Differenze di genere nella depressione

Background sociale, cause, conseguenze, scoperte cliniche, sfide e possibili soluzioni

di Wolfgang Rutz
Professore di Psichiatria sociale
Consulente senior per la Salute mentale internazionale e pubblica
Advisor Regionale Europeo dell’OMS per la Salute mentale 1998–2005 
(Coburg, Stoccolma, Uppsala)

Immagine di Mary Lock tratta da Flickr in CC:.

Introduzione. La vulnerabilità maschile

Nei periodi caratterizzati da drammatici mutamenti sociali, quali per esempio gli anni novanta nell’Europa dell’Est o l’epoca attuale nell’Europa meridionale, gli uomini sembrano essere più vulnerabili e le donne più protette (1–5). Durante il decennio dei novanta, per esempio, le società in transizione dell’Europa dell’Est videro un aumento pari a 5–9 volte della mortalità prematura maschile, suicidio compreso, rispetto a quella femminile, che in media crebbe di 1,5 (3, 4). Si può quindi affermare che il tasso di suicidio maschile in periodi di cambiamento rispecchia in modo quasi “sismografico” il carico di stress di una società. Ciò può essere considerata una “sindrome comunitaria”, con schemi di morbilità e mortalità, le cui cause principali sono: violenza, comportamenti a rischio, abuso, incidenti e altre cause legate allo stress, incluse patologie cardio-vascolari, eventi cerebrali e diabete di tipo 2 (8–10). Un importante fattore di rischio per la sensibilità dei soggetti di sesso maschile allo stress provocato dai cambiamenti sociali sembra essere la loro vulnerabilità in caso di perdita di prevedibilità, status e dignità (6, 7).
Uno studio danese condotto su oltre 800 vittime di suicidio ha rilevato che la malattia mentale è il fattore di rischio più forte per entrambi i sessi. Per quanto riguarda gli uomini, tuttavia, i fattori più significativi sono disoccupazione, pensionamento, solitudine e malattia, mentre il prendersi cura dei figli a casa, per esempio, è un fattore di protezione fondamentale per le donne. A sostegno di questi dati, l’esorbitante livello di mortalità riscontrato in gruppi di uomini danesi divorziati da poco e in un gruppo di vedovi svizzeri (7).
È altresì noto da esperimenti condotti su animali che le reazioni allo stress sono diverse nei due sessi (14). Gli esemplari maschi sono spesso più sensibili a una retrocessione gerarchica, mentre le femmine reagiscono violentemente a marginalizzazione sociale e perdita di coesione familiare (14). Nel nostro caso, gli uomini sembrano particolarmente sensibili all’esperienza di perdita di identità e dignità provocata dal perdere il lavoro, con il conseguente sgretolamento del ruolo di colui che mantiene la famiglia. Dal canto loro, invece, anche in periodi di crisi e transizione, le donne sembrano preservare abilità protettive che consentono loro di restare in buona salute, creando reti sociali, assumendosi responsabilità familiari e mantenendo controllo e significato della propria vita (6, 7).

