Il giorno in cui sono morto

Ma visto che state leggendo è andata meglio del previsto

Sono atterrato su un pianeta decisamente fertile e ricco di vita, un gigantesco palmeto alternato da ampi laghi con acqua così pulita che si vede il fondale a venti metri. La fauna è fatta di grandi lucertole con le corna che mangiano erba e serpenti volanti che sembrano stranamente innocui. C’è solo un problema, piove sempre e ogni tanto arriva una tempesta che fa precipitare la temperatura sottozero.

Quella parte del mio cervello che non comprendo, quella da cui arrivano parole sconosciute, ha deciso di chiamare questo posto “Pasquetta”.

Sto dunque approfittando dell’ennesima tempesta per scrivere un po’ e cercare di dare un senso a quello che è successo, ma penso che dovrò catalogare l’avvenimento in quel grande archivio di cose che non capisco da quando ho aperto gli occhi.

Dopo aver fatto il mio primo salto con l’iperguida mi sono ritrovato in questo sistema di tre pianeti e una stazione spaziale. Incuriosito dalla struttura mi sono avvicinato e il pilota automatico ha parcheggiato l’astronave senza che dovessi fare niente. Alla mia sinistra una scala conduceva ad una porta che si sarebbe aperta solo con un “Pass Atlante”, non era la prima volta che leggevo questa indicazione, ma non ho ancora capito a cosa si riferisca e come lo si possa ottenere. Forse è una sorta di Polizia Spaziale, forse sono le stesse persone che gestiscono le sentinelle.

A destra c’era un’altra porta in cui sono entrato senza problemi, di fronte a me c’è un tizio dall’aspetto umano, se escludiamo che al posto della faccia ha un televisore. Qui vale la pena fare una piccola digressione. Ricordate la rana col becco? A quanto pare fa parte di una razza chiamata Gek, dopo il mio primo incontro ne ho trovate altre due, mi hanno persino insegnato alcune parole della loro lingua.

Adesso so come si dice “vendere” e “ferro”, ancora troppo poco per chiedere indicazioni per il bar più vicino, ma è pur sempre un passo avanti. Ho anche scoperto che i Gek rinforzano il proprio linguaggio con gli odori. Se va tutto bene senti profumo di fiori, di brezza marina o altre sensazioni piacevoli, se invece ti sembra di essere entrato dentro la pancia di una balena morta in cui qualcuno ha vomitato carne rancida è probabile che qualcuno sia molto arrabbiato o voglia farti uno scherzone.

Tornando al nostro televisore parlante, appena mi sono avvicinato ho avuto la netta sensazione che mi stesse misurando con attenzione, emettendo suoni che per me non avevano senso e indicando una console di fronte a lui in cui potevo scorgere animali già visti su Vaffanculo. Preso da una botta di ispirazione ho condiviso i dati su tutto ciò che avevo scoperto fino a quel momento. A quanto pare l’idea è piaciuta parecchio perché le lucine del televisore sono diventate verdi e l’alieno mi ha regalato un aggiornamento per il Multi-tool che evita il surriscaldamento precoce. Ho anche scoperto che questa razza si chiama Korvax, ma non so molto altro, se non che sembrano parecchio avidi di informazioni, ma anche vagamente spocchiosi. Sì, ho appena detto che un televisore può essere spocchioso, in questo universo va così.

Anche in questo caso dopo l’interazione iniziale la creatura ha continuato a farsi i fatti suoi come se non esistessi, come se tutto facesse parte di una recita.

Visto che non c’era molto altro da fare sono uscito, dando un’occhiata alle astronavi atterrate vicino alla mia, tutte decisamente più belle di quella specie di lavatrice spaziale che mi ritrovo, ma anche parecchio costose, poi sono ripartito.

È a quel punto che i sensori mi hanno avvisato che qualcuno si stava interessando al mio carico, non avevo con me niente di particolare, ma evidentemente non ero l’unico nella galassia a soffrire di ansia da eridio mancante.

Preso dal panico ho puntato l’astronave verso il pianeta più vicino e ho accelerato a manetta, ma evidentemente le astronavi di questi pirati sono in grado di interferire con l’iperguida, perché nonostante i miei sforzi la velocità non aumentava. Potevo solo combattere cercando di fare del mio meglio con quello che avevo, che equivaleva più o meno ad affrontare un toro con uno stuzzicadenti.
 
 Prima ancora di vederli ho sentito i colpi sfrigolare contro lo scafo, poi sono spuntati da dietro un gruppetto di asteroidi. Erano tre, dotati di astronavi fatte come lunghe piramidi appuntite dalla base molto stretta e una mira decisamente buona. Ho puntato il più vicino mentre il rumore del battito nelle vene e il respiro azzeravano completamente i rumori esterni, il suono dei laser, l’urlo delle spie d’emergenza, la voce del computer che mi descriveva con tutta calma l’imminente fine dei miei scudi.

Ho cercato in tutti i modi di scrollarmeli di dosso, ho schivato, ho cabrato, ho fatto tutto quello che mi veniva in mente, ma il numero era dalla loro, l’esperienza era dalla loro, la logica era dalla loro. Ogni volta che ne mettevo uno nel mirino e riuscivo a piazzare un paio di colpi gli altri due martellavano senza pietà. Sapevo che non ce l’avrei fatta, ma non ero disposto a cedere.

Per un paio di minuti sono riuscito a prolungare la mia ridicola e patetica agonia di anatra ferita in balia di cacciatori esperti rifornendo gli scudi. Quando ho visto una delle astronavi andare in pezzi e schiantarsi contro un asteroide mi sono persino cullato nell’idea di farcela, per ben tre secondi, poi gli scudi hanno ceduto, lo scafo ha ceduto ed è stato il buio.

Dopo due secondi ho aperto gli occhi urlando così forte che i polmoni mi stavano per uscire di bocca come sparati da un cannone. Ero nella stazione spaziale di prima, dentro la mia astronave, intatto. Non so quanto tempo ci ho messo a riprendere possesso di me stesso. Ho pianto e urlato mentre la condensa mi appannava il casco e la tuta era scossa dal mio tremore. Ho toccato ogni singola parte del mio corpo per capire se fossi veramente io, se mancasse qualche pezzo.

Ero morto, vi giuro che ero morto, eppure sono ancora vivo.

Dopo essermi calmato ho capito che qualcosa mancava, il carico della mia astronave, niente di irrimediabile, ma ero senza plutonio, carbonio, eridio e altri materiali fondamentali per navigare e decollare. Avrei potuto comprare tutto nella stazione spaziale, ma forse era meglio atterrare sul pianeta più vicino, sperando che i pirati non fossero ancora là fuori.

Una volta decollato ho visto un indicatore sullo schermo, mi stava guidando verso un punto preciso dello spazio.

La mia tomba.

Visto che non capita spesso di visitare un posto del genere da vivi, mi ci sono diretto subito. Di fronte a me c’era una specie di rombo con un punto rosso al centro, una figura stranamente familiare. Al suo interno ho trovato tutto il carico perduto.

Spaventato dal possibile ritorno dei pirati sono atterrato sul pianeta che ora si chiama Pasquetta, poco dopo la tempesta mi ha bloccato in uno dei tanti container vuoti che si trovano sul pianeta. Adesso però devo smettere di scrivere, la pioggia sembra finita e mi è arrivata una chiamata d’emergenza a pochi chilometri da qua.