Earthquake for dummies.

Qualche pensiero sugli eventi sismici del 2016 nel centro Italia. Seconda parte.

Fatalità. Destino. Il mostro sotterraneo e subdolo.

Sebbene a volte ce la raccontiamo così, nel vedere tanto capitale umano e materiale inevitabilmente compromesso, una sofferenza insostenibile generata da motivi apparentemente inspiegabili, dovremmo convincerci di questo, una volta per tutte:

Il terremoto non è un mostro.

E in Italia (così come in Giappone, o in Cile, o a ridosso dell’Himalaya) è tutt’altro che un’anomalia.

L’Italia è un Paese particolare, anche dal punto di vista geografico: una striscia stretta e lunga di territorio circondato su tre lati dal mare, con gli Appennini e le Alpi formati per orogenesi proprio dal movimento di opposte masse tettoniche in corso da milioni di anni. Queste traslazioni non avvengono su binari, non scorrono liscie come seta: nel contatto e nel contrasto tra strati immensi di materiale roccioso in movimento reciproco si creano progressivamente tensioni ed attriti lungo le faglie che, una volta rilasciati, creano gli eventi sismici. Non è affascinante come la narrazione di mostri ipogei che si risvegliano, ma è così che funziona.

Carta sismica d’Italia, 1900. Sì, le zone pericolose sono più o meno le stesse di oggi. No, non era colpa del fracking. (courtesy Dott. Geol. Andrea Dignani, Camerino — via @FabioRenz )

Gran parte del territorio italiano è il risultato di queste azioni, e gran parte del territorio italiano — e la fascia appenninica in modo particolare — continua ad essere trasformato, centimetro dopo centimetro ogni anno, da queste stesse azioni. Per questo motivo poche regioni italiane possono ritenersi davvero al sicuro da eventi sismici, che altro non sono che processi naturali attraverso cui si generano, in milioni di anni di microspostamenti e fratture successive, i paesaggi che amiamo e in cui siamo cresciuti o viviamo.

Noi uomini, a queste scale di dimensioni continentali e di tempi geologici, rappresentiamo dei dettagli trascurabili, piccoli parassiti senzienti che si ostinano a sopravvivere sulla crosta esterna di un complesso sistema dinamico che intuiamo solo da pochi decenni, e solo fino a un certo punto.

Meanwhile in Japan…

In un mondo perfetto, da queste parti i sismi di per sé non dovrebbero costituire un dramma, in territori come il nostro rappresentano la prassi da millenni.

È invece un dramma, oggi che abbiamo strumenti per ricordare ed analizzare cosa è successo in passato e per trarne delle lezioni di buona pratica, il modo in cui ancora troppo spesso ci ostiniamo a realizzare i nuovi edifici, e ad adeguare quelli storici.

È un dramma, nell’Italia che vanta i più avanzati studi su questo argomento e che ha ideato le teorie e pratiche più raffinate di tecnica antisismica delle costruzioni, l’ignoranza generalista delle maniere in cui funzionano le costruzioni esistenti o malamente restaurate e i rispettivi (e prevedibili) meccanismi di danno se sottoposte a queste sollecitazioni. È un dramma di irresponsabilità il modo in cui vengono eseguiti tanti interventi nell’edilizia storica e monumentale — che spesso ospita funzioni di carattere pubblico ed è perciò soggetta a riempirsi di ignare persone — per cui ci si accontenta di imbellettamenti e ripristini superficiali anziché affinare o, se non ne siamo capaci, studiare da chi ne sa più di noi le maniere più adatte di intervento. Maniere peraltro sperimentate da secoli negli edifici (o, purtroppo, nelle parti di edifici) che hanno resistito al peggio comportandosi egregiamente attraverso sismi notevoli.

Per cui: il problema dei morti di terremoto a ben guardare siamo proprio noi.

Noi chi?

Non noi nel senso auto-assolutorio di uomo generico, o le multinazionali o il gruppo Bildeberg a causare i sismi, magari con le trivellazioni — quelle effettuate in Italia agiscono sui complessi processi di orogenesi come l’agopuntura su un rinoceronte — o peggio il fantomatico fracking, che ancora non si è visto nel Belpaese semplicemente perché sarebbe diseconomico. Mi riferisco a noi cittadini, e noi tecnici incaricati dai cittadini, perché in un’area storicamente ritenuta a rischio sismico non realizziamo i nostri edifici con criterio e in sicurezza, e non pretendiamo che si garantisca con norme adeguate che lo facciano tutti, indistintamente, nel nuovo e nei restauri.

Perché un edificio con caratteristiche antisismiche potrà danneggiarsi, ma permette di uscirne incolumi in un tempo ragionevole dopo una scossa. Mentre morire di terremoto nel 2016 non è più accettabile.

Ed è come se alla fine di un giallo scoprissimo che il colpevole era sotto i nostri occhi fin dal primo capitolo. Se siamo curiosi, è il momento in cui ricominciamo il libro daccapo per capirne i meccanismi.

(continua…)

<<< Prima parte: Aftershock

>>> Terza parte: Vivere e (non) morire sulla faglia