Sotto la corazza

Ketziah Scanu
Feb 23, 2017 · 7 min read

Sei una roccia! Ma chi ti ammazza a te! Sono momenti difficili, ma per una come te sarà facile venirne fuori e poi vedrai, riderai di questi momenti! Come se fossi l’unica ad esserci passata! Sai a quanti, e non fanno quel muso? Anzi, vanno in giro col sorriso! Devi accontentarti, solo così potrai essere felice! Non è che punti troppo in alto? Devi cambiare. Basta, devi cambiare, non si può continuare così. Sei cambiata, perché? Devi piacerti così come sei! Sei grassa. Mal di stomaco? Ma che ansia, saranno tutte le porcherie che mangi. Insonnia? Prenditi una pillola per dormire. Ma dormi sempre? Prendi qualcosa per stare sveglia. Ma ti mangi le unghie?! Alla tua età?! Che significa “soffro di vertigini”? Ma sei mai andata in alto? Secondo me è un’idea che ti sei messa in testa tu. Secchiona. I ricci andavano di moda negli anni 70, stirati i capelli. I capelli lisci? Ma vuoi rovinare i tuoi ricci? Magari li avessi così io! Coi capelli castani sembri una scolaretta. Coi capelli rossi sembri una zingara. Coi capelli nei sembri una strega. Capelli blu?! Il parrucchiere è dovuto andarlo a cercare quel colore! Sii più umile. Tira fuori quel carattere! Devi stare zitta, questo è il tuo ruolo. Ma quante cose fai! Se vieni qui per non far niente dillo, eh. Stronza. Ma cosa fai, piangi per dei bambini che cantano? Che palle i documentari, ci credo che non sorridi mai. Ma cosa te ne frega della fauna del Mekong?! Non sarebbe meglio che tu andassi in palestra? Sei bellissima così. Ascolti rock e hai paura di andare ai concerti per le folle? Ma allora non ti piace davvero. Con la gonna lunga sembri mia nonna. Sei troppo diretta. Dovresti parlare di più. Ora non ho tempo, ma ne riparliamo. Dovresti dire se hai bisogno di qualcosa, non puoi pensare di cavartela sempre da sola. Potevi dirlo prima! Se l’avessi saputo, ti avrei aiutata. Non sei normale. Asociale.

Questo è quello che pensano gli altri di me. O almeno, quello che dicono prima di sparire in una marea di impegni — routine — balle spaziali. A 29 anni, dopo 29 passati così, oramai è diventata routine.

Come è diventata routine alzarsi, andare a lavorare, tornare a casa, buttarsi sul letto con l’animale domestico di turno in cerca di quello che non riesco a trovare fuori di casa. Fuori dalla mia camera da letto.

Già, camera da letto. Perché a 29 anni, dopo 10 anni di lavori a termine, speranze e illusioni, ti ritrovi ancora a casa coi tuoi. E a questa età vorresti essere tranquillo, nella quiete di casa tua a goderti gli alti e ad accusare i bassi. Invece ti ritrovi come un comune teenager a rifugiarti in camera tua, con musica e Netflix, in questa eterna adolescenza in cui sei intrappolata.

A 29 anni, dopo 10 anni di precariato, la giornata lavorativa la vivi con distacco. Non sai quanto rimarrai lì, è inutile cercare di creare legami più profondi di una battuta alle macchinette del caffè. L’importante è concludere tutti i task che ti vengono assegnati e prendere lo stipendio. O almeno, questa è la filosofia metropolitana che regna nel mondo dei precari.

A 29 anni sei stufa di padri padroni. Se hai un carattere più deciso tutti tenteranno di soffocarti, di domarti: genitori, fidanzati, insegnanti, datori di lavoro. Tutti con frasi che uccidono la tua autostima giorno per giorno, come la tortura della goccia, perché ognuno di loro reclama il ruolo di “quello che comanda”.

A 29 anni, entrare in qualunque ufficio e vedere gli storditi che ci lavorano a tempo indeterminato, mentre tu continui a lottare invano, non ti va giù. Ogni giro per qualsiasi pratica si trasforma in un travaso di bile.

A 29 anni, incontrare una tua compagna di classe è un pugno nello stomaco. L’immanicata che ha il posto a tempo indeterminato, quella che vive all’estero, quella che è sposata con 23 figli e che lavora nell’azienda di famiglia supportata da una task force di nonni — babysitter.

La domanda “e tu?” è la morte. Già, perché mai ti verrà in mente di rispondergli che nei tuoi 10 anni non ti sei fermata a fare le fatture, ma hai coperto ruoli che alla tua età sarebbero impensabili. Non ti sovviene che non è colpa tua se dal 2010 l’economia intera è in crisi e un’azienda ha cominciato la cassa integrazione, una il concordato preventivo e l’ultima ha perso l’appalto per il quale lavorava. L’amor proprio ti abbandona.

