Editoriale: Tempi di assedio

di Benedetto Saraceno 
Direttore scientifico SOUQ — Centro Studi Sofferenza Urbana

“It was the best of times, it was the worst of times, it was the age of wisdom, it was the age of foolishness, it was the epoch of belief, it was the epoch of incredulity, it was the season of Light, it was the season of Darkness, it was the spring of hope, it was the winter of dispair”.
Charles Dickens, A Tale of Two Cities
Immagine di Nick Lee, tratta da Flickr in CC

Viviamo in tempi di assedio: foolishness, incredulity and darkness. Stagione della disperazione? Il senso di appartenenza a una comunità nazionale, a un modello consolidato e condiviso di società, a un sistema di valori morali condiviso, a una religione comune, e, in generale, il senso di appartenere a un gruppo vasto di soggetti che si sentono uniti è una esperienza innanzitutto altamente emotiva che, a partire dalla emozione della identità viene successivamente a dotarsi di un corpus di idee e valori con connotati pseudo-morali e infine si dichiara anche come scelta di campo politico. 
I molti americani, sovente accomunati dalla appartenenza alle medesime sette religiose, e che votano repubblicano conoscono molto bene questa esperienza ed essa si intensifica in una emozione collettiva e vibrante ogni qualvolta vi sia un pericolo (spesso percepito più che reale) che minacci la nazione, i suoi valori e i suoi miti.

È dagli anni trenta, fra la prima e la seconda guerra mondiale, che gli europei avevano la fortuna di non conoscere più il fenomeno diffuso e massiccio del bisogno di appartenere a una “patria” (a una Nazione sovrana e non riconoscibile come Europa ma come stato nazione storicamente definito: Francia, Italia, Polonia), una nazione che abbia confini sempre meno permeabili, una nazione fatta di cittadini legittimati dalla comunanza di valori cristiani, famigliari, xenofobi, popolari e dunque ostili alle classi dirigenti politiche viste come corrotte e prone alla svendita della sovranità nazionale.

Si tratta di un populismo che ha preso forma compiuta nel fascismo degli anni venti-trenta e che si tende a riprodursi in terreni di cultura propizi.

Si tratta di un populismo che ha preso forma compiuta nel fascismo degli anni venti-trenta e che si tende a riprodursi in terreni di cultura propizi. La Europa post seconda guerra mondiale intrisa di volontà di pacificazione e di ritrovamento della democrazia ha fatto da baluardo alla riproduzione di questo fascismo dal 1945 fino a pochi anni fa.

La Polonia e la Ungheria di oggi si sono decisamente orientate a consolidare un regime dichiaratamente fascista e autoritario, la Francia Lepenista spera (e con qualche chance) di affermarsi sulle rovine della corruzione sarkozysta e dell’ondivago blairismo di Fraçois Holland e del suo primo ministro militarizzato Manuel Valls, l’Italia cui lavora Matteo Salvini è quella che vede riuniti a) i fascisti neri di Allleanza Nazionale (di cui molti vengono dalle file dei picchiatori di borgata o dalle vicende del fascismo veneto), b) l’egoismo rabbioso, grossolano e criptoviolento della cultura leghista del nord c) la cinica corruzione libertina e privatista della banda berlusconiana. 
Sembra che tutti ambiscano a creare movimenti popolari, verbalmente violenti e privi di ogni ratio di governo (Salvini e come lui anche Grillo ritengono Putin uno statista democratico e illuminato, il ritorno alla lira una avveduta politica economica, la chiusura delle frontiere alla manodopera una strategia per aumentare l’occupazione degli italiani: misure che neanche un modesto dittatorino da repubblica delle banane considererebbe come credibili).

Tutti alimentano la violenza verbale (dalle ruspe per sgombrare donne e bambini, ai barconi che si vorrebbero affondati in mezzo al mare, all’allegro compiacimento quando gli immigrati non riescono ad arrivare in terra di immigrazione ma muoiono in itinere, al richiamo a bombardare a tappeto i territori di Daesh).

Tutti alimentano la violenza verbale (dalle ruspe per sgombrare donne e bambini, ai barconi che si vorrebbero affondati in mezzo al mare, all’allegro compiacimento quando gli immigrati non riescono ad arrivare in terra di immigrazione ma muoiono in itinere, al richiamo a bombardare a tappeto i territori di Daesh). Tutti promuovono la retorica delle tradizioni in funzione xenofoba e islamofobica (presepe prima di tutti, insieme alla polenta e ai canti di natale) cancellando per ignoranza ma spesso anche per dolo le vere radici religiose di tali tradizioni che richiamano ai valori di solidarietà e di fratellanza del cristianesimo (tanto da insultare papa e esponenti della chiesa qualora invece che difendere il presepio abbiano l’ardire di promuovere il Vangelo).