Alcuni paradossi legati al genere nella sanità pubblica

In Europa, gli uomini cercano supporto terapeutico e utilizzano cure mediche con una frequenza pari a metà rispetto alle donne, eppure muoiono dai 5 ai 15 anni prima (rispettivamente nell’Unione Europea e nella Federazione Russa) di queste ultime (9). Si suppone inoltre che il 70–90% dei suicidi vengano commessi in uno stato di depressione clinica, nel quale la cognizione è psicologicamente influenzata da distorsioni percettive errate a livello sia cognitivo sia emotivo. Una situazione che spesso porta a vedere il suicidio come conseguenza apparentemente “logica” della deprimente esperienza vitale attuale che getta la sua ombra su passato, presente e futuro (15–17). A questo punto, però, inaspettato e paradossale risulta il fatto che se da un lato gli uomini commettono suicidio dalle 3 alle 10 volte più spesso rispetto alle donne, dall’altro solo alla metà di essi viene diagnosticata una qualche forma di depressione (16, 18–23). D’altra parte, i tentativi sono più frequenti fra le donne, i cui gesti suicidi, però, sono di solito meno violenti e spesso caratterizzati da un comportamento di “richiesta di aiuto”, de facto preventivo del suicidio e volto più a segnalare impotenza e richiesta di protezione.
Il tasso più alto di suicidi fra gli uomini si spiega in parte con il loro più frequente uso di metodi violenti, che può essere valutato quale sintomo della loro determinazione depressiva. Un’interpretazione plausibile del paradosso legato al genere nel rapporto suicidio-depressione, è quindi che gli stati suicidi e depressivi degli uomini è più probabile passino inosservati per via della propensione maschile all’aggressività e all’acting out. Tutti questi fattori — non rilevamento delle tendenze suicide maschili, alessitimia di comportamenti di richiesta d’aiuto, scelta frequente di metodi violenti e intenti suicidi più risoluti e autodistruttori — risultano in una sovra-rappresentazione dei tassi di suicidio maschile (24).
In relazione a questo, un’altra imprevista e paradossale scoperta risulta dall’osservazione epidemiologica e clinica che la prevalenza di depressione pare essere inversamente correlata alla frequenza di suicidi, nonostante siano ormai assodati gli specifici legami causali tra i due fenomeni (16, 19, 25). In altre parole, si è notato che più alto è il tasso di suicidi in una comunità o popolazione, più basso pare essere quello di casi di depressione conclamata. Un paradosso simile può spiegarsi esclusivamente presupponendo che un’adeguata diagnosi di depressione porti ad adeguati trattamenti e follow-up, il che di conseguenza prevenga i suicidi ad essa legati (25–26). Parecchi studi supportano tale osservazione, ovvero che un’incidenza di depressione (diagnosticata) più bassa in una determinata popolazione è correlata a un tasso di suicidi più alto, e che un vasto numero di depressioni diagnosticate riflette probabilmente trattamenti migliori e appropriati follow-up, la qual cosa a sua volta può indurre una diminuzione del numero dei suicidi legati a questa malattia psichica (23, 25–36).

Sintomi depressivi e tendenze suicide: sono gender specific?

Ancor oggi la depressione viene spesso considerata una “malattia femminile”, con una frequenza doppia nelle donne rispetto agli uomini. Negli ultimi tempi, tuttavia, sono sempre più numerosi i segnali che paiono mostrare come gli uomini siano depressi tanto quanto le donne, ma in un modo diverso. Allo stesso modo si rilevano indicatori di come la depressione maschile sia sotto-diagnosticata, mentre le differenze di genere sulla frequenza siano invece eccessivamente enfatizzate. Una delle ragioni di questa situazione può essere la seguente: la depressione maschile non viene identificata perché in concomitanza con abuso di sostanze (alcol o droga), basso autocontrollo e/o acting out aggressivo e violento. Tali caratteristiche conducono di frequente a una diagnosi di disturbo della personalità e del carattere o problemi di abuso piuttosto che a una diagnosi di depressione. Di conseguenza, sia in diagnostica che in terapia, l’attenzione viene spesso spostata dallo stato depressivo sottostante con il proprio background biopsicosociologico e/o esistenziale verso approcci più strumentali o esclusivamente di medicalizzazione (32, 37).
D’altra parte, i sintomi riferiti dalle donne che si sentono depresse differiscono spesso da quelli più o meno riferiti dagli uomini che si trovano in quella stessa condizione di impotenza e collasso di abilità funzionali e di coping che chiamiamo depressione. Raramente gli uomini si sentono e dichiarano di essere depressi. Poiché i criteri convenzionalmente utilizzati dagli strumenti diagnostici della depressione sono messi a punto di solito sulla base delle variabili dei sintomi dichiarati, tali scale di valutazione risultano inadeguate nel caso degli uomini. Sullo sfondo c’è l’incapacità maschile di verbalizzare i sentimenti in generale e la depressione in particolare, spesso accompagnata da concezioni tradizionali e non realistiche di virilità anch’esse spesso all’origine dell’inabilità maschile a cercare aiuto in tempo (32). 
Due vasti studi epidemiologici basati sulla popolazione hanno mostrato che uomini con depressione non curata riportavano meno sintomi affettivi e altri sintomi rispetto alle donne (22, 38). È stato inoltre scoperto che esistono significative differenze legate al genere per quanto riguarda le strategie di gestione dello stress: gli uomini gestiscono la disfunzione depressiva aumentando l’attività sportiva e il consumo di alcol e tabacco, mentre le donne tendono più a utilizzare forme di rilassamento emotivo, lettura e attività di tipo spirituale-religioso (38). Inoltre, l’alto livello di dipendenza e abuso di alcol fra gli uomini in connessione al senso di impotenza caratteristico di uno stato depressivo suggerisce il ricorso all’automedicazione in assenza di aiuto specifico. Ciò può essere spiegato dal fatto che il consumo di alcol ha un effetto antidepressivo immediato a breve termine, ma a lungo termine aggrava lo stato depressivo, avviando così un deleterio circolo vizioso (38, 39).

