Battute iniziali
Un racconto affettivamente acerbo

Ogni volta che sul tavolo viene appoggiata una tazza calda poi resta un cerchio di legno più chiaro per qualche ora. Il ragazzo alza il suo tè bollente e se lo regge dritto con le cosce. Fissa quel cerchio e crede che sia un errore importante, uno di quelli che fanno andare ai matti le persone e alla fine rovinano le relazioni. Di solito nei film è il tappo del dentifricio che non viene mai rimesso al suo posto, o la tavoletta del water sempre alzata, o cose del genere, ma in quel momento pensa che i cerchi di legno chiaro sul tavolo del salone sono orribili e che comunque non è importante la gravità dell’errore quanto la sua continua ripetizione. E lui si dimentica sempre le tazze calde su quel tavolo. La ragazza è distesa sul divano con le ginocchia un po’ alzate per tenere fermo il computer su cui sta lavorando, ogni tanto lo guarda ma non sorride e poi si rimette al lavoro, lo guarda e basta come per controllare che sta facendo e probabilmente si immagina che sul tavolo ci sia il cerchio, ma non dice niente. Lui dovrebbe studiare, ma non è che stia poi davvero pensando agli esami e tutto quanto perché non gli sembra più roba importante, anzi il fatto è proprio che non può studiare per il momento. Ha la schiena piegata in avanti, con i gomiti sulle ginocchia e le mani sulle scapole, come uno che studia ma anche come uno preoccupato per qualcosa. Se la ragazza lo vedesse, forse gli chiederebbe tutto ok? e così lui potrebbe vuotare il sacco, ma con una leggerezza che consentirebbe a lui di capire senza sembrare debole e a lei di parlare con assoluta sincerità. Non vuole sembrare debole perché non è debole, e poi perché sa che se le buttasse tutto addosso, se le dicesse come la pensa davvero riceverebbe solo pacate rassicurazioni forse neanche troppo convinte e poi farebbero sesso velocemente, sul letto. Missionaria e una sega e in dieci o venti minuti sarebbero di nuovo uno a studiare e l’altra a lavorare nelle stesse identiche posizioni di prima. La ragazza lo guarda prima di alzarsi, va in cucina e si sente un’anta aprirsi, sgranocchia qualcosa e torna in salone. È ormai quasi sera, la luce fortissima dell’abat-jour che illumina i suoi fogli brucia la vista, e nel salone in penombra è difficile capire la posizione della testa della ragazza. Lo sta guardando? Forse è girata dall’altra parte e pensa al lavoro e basta. A lui piace tantissimo il suo modo di muovere le mani che è leggero e un po’ goffo anche, e quando è concentrata su qualcosa si ripassa il labbro inferiore sotto gli incisivi. Sono le prime cose che ha notato, e all’inizio era stato colpito anche da come vestiva. Era evidente che ci fosse qualcosa di più — lo si capiva da tante piccole cose — in quella ragazza che non i corsetti di pelle nera e le bandane portate alla pin-up. C’era in lei una distanza di cui nessun altro sembrava accorgersi, come quando all’inizio di un film si intuisce quasi tutta la trama e alla fine si è soddisfatti di aver avuto ragione anche se non si è detto nulla agli altri.
Fuori dalla finestra si vedono i palazzi vicini. In una stanza del motel un uomo parla al telefono, probabilmente prima di uscire, dagli auricolari. Sembra un agente di borsa, ma nella camera non c’è nessun altro perché forse si è sbrigato a fare le sue cose senza raccontarsela troppo e ora è solo e sta chiamando qualcuno.
Non parlano molto, ma in realtà tra loro la comunicazione è sempre stata un gioco strano. All’inizio, quando lei stava ancora con il suo ragazzo, aveva intuito di poterle parlare in un codice che all’epoca sembrava tutto loro, come se fossero gli unici a potersi comprendere, e questa cosa li aveva completamente risucchiati. Il fatto è che gli era possibile parlare per sottintesi perché lei sapeva leggere tra le righe delle frasi, e lui riusciva a fare lo stesso con lei. Ma ora le cose sono cambiate, vero? Lei ha aumentato l’abilità di gioco, e lui è rimasto dov’era. Lei sa che non le serve dire abbracciami per ricevere un abbraccio. E lui sa di non poterglielo negare. Ogni tanto un coinquilino si affaccia brevemente alla porta del salone, ma quando se ne va scompaiono anche i suoi rumori ed è come essere in casa da soli.
Trattare con lei è diventato una partita a scacchi, e se qualcuno tirasse l’orecchio potrebbe anche sentire quando uno dei due muove un alfiere e batte il palmo sulla sua metà di cronometro. Lui si rimette nella stessa posizione di prima, gomiti ginocchia e scapole, solo che ora si massaggia nervosamente il collo (tic). Lei lo guarda continuando a far finta di niente, lo guarda come se stesse risolvendo un problema e i suoi occhi fossero solo in traiettoria (tic). Lui leva lo sguardo, incrocia le dita delle mani e per qualche minuto fa finta di studiare (tic). Lei non fa nulla (tic).
Il ragazzo sa benissimo che basterebbe che dicesse qualcosa e forse inizierebbero a discutere e potrebbe far andare il discorso dove vuole lui, ma ormai è passato molto tempo e lei deve sicuramente essersi accorta che ha qualcosa di storto, ma non ha voglia di risolvere la cosa proprio adesso. Quella mossa degli scacchi che si chiama arrocco non l’ha mai imparata — si tratta di spostare il re verso la torre di due caselle e mettere la torre nella casella vicina al re, dall’altra parte — ma intuisce che gli sarebbe tornata utile, nascondere le parti molli esponendo i pezzi più offensivi. È comunque una mossa per le battute iniziali e a quel punto sente che le sue torri sono già state mangiate, però forse si può alzare dal tavolo e provare a far finta che non ci fosse nessuna partita in corso. Allora racconta qualcosa di divertente e lei ride, ma non nel modo in cui ride quando qualcosa la diverte davvero, ride come quando il telegiornale racconta che uno sbirro in tenuta antisommossa ha malmenato un quindicenne indifeso. Tra poco mangeranno qualcosa, sul tavolo il cerchio della tazza non si vede quasi più.

