Finiamo di leggere la storia, poi beviamo il tè col latte

Riccardo Coni
Oct 17, 2020 · 6 min read

Nei pomeriggi del primo autunno della seconda elementare, Carlo passava quasi tutti i suoi pomeriggi da sua nonna Raffaella: suo papà era sempre in ufficio e tornava come minimo alle sette, sei e mezza quando andava bene; mentre sua mamma, sebbene incinta di pochi mesi, aveva un’agenda fitta di colloqui nel suo studio di psicoterapeuta, poco distante da dove abitava sua suocera.

La scuola finiva alle tre, e nonna Raffaella andava a prendere Carlo fuori dalla scuola primaria nelle viuzzole fitte della zona tra l’ospedale civile e il Santo in bicicletta: il fisico riusciva ancora a reggere per portare un bambino di ormai quasi trenta chili dietro di sé.

Carlo non era né euforico né disperato che dovesse passare ogni pomeriggio della sua vita con sua nonna Raffaella: sapeva semplicemente che era così, e poteva essere solo così. Di certo da lei non poteva giocare a Brawl Stars sull’iPad, o a Fortnite e Super Mario sulla Nintendo Switch. Per quello sapeva che doveva aspettare di tornare a casa e aveva un’oretta scarsa per farlo prima della cena, oppure se andava bene ci scappava una partitella a Super Mario Party con il papà.

La nonna Raffaella abitava in un appartamento di 160 metri quadri ristrutturato, in un palazzo di vecchia costruzione ai limiti del centro storico di Padova, nella zona vicina a Piazza Mazzini. Ci aveva abitato per tutta la sua vita da sposa, finché il marito non era venuto a mancare dieci anni prima. Carlo non lo aveva mai conosciuto. La casa era confortevole e Carlo si trovava a suo agio, aveva dei bellissimi ricordi di quando correva su e giù per i corridoi in mezzo ai mobili antichi, e la nonna giocava a rincorrerlo ma non riusciva mai ad acchiapparlo.

In quella casa non c’era il wi-fi, a malapena una tv che stonava parecchio in soggiorno, né alcun dispositivo digitale, a parte lo smartphone che il papà aveva regalato alla nonna perché si era stufato di scriverle sms e almeno poteva comunicare con lei su WhatsApp. Nonna Raffaella abitava in quell’appartamento da sola, ed era il suo regno incontrastato, che poteva essere turbato solo dal suo nipote prediletto, libero di fare qualunque cosa a patto di limitarsi all’analogico e fare finta per qualche ora di vivere negli anni cinquanta.

Insieme, comunque, stavano benissimo, e avevano un’intesa stupenda: la nonna, in particolare, amava leggere a Carlo ogni pomeriggio qualcosa, in attesa che lui potesse imparare a leggere in autonomia: non solo favole e fiabe classiche, i classici Disney e qualsiasi libro che l’umanità conoscesse adatto a bambini della fascia d’età 3–6 anni, ma anche storie che a lui sembravano ancora più affascinanti e coinvolgenti che la nonna leggeva da fogli volanti e spiegazzati scritti a mano in una grafia ordinata e chiara, sebbene con qualche sbavatura e correzione ogni tanto. Storie che raccontavano di scenari esotici in Paesi lontani, dove i bambini erano coraggiosi, virtuosi e altruisti, e gli adulti li lasciavano fare senza costrizioni — altro che le serie che si guardava su Netflix, pensava — , storie interattive, in cui la nonna a un certo punto si fermava a e chiedeva a Carlo come voleva procedere nella storia, e si sentiva davvero protagonista, come se stesse creando qualcosa di nuovo e originale insieme a lei; storie di collaborazione tra bambini, bambine, uomini e donne, unione, rispetto e tolleranza. Storie che rendevano quelle tre ore speciali, e che tutto sommato compensavano grandissimamente l’assenza di iPad e Nintendo Switch.

Poi arrivava l’ora sacra: alle cinque in punto, Nonna Raffaella si fermava dalla lettura, e metteva su il pentolino di acqua a bollire. Carlo veniva lasciato in sospeso, quel giorno stava finendo di scoprire cosa era successo a Wan, il protagonista della sua storia interattiva, dopo che aveva scelto di farlo proseguire su per la montagna invece di riscendere a valle, andato alla ricerca di un antico tesoro di famiglia insieme alla sorellina Wun. Ma sapeva che la nonna ne voleva sapere, per nulla al mondo: alle cinque, qualsiasi cosa si stesse facendo in quel momento, bisognava prendersi una pausa e bere con calma una tazza di tè con latte.

Carlo si faceva dare il tè, gli andava bene (anche se avrebbe preferito una tazza di latte con Nesquik), ma non riusciva proprio a sopportarlo con il latte; gli sembrava due cose che stonavano: il tè era acqua sporca con l’infusione di un qualcosa, il latte più denso, concentrato e gustoso. Non riusciva a trovare alcuna ragione per questa combinazione. Sua nonna gli rispondeva che era proprio la diversità tra tè e latte a renderli perfetti insieme — esattamente come lei e suo marito, sottolineava poi spesso: lei aperta, liscia e diluita, come il tè, lui concentrato, duro, testardo, come il latte. Ma insieme erano la coppia perfetta, concludeva ogni volta che raccontava questa cosa.