Incidenza inferiore della depressione sugli uomini: un artefatto?

Nella popolazione amish degli Stati Uniti, comportamento aggressivo, violenza e abuso di sostanze sono severamente stigmatizzati (49). Stigma viene anche applicato all’abuso di alcol nelle comunità ebraiche ortodosse in Israele. In entrambe le popolazioni i casi di depressione sono in numero inferiore rispetto ad altri gruppi etnici e religiosi (41). Parallelamente, le diagnosi di depressione sono pari fra uomini e donne, e i tassi di suicidio sono bassi per entrambi i sessi. Nell’Unione Europea, invece, dove l’abuso di alcol è relativamente frequente e altrettanto poco stigmatizzato, la prevalenza della depressione è 2–3 volte maggiore per le donne rispetto agli uomini. Questi ultimi vengono spesso diagnosticati con disturbi della personalità e/o dipendenza, e mostrano una frequenza di suicidio 2–3 volte maggiore rispetto alle donne (16, 19–22, 38, 42). Inoltre: in Russia l’alcolismo, che può mascherare depressione, è 9 volte più comune fra gli uomini, i quali però vengono raramente diagnosticati come depressi. Con i seguenti risultati: in Russia i tassi di suicidi maschili sono approssimativamente 5–7 volte più alti di quelli femminili e in alcune popolazioni non vengono quasi mai diagnosticati casi di depressione (15, 20, 42).

Necessità di migliore diagnosi e migliori trattamenti per la depressione maschile. Un esempio: lo “studio Gotland”

Nel biennio 1984–85, sull’isola di Gotland venne avviato un programma di formazione post-laurea rivolto a tutti i medici generici (31–32) dell’isola mirato a prevenire, migliorare e monitorare una grave situazione di depressione e suicidi. Negli anni settanta-inizi ottanta, infatti, una serie di drammatici cambiamenti sociali aveva portato un alto tasso di suicidi, il più alto della Svezia, al quale i medici generici non si sentivano più in grado di far fronte. In seguito a una loro richiesta, con il supporto del County Council locale e in collaborazione con il Comitato svedese per la prevenzione e il trattamento della depressione, gli psichiatri lanciarono quindi il programma di formazione.

Risultati dello studio Gotland

Il programma ebbe come risultato un significativo miglioramento delle abilità dei medici generici di riconoscere, trattare e monitorare i disturbi depressivi. Un altro risultato fu una forte riduzione sull’isola del numero dei suicidi portati a termine e dei tentativi di suicidio violento, così come una riduzione di morbilità correlata alla depressione, di assenteismo dal lavoro e utilizzo di cure mediche legati a condizioni depressive. Anche la fluttuazione stagionale nel numero di suicidi scomparve quasi, e negli anni successivi al programma Gotland registrò il tasso più basso di suicidi in tutta la Svezia. 
Tuttavia, il programma ebbe ripercussioni quasi esclusivamente sui dati relativi ai suicidi legati alla depressione femminile (23). Il tasso dei suicidi maschili rimase invariabilmente alto (32, 37). Per esaminare le ragioni di un risultato simile, venne avviato uno studio di “autopsia psicologica” che prese in esame la situazione di vita di tutte le vittime maschili di suicidio degli anni ottanta sull’isola: furono intervistati familiari, parenti e conoscenti al fine di conoscere le condizioni delle vittime prima della morte. Si scoprì così che in larga parte queste non erano note al sistema sanitario, né quello di primo soccorso né quello psichiatrico specializzato. Esse soffrivano in modo grave e vivevano uno stato di forte disagio, anche in compagnia di familiari e amici, ma nonostante ciò, negavano di essere depresse e rifiutavano aiuto. Di solito erano in contatto più o meno volontario non con il sistema sanitario, ma con altre strutture sociali: polizia, fisco, organizzazioni per il trattamento di abusi di sostanze e welfare. Mostravano autocommiserazione, comportamenti acting out, incolpavano tutto e tutti, compreso se stessi — talvolta con aggressioni verbali o fisiche -, irritazione, comportamenti “psicopatici” e un basso controllo degli impulsi. Sono stati riferiti anche dipendenza/abuso di sostanze o equivalenti, come per esempio “dipendenza dal lavoro”, comportamenti a rischio e un generale negativismo. Spesso mostravano comportamenti osceni e, nei pochi casi in cui avevano richiesto aiuto, è stato osservato rifiuto delle terapie e un atteggiamento non collaborativo in qualsiasi tentativo di trattamento (24, 32–37). Questi uomini avevano raramente comprensione del proprio stato depressivo e, come evidenziano gli esiti, avevano forti tendenze suicide. Frequenti i casi di ereditarietà sia per l’abuso di sostanze sia per le tendenze suicide. 
Sulla base di tali conclusioni, sommate alle nostre conoscenze del quadro clinico dei disordini legati allo stress e del loro legame con il metabolismo della serotonina negli uomini, abbiamo formulato una “sindrome depressiva esternalizzante serotoninergica maschile”. Inoltre, a partire dalle caratteristiche specifiche della depressione maschile evidenziate e descritte nel nostro studio, è stato messo a punto uno strumento di indagine diagnostica per identificare, prevenire e trattare depressione e tendenze suicide in pazienti maschi: la “Gotland Male Depression Scale” (GMDS). Gli item di questa scala comprendono: ridotta tolleranza allo stress, ridotta capacità di controllo degli impulsi, sensazione di esaurimento, affaticamento, irritabilità, indecisione, disturbi del sonno, ansia mattutina, abuso o equivalenti, comportamenti antisociali, distorsioni percettive di tipo depressivo, autocommiserazione regressiva e predisposizione da ereditarietà genetica a depressione, alcolismo e/o tendenze suicide (24, 44).
Abbiamo osservato che un simile quadro clinico della depressione maschile include aspetti di “pseudo-psicopatia” che sono in contrasto con un disturbo del comportamento psicopatico stabile e radicato nella personalità. Degno di nota è che quegli aspetti potevano essere in relazione con un preciso momento del cambiamento della personalità del soggetto, la qual cosa sorprese sia la persona interessata sia i suoi familiari. Un cambiamento che aveva visto il soggetto passare dall’essere prevalentemente risoluto e adatto dal punto di vista sociale al mostrare le caratteristiche appena descritte della sindrome depressiva maschile.

