferenza, permette il coito dell’arena. Nell’animale ucciso in modo codificato e cruento per Meschiari «vengono a galla alcuni tra i non detti più scottanti della contemporaneità» dove, tra infantilizzazione degli animali da compagnia e rimozione dalla coscienza collettiva di quelli sottomessi alle nostre priorità non c’è più spazio per «essere animale».

La corrida diviene allora la mise-en-scène di un paradosso dove convivono, non senza difficoltà, discorsi antitaurini e aficionados, e dove la spettacolarizzazione della morte dell’animale permette all’uomo di porsi dinanzi alle sue infinite contraddizioni.

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