A 29 anni, dopo aver sofferto l’abbandono da parte di due nonni che non ti hanno mai riconosciuta ma avendo goduto dell’amore di due nonni che hanno fatto per sei insieme ad altri quattro zii che hanno ricoperto molto efficacemente il ruolo di nonno, ogni lutto è un pezzo di te che se ne va. Quando una persona diventa così importante per te, la sua mancanza supera il ricordo dei momenti belli che avete passato assieme. Ti ritrovi a piangere mentre cucini un piatto che ti hanno insegnato loro, mentre ripeti proverbi, mentre in macchina canti una canzone da loro criticata. Senti un enorme vuoto tutte le mattine quando ti svegli, quando senti il telefono di casa suonare e ti ricordi che purtroppo possono essere solo call center, quando sei triste ma puoi abbracciare solo il cuscino, e non quelle ginocchi sul cui grembo nascondevi la faccia.

A 29 anni, qualsiasi cosa triste si converte in un animale. Sono arrivata ad avere un gatto, un porcellino d’india, 4 pesci e due lumache acquatiche. Quello che lì per lì non pensi è che il tutto è un’arma a doppio taglio, perché quando non ci saranno più, starai male il doppio.

A 29 anni, fai fatica ad affezionarti alle persone. Quando nasci in una regione, nei primi anni di vita ti traferisci 700 volte e subisci diverse forme di bullismo, fai fatica a fidarti ed aprirti. Quando lo fai, il 70% delle volte te ne penti. Sì perché la gente non capisce il disagio, il problema: tu, nel periodo dove tenevi ben alta la tua corazza eri una persona fredda, calcolatrice, stronza e falsa, visto che parli poco dei fatti tuoi. Quando ti apri, alla prima incrinatura tu torni nell’immaginario collettivo a ricoprire la prima impressione e la vera te per loro si trasforma in una mera recita.

A 29 anni quando ti guardi allo specchio e non ti piaci, fai fatica ad avere autostima e confidenza nelle tue capacità. Sai che la prima impressione conta e tu ti ritrovi dopo un paio di interventi ingrassata, con le prime rughe ed i primi capelli bianchi ma più o meno con la stessa faccia di quando avevi vent’anni e non capisci se ti stanno prendendo in giro quando ti dicono che sembri più giovane o sono seri. Sai che se non piaci a te stessa non piacerai neppure agli altri, questa frase te la ripeti ogni giorno nella mente, ma è più forte di te.

A 29 anni, quando guardi le altre, tutte vestite uguali, con quei 4 tagli di capelli di ordinanza, che girano truccate uguali e ascoltano tutte la stessa musica e hanno le stesse abitudini, sei combattuta. Combattuta perché da una parte sai benissimo che tu non ti potrai mai conformare. Antigerarchica ti aveva definito una volta un consulente dell’organizzazione aziendale. Tu hai altri gusti e la tua personalità è troppo complessa per essere riassunta in jeans skinny, camicie di flanella, t-shirt con le scritte, sneakers e finto bun spettinato con ombrè d’ordinanza — meglio biondo. Quando i tuoi riferimenti sono Salvador Dalì ed Iris Apfel, quando già a 12 anni il tuo outfit preferito è il total black spezzato dalle scarpe, dalle sciarpe o dai gioielli mentre tutte sono vestite con i colori dell’arcobaleno, quando tutte virano al biondo mentre i tuoi capelli sperimentano tutto l’arco cromatico che parte dal castano, passa per il rosso, il vinaccia, il fuxia, il viola ed infine il blu puoi facilmente capire che tu, nell’esercito dei cloni, non ci potrai mai entrare. Al contempo però noti che il dress code determina i rapporti interpersonali e che vieni facilmente messa alla berlina per aver osato mettere una gonna lunga quando il “must have” è il leggins finto jeans. Ed allontanata perché i tre colori che ti piacciono — nero, viola e rosso — sono aggressivi ed intimoriscono. E comunque ti vesti così perché vuoi essere diversa a tutti i costi e vuoi apparire.

A 29 anni tutte queste cose non le reggi più. Questa matassa di sentimenti negativi si è trasformata via via in un’entità pesante e sempre presente nella tua vita. Churchill lo chiamava il cane nero, per esorcizzare quello che si nascondeva dietro a questa entità che lo accompagnava, io preferisco Lui.

Lui è subdolo, si arrampica su per la schiena, avvolge le sue spire intorno alle tue spalle fino a stritolarle, si avvinghia intorno alla tua gola, fino a farti mancare l’aria e farti sudare freddo. A volte si palesa in mezzo alla gente, mentre ridi, parli, fai la spesa. Altre quando sei sola, mentre stai per addormentarti. A volte, quando sei coricata, si rannicchia stringendosi ai tuoi piedi e alle caviglie. Non ti lascia mai sola.

Ogni giorno viene a ricordarti di quanto tu sia inadatta al mondo che ti circonda, sottolineando qualsiasi momento a cui neppure facevi caso. Basta una piccola frase, una battuta, uno sguardo per farlo apparire. Lui ti ricorda sempre quello che non hai più e quello che avresti potuto avere. Lui è una macchina del tempo, ti riporta nel passato in momenti che avresti voluto dimenticare, che ti hanno fatto male e che pensavi sepolti nella tua memoria. Da 17 anni, Lui è sempre con me.

A 29 anni, quando hai una compagnia del genere, l’unica cosa che speri tutto il giorno è che arrivi presto la sera e che tu riesca ad addormentarti alla svelta.

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