Nonna Raffaella posò sul tavolo due tazze con acqua bollente e l’infusore con dentro il tè; accanto una piccola brocca di latte freddo. Fece per versarlo in una tazza, poi nell’altra; Carlo la fermò subito, lei ci rinunciò.

“Ah Carlo, non vuoi ancora provare il tè con il latte?”

“No no. Mi torni a leggere come finisce la storia di Wan?”

“Dopo. Adesso gustiamoci questo momento.”

“Uff. Posso guardare la tv almeno? Mi annoio mentre beviamo il tè.”

“Assolutamente no. Però facciamo che ti racconto un’altra storia.”

Carlo fece un’espressione di sorpresa, poi disse: “Ti ricordi a memoria la storia di Wan? Sì sì!”

“No, è un’altra storia.” — iniziò la nonna. “E parla proprio del tè col latte”.

“Non mi convincerai mai”, ribatté Carlo.

“In Asia, specie in Cina, la cultura sociale dei Paesi è molto distante da ciò a cui siamo abituati a noi. Vivono in società in cui hanno delle regole molto rigide e severe, quasi dittatoriali. Le persone sono controllate in ogni cosa che fanno, I giovani hanno grandissime pressioni per performare al meglio nello studio e nel lavoro, per eccellere in campo internazionale e superare gli Stati Uniti, e il governo può persino decidere la sorte delle famiglie, fino a far rinunciare loro ad avere un secondo figlio. È come se Wun non avesse sua sorella Wan, capisci? E come se tu non potessi avere il tuo fratellino o sorellina che sta arrivando.”

Carlo annuì sempre più catturato da questa storia, sebbene capisse un quarto delle parole pronunciate. Ma lo sguardo illuminato e il tono persuasivo delle parole di Nonna Raffaella avevano fatto presa.

“Ma per fortuna c’è qualcuno che sta provando a cambiare le cose” riprese la nonna. “Da qualche mese a Hong Kong, una regione speciale della Cina, e a Bangkok, in Thailandia, un altro stato lì vicino, molti giovani protestano pacificamente verso il governo oppressore, perché vogliono la democrazia. Vogliono una società dove il rispetto dell’altro e la tolleranza di ogni forma libera di pensiero sia accettata. Ed è così anche a Taiwan, un’isola poco lontana dalla Cina, che sebbene sia nominalmente una democrazia ha ancora grandissimo controllo da parte della Cina che non la riconosce. E tutti questi giovani che protestano hanno iniziato ad usare un simbolo di alleanza, per unire le loro voci di protesta contro la Cina. Sai come l’hanno chiamata?”

“Uh uh”, negò Carlo, rapito e con gli occhi fissi su sua nonna.

“L’hanno chiamata milk tea alliance. L’alleanza del tè col latte.”

“Ma quindi il tè con il latte non lo bevi solo tu!”

“No, il tè col latte è una bevanda tipica di Hong Kong, Thailandia e Taiwan, sebbene con ricette leggermente diverse… a Taiwan fanno il bubble tea, quello che c’è anche qui in quel negozietto in Via Roma, che una volta avevo provato a farti assaggiare, ti ricordi? In Cina, invece, bevono il tè senza latte. Quindi, il tè col latte è un simbolo, è un simbolo di desiderio di democrazia.”

Carlo ci pensò, posò gli occhi sul tavolo. Di sicuro pensava a Wun e Wan e al suo fratellino o sorellina, non voleva che qualcuno facesse loro del male. Doveva sacrificarsi e bere il tè col latte per dimostrarlo?

Poi disse: “va bene, fammi assaggiare il tè col latte.”

La nonna sorrise, e gli versò del latte nella sua tazza di tè. “Vai, provalo”, lo invitò.

Carlo iniziò a sorseggiarlo e ne bevve qualche millilitro, poi lo sputò sul tavolo.

“Bleah! A me il tè col latte fa schifo!”

Spunti di Vista

Visioni Veloci di due Amici

Spunti di Vista

Spunti di Vista nasce da 2 righe estemporanee su Whatsapp. Prendiamo una parola al giorno da https://unaparolaalgiorno.it/, ci scriviamo un breve pensiero e vediamo cosa ne esce. That’s it. Noi siamo Riccardo e Michele.

Riccardo Coni

Written by

Vivo grazie a: parole, marketing, rock, junk food 🍔🍟, serie tv, Edoardo e Laura ❤️

Spunti di Vista

Spunti di Vista nasce da 2 righe estemporanee su Whatsapp. Prendiamo una parola al giorno da https://unaparolaalgiorno.it/, ci scriviamo un breve pensiero e vediamo cosa ne esce. That’s it. Noi siamo Riccardo e Michele.