Validazione dello studio Gotland

Una validazione scientifica effettuata nel 1994 dell’originario programma di formazione ha mostrato che nei tre anni successivi all’intervento educativo, a scendere drasticamente furono soprattutto le percentuali di suicidio femminile. Però, trascorsi alcuni anni nei quali l’intervento venne a mancare, gli effetti del programma diminuirono. Nel 1994, quindi, questo venne riattuato così da ristabilire e mantenere i risultati iniziali. In occasione di tale follow-up del programma venne anche presentata e discussa la Gotland Male Depression Scale, dedicando molto spazio alla depressione maschile suicida, sua prevenzione, diagnosi, trattamento e follow-up. Tutte le relative informazioni vennero condivise organizzando conferenze e incontri con specialisti di altri settori medici, altri fornitori di assistenza sanitaria, opinione pubblica e mezzi di comunicazione.
La risposta del pubblico fu sorprendentemente positiva ma arrivò per lo più da donne che, riconosciute le caratteristiche della depressione maschile suicida descritte dai media in uomini della propria famiglia o in amici, chiedevano aiuto in loro vece (24, 32). Nonostante lo scarso numero di uomini che entravano in contatto direttamente con le strutture interessate, spesso questi venivano motivati per via indiretta a richiedere aiuto per trattare il loro stato depressivo. Fattori motivazionali scatenanti erano spesso la minaccia di divorzio, un’atmosfera familiare negativa, il rischio di perdere il posto di lavoro o la patente di guida, difficoltà economiche ecc. Il risultato sia di questo follow-up estensivo rivolto a tutti i medici generici sia delle attività di comunicazione e diffusione in vari settori della comunità fu che per la prima volta a Gotland, a partire da metà-fine anni novanta, il tasso di suicidi maschili tornò a scendere (32). Purtroppo però, oggi è tornato nuovamente a essere il più alto della Svezia. È probabile che la causa di ciò sia da rintracciare nella discontinuità degli sforzi educativi dovuta sia alla scarsità di risorse e di personale sia a un mancato impegno politico. Sono però lampanti i “costi del non far nulla”, così come è ovvia la necessità di un’educazione continuativa per il mantenimento degli effetti positivi di simili progetti.
L’impianto e i risultati dello studio Gotland hanno generato una serie di esperimenti adattati localmente: nello Jämtland e a Stoccolma (36), nell’”Alleanza di Norimberga contro la depressione” in Germania (NAAD/DAAD) (46), in un programma di formazione ungherese per medici generici in aree ad alto rischio (provincia di Bács-Kiskun) (47) e in progetti di prevenzione al suicidio nel Regno Unito, Irlanda, Norvegia, Iran, Australia, Filippine, Taiwan, Slovenia, Austria, Islanda, Russia e regioni del Baltico. Lo studio Gotland è oggi raccomandato dall’Unione Europea e dall’OMS come modello da adattare localmente per interventi di prevenzione in contesti ad alto tasso di suicidi. Inoltre, la GMDS è scientificamente provata, tradotta in diverse lingue e attrae sempre più interesse a livello sia nazionale che internazionale. Viene anche utilizzata con buoni risultati nei servizi sanitari di base e in altre strutture sanitarie come strumento di screening per rilevare stati depressivi mascherati in soggetti dipendenti e ragazzi/e con comportamenti acting out, così come in casi di “depressione post-parto” (9, 48–51).