Ovviamente le religioni e le culture “altre” sono parte costitutiva e dominante della minaccia alla identità e dunque si promuovono le nuove/vecchie forme di discriminazione: no ai luoghi di culto per i mussulmani (ogni moschea è una caserma di terroristi), no al velo integrale perché cela una potenziale terrorista, sí alla repressione di ogni forma di discriminazione delle donne invocata dall’islam ma indifferenza verso la violenza perpetrata sulle donne dai maschi nostrani, denuncia della violenza potenziale celata in ogni mussulmano ma solidarietà e simpatia verso la violenza dei nostrani che sparano ai ladruncoli stranieri uccidendoli. Se tutte le religione altre sono minacciose non c’è dubbio che vi sia un gradiente: massima pericolosità avvertita per i mussulmani e minima per gli ebrei che grazie alla politica di Israele sono entrati a far parte di diritto dell’Impero del Bene che lotta contro quello del Male.

Ignoranza, violenza, discriminazione, consenso facile sono gli ingredienti di questo assedio che silenzia e isola gli operatori di pace, che irride i promotori di ragionevolezza e i predicatori di tolleranza e fratellanza.

Ignoranza, violenza, discriminazione, consenso facile sono gli ingredienti di questo assedio che silenzia e isola gli operatori di pace, che irride i promotori di ragionevolezza e i predicatori di tolleranza e fratellanza. “Buonismo” è la parola che serve a squalificare ogni azione che protegga e tuteli i più vulnerabili. Dunque diritti acquisiti e legittimi di carcerati, di tossicodipendenti, di immigrati cessano di essere considerati diritti ma diventano pericolose espressioni di buonismo. Essere cattivi (lo disse una volta anche il Presidente della Regione Lombardia Maroni) sarebbe dunque una virtù che contrasta la “mollezza” del buonismo. Così si è convinta la popolazione che non si parla più di certezza del diritto ma di semplici opzioni per la bontà “molle” o la cattiveria rigorosa. Ma la Costituzione non è né molle né dura, né buona né cattiva bensì è la carta del patto fra i cittadini. Ma pochi se lo ricordano, pochi lo sanno e a tutti fa più comodo pensare che la Costituzione e le leggi sono optionals dei buoni.
Tuttavia, tutto quanto fin qui schematicamente descritto non rappresenta che un solo lato del campo sottoposto all’assedio.

Gli assediati — gli operatori di pace, i promotori di ragionevolezza, i predicatori di tolleranza e fratellanza — sono trincerati all’interno di un campo sottoposto a assedio plurimo. Infatti, anche altri sottopongono i difensori indifesi ad un assedio: i violenti e i rappresentanti dei fondamentalismi (e primo e di gran lunga il più minaccioso quello islamico di Daesh) assediano infatti un altro lato lato del campo. 
E assediano con durezza, determinazione, efficacia e soprattutto con totale insensibilità verso ogni forma di umana pietà e più in generale con totale disprezzo verso ogni forma umana dell’umano.

Ecco dunque che l’assedio è duplice ma, a ben guardare, un terzo assedio si sviluppa accanto ai primi due: infatti la guerra ai violenti e ai fondamentalisti viene condotta in forme opache e ambigue da altri violenti che si suppone veglino sulla pace dei nostri territori ma che ahimè fanno anche altro: fanno affari con i supposti nemici e sostengono gli amici dei nemici, occultano i loro affari, manipolano la informazione e ci chiamano alla crociata del bene contro il male. Che quel male sia il male non ne abbiamo alcun dubbio ma molti dubbi nutriamo su quel bene cui i nuovi crociati ci appellano.

E così, siamo sotto assedio o meglio sotto gli assedi. E si assottigliano le forze della ragione, della pace, della virtù e della fratellanza, della solidarietà e della tenerezza dell’umano.

E così, siamo sotto assedio o meglio sotto gli assedi. E si assottigliano le forze della ragione, della pace, della virtù e della fratellanza, della solidarietà e della tenerezza dell’umano. Gli antichi alleati, gli intellettuali della sinistra, non si vedono più in giro sia perché la sinistra è evaporata fra le fumisterie ciniche e retoriche del Partito Democratico (o comunque della sua dirigenza) e quelle miopi delle “altre” sinistre incapaci sia di essere di governo sia di essere di opposizione ossia forse incapaci di essere tout court. Gli intellettuali della sinistra che non c’è più non ci sono e dunque la resistenza ai molteplici assedi è un affare di pochi, dispersi e scarsamente coordinati. Ognuno sa che l’altro c’é da qualche parte ma nessuno sa bene né dove è né su chi contare.

