Appunti dalla Slovenia, il Paese timido

Alla ricerca dei primi Balcani.

di Enrico Pascatti

(Rudolf Abraham)

La Slovenia si annuncia al termine della salita.
Mentre ci si avvicina al posto di blocco, qualche centinaio di metri dopo la gostilna della signora Anna a Basovizza, pensare di fermarsi è quasi un riflesso. Ma la casupola sulla linea della frontiera ha perso in dignità. Dal 2004, anno in cui il Paese è entrato nell’Unione Europea, la vera autorità sta dal benzinaio poco oltre, a cui ogni macchina si ferma per un pieno a buon mercato. L’autobus su cui viaggio, diretto a Zagabria, muove rapido sulle creste del Carso. L’autista si permette di indugiare più tempo sulla frizione, ai cambi di marcia, e a volte frena.
Fisso e disprezzo il finestrino. Nonostante scorra del verde ultrasaturo di una flora quasi alpina, non è lui a conoscere pendenze, salite e discese: quello che vede è un panorama sempre dritto, questo suo restare in asse mi irrita. Povero idiota. È alle ruote motrici che va chiesta la verità, e al loro umore che varia a seconda che la salita le allontani dal mare o la discesa prometta di ricondurcele. Ora so quello che mi direbbero:

“Intorno è tutto di montagne e pini e abeti ma in questa strada, che si srotola e si mette da parte, ci si sente nella discesa che trova un pezzetto di ghiaccio lungo la schiena dell’amante in una notte insonne. Tu credi di essere ancora a casa, e invece i Balcani sono al prossimo tornante. Al di là della frontiera”.

Infatti, i Balcani: dove stanno?

Il punto di vista di Slavoj.

Un po’ più in là, prova a chiedere ai Croati. Non siamo balcanici, noialtri. Noi siamo mitteleuropei più di tutti. Tanto che la notte sogniamo la vecchiaia di Francesco Ferdinando; saremmo stati la gioia dell’Imperatore, che ha pensato di scremarci da tutti questi barbari di coltello e cirrosi che ci stanno attorno. I nostri pollai sono sempre puliti, a Lubiana non esiste criminalità, abbiamo persino trovato il modo di aumentare il potere fertilizzante delle deiezioni delle nostre vacche e di farle anche profumare di Sachertorte.

Chi viaggi da Trieste verso i Balcani ha, in effetti, poco meno di un’ora di autobus per ammirare l’altare agreste della Slovenia, che pare accontentarsi dei porti turistici di Capodistria, Isola, Pirano e Portorose per i propri affari. Poi si scosta, lasciando il litorale orientale dell’Adriatico alla Croazia.

L’origine di questo distacco è ben nota: la Slovenia fu investita da quella cultura pan-tedesca, che domina ancora l’assetto identitario mitteleuropeo, già dal XIII secolo. Dopo la morte del maresciallo Tito fu, tra il 1991 e il 1992, la prima delle ex repubbliche jugoslave ad ottenere l’indipendenza da Belgrado, all’epoca febbricitante capitale della federazione. La guerra che, naturalmente, seguì alla dichiarazione di indipendenza del giugno 1991 si risolse in dieci giorni e in pochissime vittime. Ma oltre a una brillante opera di pianificazione strategica e militare, apprezzabile solo a posteriori e solo in base ai risultati, Lubiana poté contare su un fattore che in questi casi si definisce cruciale: ovvero la quasi assenza di serbi sul suo territorio. Le truppe federali, i cui quadri erano in larga parte serbi e montenegrini, andavano già concentrandosi in Vojvodina e Krajina, la cui composizione religiosa comprendeva una consistente percentuale di serbo-ortodossi. La guerra di indipendenza croata si spinse fino al 1995.

E questi Sloveni sono, più in compressione che in tensione, assediati nella solitudine: forse gelosi di Austriaci e Ungheresi, titolari unici dell’eredità di quel grande impero degli Asburgo; probabilmente incompresi da noi Italiani del nord-est, dimentichi del lungo passato comune; certamente derisi dai Croati, il genere di vicini del piano di sotto che tiene il volume del televisore un po’ troppo alto e ti percula quando tua moglie scappa di casa e il gatto muore.

In viaggio verso Zagabria, 20 luglio 2016

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