Ciò che abbiamo imparato su depressione maschile e diagnosi precoce

Uno studio OMS sui “Problemi psicologici nell’assistenza primaria”, condotto su oltre 25.000 pazienti di servizi sanitari di base in 14 Paesi, ha rilevato che solo il 15% dei pazienti poi diagnosticati con un disturbo depressivo maggiore era stato riconosciuto dai medici generici (55). Nonostante studi recenti evidenzino un miglioramento delle conoscenze diagnostiche legate alla depressione tipica (56), il problema della difficoltà a identificare e trattare l’atipica depressione maschile nei servizi sanitari di base rimane tutt’ora serio. La sfida è riconoscere questi casi di uomini depressi e con tendenze suicide, scoprire dove sono e chi sono, dato che essi non sono in contatto con le consuete strutture di sostegno, non richiedono aiuto, hanno un atteggiamento oppositivo, sprezzante e di rifiuto. Le caratteristiche che li contraddistinguono comprendono: aggressività, automedicazione con abuso o dipendenza da sostanze ed equivalenti (per esempio gioco d’azzardo), violenza, ricerca di sensazioni forti, attività fisica eccessiva e distruttiva, dipendenza da lavoro o iperattività sessuale (32, 38, 49, 57, 59). 
Anche solo per come sono pensate, le nostre strutture sanitarie e di supporto raramente possono svolgere attività di outreach e altrettanto di rado sono sufficientemente motivanti per questo tipo di clienti oppositivi che manifestano atteggiamenti di rifiuto. Spesso quindi il trattamento non è praticabile su questo genere di uomini che a malapena possiedono i requisiti minimi generali in quanto a introspezione, motivazione, adattamento e volontà di cambiare, requisiti minimi che sono solitamente i presupposti per l’ammissione negli ambulatori terapeutici.
Ciò vale anche per la propensione di questi uomini al suicidio, anche nel momento in cui sembra esistere tutta una serie di altre opportunità.Un vasto studio del 2002 ha mostrato che nell’anno precedente la morte, le vittime di suicidio avevano avuto contatti in numero significativamente maggiore con i servizi sanitari di base (77%) piuttosto che con quelli di salute mentale (32%) (60). A questi ultimi si erano rivolte molte più donne rispetto agli uomini. I contatti relativi all’ultimo mese prima della morte registrano un 45% per i servizi di base contro il 19% di quelli psichiatrici. In generale, prima del suicidio le persone anziane avevano avuto contatti con i servizi sanitari di base più spesso rispetto ai giovani. E ciò in entrambi i sessi. Tutti questi dati evidenziano ancora una volta l’importanza di rivolgersi e coinvolgere le strutture sanitarie di base nei programmi di diagnosi e trattamento della depressione e di prevenzione del suicidio.