Ecco allora che sorge la domanda: come attraversare questa temperie di assedi e di solitudini? Ecco allora che c’è chi si stanca, chi tradisce, chi continua svogliato, chi continua sempre più settario, che perde il cervello, chi vende il cervello, e chi scappa.

Nella lettera del 21 febbraio 1944 al suo discepolo Eberhard Bethge, Dietrich Bonhoeffer non pone i termini resistenza e resa in alternativa: o resistenza o resa, bensì, li descrive come un continuum di dimensioni compresenti che si avverano di volta in volta, ora l’una ora l’altra senza mai abbandonarci. Dunque, non si tratta né di una resa incondizionata e mortifera nè di una resistenza impossibile e donchisciottesca (proprio all’eroe di Cervantes fa riferimento Bonhoeffer nella stessa lettera). Si tratta di porsi in una postura vigilante ora attiva e ora passiva, ora silenziosa e ora loquace. Si tratta di accettare sí che il male sta prevalendo ma porsi, per non esserne sopraffatti, in quella “privacy non privativa” secondo la felice espressione di Hannah Arendt in “Vita Activa”. Rifugiati in un intimo che tuttavia non ci sottragga al pubblico, in una dinamica fra spazio pubblico e sfera privata che ci protegga senza allontanarci dal mondo.

La nostra azione si deve ora e sempre più concentrare nel piccolo e nel locale e saper rinunciare ad ogni aspirazione di generalizzabilità e di visibilità mediatica; la nostra azione perdere in estensione e rafforzarsi in profondità; il bene diretto fatto ai singoli deve prevalere sul bene indiretto fatto ai molti.

La nostra azione si deve ora e sempre più concentrare nel piccolo e nel locale e saper rinunciare ad ogni aspirazione di generalizzabilità e di visibilità mediatica; la nostra azione perdere in estensione e rafforzarsi in profondità; il bene diretto fatto ai singoli deve prevalere sul bene indiretto fatto ai molti.

A questo restringimento dell’impatto pubblico deve corrispondere uno sviluppo importante del nostro rigore e della nostra inflessibilità morale (il linguaggio dominante chiama oramai moralismo ogni atto morale così come buonismo ogni atto di giustizia).

Dobbiamo accettare la dimensione locale come laboratorio permanente e smetterla di pensarci “significativi” al di là del locale. Arjun Appadurai a proposito del rapporto fra stato nazionale e realtà locali scrive che «la località per il moderno stato nazionale è un sito dedicato alla nostalgia, a celebrazioni e commemorazioni funzionali al modello nazionale, oppure non è altro che una condizione necessaria per la produzione di cittadini nazionali. I vicinati in quanto formazioni sociali sono una fonte di insicurezza per lo stato nazionale perché di solito contengono spazi (più o meno estesi) in cui è possibile che le tecniche del processo nazionale (controllo delle nascite, uniformità linguistica, disciplina economica, efficienza comunicativa e fedeltà politica) non trovino modo di applicarsi o vengano direttamente contestate». C’è da chiedersi se la deep democracy di cui parla Appadurai non rappresenti la dimensione indispensabile alla comprensione dei contesti in cui la nostra azione dovrebbe essere sviluppata:

«La democrazia profonda è la democrazia più prossima, più a portata di mano, la democrazia del quartiere, della comunità, delle relazioni di sangue e dell’amicizia, che si esprime nelle pratiche quotidiane della condivisione delle informazioni, della costruzione delle abitazioni e dei servizi igienici, e del risparmio (visto come base su cui fondare una federazione all’interno di questo network globale… La democrazia profonda è una democrazia pubblica in quanto interiorizzata nella linfa vitale delle comunità locali e divenuta parte, a livello locale, dell’habitus, nel senso reso celebre da Pierre Bourdieu».

I tempi ci impongono vigilanza e silenzio attivo: ossia attenzione al mondo e intercettazione dei nuclei di resistenza che ci circondano e parsimonia nell’azione e intervento pubblico, silenzio attivo, attenzione fluttuante, ascolto. Mi chiedo se le miti e silenziose colombe non debbano prepararsi con pazienza a divenire serpenti.


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