Julia

Alieni che sembrano buttafuori, il tesoro in un cratere e voci dal profondo

Quanto tempo è passato dall’ultimo aggiornamento? Sinceramente non ricordo, la mancanza di una data univoca e la totale assenza di sonno giocano col mio cervello, senza un orologio come distingui lo scorrere del tempo? Come capisci che hai perso tre ore dietro alla voglia di cercare ogni specie di un pianeta?

La mia storia è una sorta di linea priva di interruzioni che ne scandiscono la lunghezza o il ritmo. Non ricordo quanto tempo è passato dal mio risveglio né quando ho scoperto il mio primo alieno.

L’unico modo che ho per scandire il tempo è scrivere in questo terminale portatile.

Dall’ultima volta che ho scritto sono successe un po’ di cose. La prima è che ho definitivamente capito di essere immortale, anche se per essere sicuro ho dovuto sperimentare. Ho respirato fumi acidi a pieni polmoni, mi sono fatto mangiare vivo da un gigantesco ragno con la testa di serpente, sono affogato in un abisso senza fine e sono morto asfissiato in una caverna in cui mi ero perso. Il risultato è sempre lo stesso, mi sveglio nell’ultimo avamposto visitato o di fronte alla nave, perfettamente integro, con l’inventario vuoto che mi aspetta nel punto della mia morte.

Se pensate l’immortalità renda la vita priva di sfida e di sapore, sappiate che l’esperienza è comunque dolorosa a livelli che non credevo possibili, ma d’altronde fino ad oggi non mi era mai successo di vedere un granchio uscirmi dalla pancia. Quindi sì, sono immortale e posso prendermi qualche rischio, ma morire non è comunque piacevole, quindi cerco di evitarlo, anche solo per la noia di dover recuperare le mie cose.

Il secondo fatto interessante è che adesso viaggio molto più comodo di prima, ma prima devo aprire una parentesi sui Vy’keen, ovvero la terza razza aliena in cui mi sono imbattuto. Tutto è successo, se ricordo bene, nel sistema prima di questo, stavo cercando un modo per rendere più efficiente il Multi-Tool ed evitare problemi di surriscaldamento, quindi mi sono avvicinato a un pianeta abbastanza arido, privo di flora e fauna ma ricco di minerali, un posto tranquillo da esplorare con calma, senza piogge acide, tempeste e bestie che ti si attaccano alla faccia.

Scannerizzo la superficie del pianeta per scovare eventuali avamposti e ne trovo uno di medie dimensioni, dunque atterro, come al solito bestemmio perché non riesco ad aprire le scatole che richiedono questo famigerato Pass Atlante ed entro nella struttura. Stavolta ad aspettarmi c’era una figura molto più grossa dei ranocchi o delle facce da televisore a cui ero abituato, un bestione imponente, con fronte bassa, mascella sporgente e muscolosa e una bocca priva di labbra che mostrava denti grandi e piatti ogni volta che parlava… e che mi guardava come se gli avessi pisciato nel caffè.

Ormai ho imparato qualche parola in Kovarx e Gek, ma questo buttafuori spaziale parlava una lingua completamente diversa, brusca, gutturale, era come ascoltare un enorme mastino con la raucedine che indicava insistentemente il mio Multi-Tool.

Non so come la pensate voi sui favori interspecie, ma non ero molto incline a regalare a uno sconosciuto la mia unica forma di difesa, poi mi sono reso conto che avrebbe potuto tranquillamente uccidermi a mani nude e che, ops, ero immortale, quindi che avevo da perdere?

Per farla breve, ne sono uscito con un Multi-tool nuovo e un paio di parole in Vy’keen. Adesso so dire “Salve” e “Ossido”, mi manca solo qualche migliaio di parole e sono pronto per diventare il loro prossimo poeta, anche se mi sembrano tipi decisamente più bellicosi e rozzi rispetto agli altri.

Dopo i convenevoli sono uscito dalla stazione per usare il radiofaro del pianeta e scoprire eventuali strutture interessanti. Questi dispositivi funzionano con un piccolo chip e sono in grado di trovare zone di commercio, stazioni abbandonate e, in questo caso, segnali di aiuto.

Se non fosse stato per l’indicatore dell’interfaccia non l’avrei mai vista, si trovava sotto la tettoia naturale creata dall’ingresso di una grotta piena di fiori fluorescenti, posizionata ai piedi di un profondo e stretto cratere, tanto che sono dovuto atterrare fuori e scendere col jetpack.

È blu scuro, con inserti bianchi su alcuni pannelli esterni, ha la forma di un parallelepipedo con gli angoli affusolati che si stringe bruscamente in una punta triangolare. Nella parte posteriore c’è un grande anello sul quale sono posizionati i motori. Sembra la versione spaziale di un’auto fuoriserie, secondo me è bellissima, ma cosa molto più importante, lo spazio dentro è quasi il doppio della mia vecchia bagnarola.

Chiunque l’avesse abbandonata là se ne era andato per morire da qualche altra parte, o comunque non era in zona, quindi la nave era mia. Viaggiare per la galassia in cerca di uno scopo tende ad abbassare di molto i tuoi concetti di bene e male, quindi ho pensato che potevo salutare privo rimpianti la lavatrice con le ali e prenderla senza farmi troppi problemi, se non quello di dover riparare tutti i sistemi di navigazione e lo scudo.

Stando alla placca sotto l’ala destra, il suo nome è Jula Utkatz, ma ho deciso di chiamarla Julia.

Con i primi me la sono cavata abbastanza bene, grazie alle riserve che avevo nella stiva, ma un po’ come nei miei primi giorni da astronauta, il problema è arrivato quando ho dovuto cercare l’eridio e il ferro. Non so dire onestamente quanto ho camminato nei… boh diciamo giorni passati, ma probabilmente se mettessi in fila tutti i passi sarei arrivato alla stazione spaziale che scorgo ad ogni orbita.

Alla fine ho recuperato tutto quello che mi serviva, ho inserito quanto richiesto nel sistema di elaborazione materiali e con la gola bloccata e le mani sudate ho spinto il pulsante di accensione.

Chi l’avrebbe mai detto che il basso ronzio di un motore sub-luce potesse essere più emozionante di un coro di anime del paradiso?

Se per qualche motivo un ascoltatore spaziale avesse puntato i suoi strumenti sulla grigia e imperturbabile superficie di Uberolatii Xeport proprio in quel momento, probabilmente non avrebbe creduto alle sue orecchie. Nell’eterno silenzio siderale di un pianeta morto, un pianeta che non ode il suono di un essere vivente da milioni di anni, l’unica voce ne giro di milioni di chilometri ero io che cantavo “Aleee ooooh”.

Tuttavia, finita la baldoria, ho scoperto che c’era un’altra voce oltre alla mia, una voce di cui non ho capito la provenienza finché non ho guardato verso le stelle. Qualcuno stava parlando, non a tutti, ma solo ed esclusivamente a me, ne ero certo.

Il messaggio era semplice: “Vieni qua”.

Mi parla anche adesso che sto preparando gli ultimi calcoli per il salto interstellare che mi porterà a scoprire cosa sta succedendo.

Ho passato l’ultima settimana a riparare una nave stellare e ora qualcuno o qualcosa mi chiama attraverso lo spazio. Non so come fosse la mia vita precedente, ma questa inizia a piacermi.