L’immagine satellitare (Deimos2) di Castelluccio di Norcia devastata dalla scossa del 30/10/2016 a poche ore dall’evento, courtesy DeimosImaging, Via @FabPirondini

Aftershock

Qualche pensiero sugli eventi sismici del 2016 nel centro Italia. Prima parte.

Capita quando si scende da una barca o dall’aereo dopo un lungo viaggio, mettendo i piedi sulla terraferma dopo un po’ di tempo: si ha quella strana sensazione come di sospensione, di suolo instabile che ci accompagna per qualche ora.

La stessa sensazione, amplificata, la si prova subito dopo un evento sismico, dopo averlo sperimentato di persona. Non per ore, ma per giorni interi — in alcuni casi per settimane, o mesi — il nostro cervello continua a stare in allerta e ad attivare istantaneamente la nostra attenzione per qualsiasi movimento o vibrazione, pur quasi impercettibile, di quello che è a contatto col nostro corpo: pavimento, sedia, qualsiasi punto d’appoggio. Di solito non siamo così bombardati di sensazioni, anzi: normalmente percepiamo in modo consapevole soltanto una minima parte delle informazioni che arrivano attraverso i sensi da ciò che ci circonda, e si va come in autopilota per tutto il resto. Dopo che si è stati nel mezzo di un terremoto non è più così.

Non è qualcosa di piacevole o semplicemente bizzarro, come quando si atterra dopo un viaggio. È terribilmente coinvolgente. Dopo il terremoto ci si ritrova in balìa di un sofisticato ed ancestrale meccanismo di difesa del nostro sistema di sostentamento più profondo, che ci carica a molla di adrenalina per permetterci di correre in salvo al più presto da un pericolo imminente. Un vero e proprio disturbo da stress post-traumatico che viene continuamente rialimentato in caso di nuove scosse, seppur di lieve entità.

Un disturbo che è un ulteriore dettaglio stonato, un rumore di fondo sovrapposto al turbinìo di pensieri che scorrono in testa nelle ore, nei giorni, nei mesi successivi di completa riorganizzazione della propria vita e di quella di un’intera comunità.

L’ultima domenica di ottobre 2016, alle 7.40 del mattino una violentissima scossa di terremoto ha stravolto definitivamente le vite di migliaia di persone intorno all’Appennino centrale, dopo settimane di eventi sismici senza tregua che hanno messo a durissima prova un vasto territorio da sempre fuori dai riflettori. Altre notevoli scosse di aftershock (come abbiamo imparato a nostre spese si definisce lo sciame sismico) continuano ancora ad infierire, peggiorando ulteriormente una situazione ormai insostenibile.

Trovarsi all’interno di un edificio in quel momento, osservare indifesi uno spazio familiare brutalmente sottoposto ad una sollecitazione anomala che lo deforma e lo scuote in modo incontrollabile emettendo suoni e scricchiolii mai sentiti prima, essere testimoni degli sguardi terrorizzati di chi ci sta vicino è l’esatto opposto di una sensazione piacevole.

Inizia come una spintarella per poi aumentare in forza ed accelerazione e durare decine di interminabili secondi. E alla fine dello scuotimento, mentre tutto ancora si muove ed oscilla, se si ha la fortuna di essere in una costruzione sicura, se si riesce a contattare le persone care che sono nei paraggi ma non fisicamente con noi e ad assicurarsi che stiano bene, se si riesce a verificare sommariamente lo stato della struttura e delle cose che sono all’interno e all’esterno dell’edificio — e man mano che ci si avvicina all’epicentro non è scontato che queste tre condizioni siano tutte soddisfatte, purtroppo — si prova comunque una sensazione di assoluta inermità di fronte all’ineluttabile, un’impotenza agghiacciante rispetto a qualcosa che percepiamo come totalmente al di fuori del nostro umano controllo.

Oltre che gli edifici, o intere città, il terremoto devasta fisicamente e psicologicamente le nostre vite.

Ci fa sentire violati, noi stessi oltre che i nostri spazi, letteralmente in balia degli eventi. Noi abili programmatori delle nostre agende e delle nostre esistenze, in qualche decina di secondi in mezzo alla strada. Nel panico, vestiti così come il sisma ci ha trovati, e con tante certezze in meno rispetto a solo qualche decina di secondi prima.

Con la triste litania degli allarmi vicini e lontani, e le grida di spavento, tutto intorno.

Il cellulare — dopo le mani dei propri cari tra le cose che si cerca di afferrare per prime insieme alle chiavi dell’auto e alla borsa/portafogli prima di scappare in luogo sicuro, se si riesce — non serve per telefonare, le linee di solito sono bloccate, o intasate. Ma se è uno smartphone e internet in qualche modo funziona, diventa fondamentale per cercare notizie e dettagli su quanto accaduto, per sapere dov’è l’epicentro (se è lontano, o se è proprio sotto di noi), o indirettamente capire come stanno i nostri amici e i nostri contatti. E per osservare ancora una volta quella che sta diventando una consuetudine: la nostra curatissima filter bubble — quella finestra obliqua che abbiamo in rete verso l’universo dei nostri interessi e dei nostri contatti — si riempie in pochi minuti di pseudonotizie, valutazioni estemporanee e ancor peggio di lanci d’agenzia e breaking news che su quelle, almeno nell’immediato, sembrano fare acritico affidamento pur di stare sul pezzo.

I social media sono così: in tanti nell’epoca della disintermediazione si sentono in dovere di commentare a caldo, di analizzare l’accaduto in modo apparentemente lucido ed argomentato, pur senza avere a disposizione nulla di concreto se non fonti discutibili e i propri parzialissimi e tutt’altro che oggettivi criteri di giudizio, magari annebbiati da un malcelato stato di panico.

E mentre si cerca di ottenere dalla rete informazioni e dati certi — per i quali fisiologicamente, nonostante la nostra comprensibile urgenza di sapere e capire, c’è bisogno di qualche minuto di decantazione e verifica prima di essere divulgati — tra gli esternatori compulsivi spuntano i soliti o nuovi idioti a sparare a raffica congetture o conclusioni senza costrutto, così, tanto per condividere una minchiata purchessia.

E così ci ritroviamo a leggere di complotti sulla magnitudo, di sindaci che hanno parlato troppo presto sulla buona ricostruzione dei loro borghi, della consequenzialità delle scosse con l’avvicinamento tra chiesa cattolica e luterana (non è una battuta) o con le unioni civili (e neanche questa purtroppo), di centri per ospitare gli immigrati che assorbono risorse che potrebbero essere utilizzate per la ricostruzione (prima gli Italiani!), magari da cumulare col jackpot del Superenalotto e i tagli agli stipendi dei parlamentari e della Ka$ta che ci opprime.

Ecco.

Ammetto che è un’ingenuità, che forse dovrei cercare le informazioni altrove e non sui social (sebbene Twitter in questo sia molto più affidabile di Facebook), ma spesso Ansa, Repubblica o il Corriere o Reuters arrivano sulle notizie di questo tipo troppo tardi e per interposta fonte, come accadde la notte del 24 agosto con la primissima scossa inaugurale di questa nuova fase della vita di decine di migliaia di persone. Per cui è fin troppo semplice accontentarsi di quello che passa la bacheca, che in certi casi è comunque meglio che niente.

Ma credo sia opportuno, di fronte all’orgia di imprecisioni divulgate dai media nei giorni scorsi, mettere in fila dall’interno del cratere alcune riflessioni, se possibile basate su fatti dimostrabili. Un modo come un altro per cercare di elaborare questo disastro.

(continua…)

>>> Seconda parte: Earthquake for dummies