Cosa è possibile fare?
Le alte percentuali di suicidio fra gli uomini possono essere abbassate rendendo più precoci diagnosi, intervento e follow-up della depressione suicida maschile e applicando adeguatamente la Gotland Male Depression Scale in aggiunta ai consueti strumenti diagnostici nell’assistenza sanitaria di base. L’utilizzo della GMDS dovrebbe procedere di pari passo con un’attività di informazione rivolta ai pazienti e con il coinvolgimento di famiglie, amici, partner e colleghi che sono in contatto con le persone malate e le loro tendenze suicide. Data la frequente difficoltà riscontrata negli uomini a parlare di depressione, sentimenti o sintomi depressivi, può risultare utile, come strumento di primo screening, anche la scala di misurazione del benessere WHO-5: non facendo riferimento a sintomi depressivi bensì ad aspetti relativi a un maggiore o minore benessere, essa può appunto facilitare la risposta di uomini con difficoltà a verbalizzare sentimenti. È stata utilizzata in parecchi studi estensivi e si è dimostrata un efficace primo passo per identificare la depressione maschile, anche in contesti non medici (39, 50, 51).
Oltre a ciò, tuttavia, dovrebbe essere fatto uno sforzo terapeutico psicosociale per sfidare l’immagine spesso non realistica che gli uomini hanno di sé, un’immagine legata a stereotipi di virilità e autodeterminazione del tipo “essere sempre forti”, “avere sempre tutto sotto controllo”, “non piangere né lamentarsi mai” e “non esprimere emozioni”. Attraverso strategie cognitive o psicoterapeutiche incentrate su questo problema sarebbe possibile aiutare gli uomini ad accrescere la loro capacità di sviluppare la forza necessaria per chiedere aiuto in tempo. Particolarmente importante in questo senso pare essere la creazione di alleanze fra terapeuti specificamente formati e motivati che possano fornire sostegno a quegli uomini che soffrono di problemi di identità, che si sentono persi di fronte al fallimento a far fronte alle richieste dettate dal modello tradizionale prevalente di mascolinità che prevede appunto che l’uomo mostri di essere sempre forte e di non aver bisogno di aiuto; sostegno a quegli uomini che sentono in sé una debolezza che trovano inaccettabile e che li fa sentire indegni, provocando perdita di autostima e di rispetto per se stessi. Uomini in queste condizioni hanno bisogno di terapeuti comprensivi ed empatici, in grado di accettare i loro atteggiamenti di rifiuto, di negazione, i loro frequenti comportamenti aggressivi, osceni e non collaborativi, così come la loro frequente mancanza di gratitudine. I terapeuti potrebbero trovare più semplice aver a che fare con pazienti di sesso femminile, soprattutto perché non sempre è facile o possibile percepire il senso di impotenza che soggiace a un comportamento maschile aggressivo e osceno.

Nuovi ambiti per il riconoscimento e il sostegno

Spesso gli uomini che soffrono di depressione si sentono narcisisticamente insultati e talvolta manifestano tendenze (auto)distruttive e violente, provocando di conseguenza problemi gravissimi per loro stessi e per le persone vicine. Poiché incapaci di chiedere aiuto, per prevenire incidenti, suicidi, violenze e problemi legati ai loro comportamenti a rischio, si dovrebbe andare attivamente alla loro ricerca. Le convenzionali piattaforme di cura e sostegno non sono sufficienti. Sarebbe necessario ricercare altri ambiti nei quali riconoscere, diagnosticare, trattare questi uomini e renderli partecipi e motivati in un percorso di guarigione. Potenziali luoghi in questo senso sono: sedi di lavoro, reti sociali, famiglie e amici, parrocchie, organizzazioni sindacali, social media, centri sportivi e organizzazioni politiche, ma anche organizzazioni che offrono aiuto a veterani, a persone con problemi di droga oppure quelle che si occupano del reinserimento in società per esempio dei criminali. Le strategie dovrebbero focalizzarsi su motivazione, aumento della consapevolezza, formazione e sviluppo delle abilità al di fuori del sistema medico.

Conclusioni

La depressione maschile, spesso con esiti suicidi, è un devastate problema sociale per via delle sue conseguenze dirette e indirette, ma — come quella femminile — può essere prevenuta e affrontata. Riconoscimento, trattamento e follow-up precoci sono possibili. L’imprevedibilità percepita, il senso di impotenza e la perdita di autodeterminazione associati alla depressione suicida maschile possono essere trattati. Inoltre, all’insufficienza di coesione esistenziale e sociale e alla perdita di status e del rispetto di sé esperiti come umiliazione narcisistica si può strategicamente rispondere. Programmi di prevenzione centrati sulla persona, focalizzati sugli individui ma anche sulle popolazioni a rischio possono essere messi a punto, anzi, ne esistono già buoni esempi.
In casi specifici, già l’aggiunta di interventi farmacologici antidepressivi sembra avere effetti sulla depressione e sulle tendenze suicide dei soggetti di sesso maschile, se attuati in modo empatico e integrati in un approccio terapeutico olistico. Quindi, con dedizione, fiducia e collaborazione terapeutica è possibile trovare una soluzione a uno dei principali problemi della sanità pubblica, una soluzione centrata sulla persona, adattata individualmente e localmente, nella cornice di un approccio olistico fondato sul rispetto.

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