La prima volta che sono stato al “Pentagramma”

Riccardo Coni
Oct 25, 2020 · 5 min read

La mia iniziazione musicale non fu delle migliori. In camera di mia sorella, significativamente più grande di me, c’era sì uno stereo hi-fi della Sony che mi sembrava pazzesco, e lo era, e in soggiorno c’era addirittura un vecchio giradischi della Technics (che decenni dopo mi sarebbe tornato tanto utile, invece di spendere centinaia di euro per un nuovo giradischi come è stato). A mancare, però, erano i dischi. Mia sorella aveva qualche CD di Vasco Rossi, di Michael Jackson e di Madonna, mio padre aveva The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd e il primo LP dei Dire Straits, ma nessuno li ascoltava così spesso — erano gli anni dove a rubare la nostra attenzione c’era solo la televisione, perennemente sintonizzata sulle reti Mediaset — e i vinili stavano già prendendo polvere in garage.

Da undicenne ignaro di tutto ciò che la storia della musica moderna mi stava nascondendo, mi rifugiavo su MTV: passai la primavera e l’estate del 1999 ad ascoltarla perennemente, diverse ore al giorno, come sottofondo continuo. Le canzoni che giravano erano sempre le stesse, e quelle che mi ricordo di più sono Californication dei Red Hot Chili Peppers e Baby One More Time di Britney Spears, mannaggia a lei e a me.

La musica qualcosa mi diceva, ma mi sentivo limitato e non sapevo cos’altro ascoltare, perché Michael Jackson e Madonna non mi piacevano, l’album dei Pink Floyd era troppo di difficile ascolto, in quello dei Dire Straits c’era troppa chitarra e io alla ricerca di melodie e di parole. Così optai per Vasco Rossi: Fronte del Palco e Gli Spari Sopra diventarono i miei principali ascolti, ancora prima dei download degli mp3 illegali su Napster e su eMule da ascoltare con Winamp, e ben prima degli iPod, che sarebbero arrivati solo qualche anno dopo.

Nel settembre del 1999 iniziavo la prima media. Una delle nuove materie era “Educazione Musicale”, e mi sembrava una grandissima ventata di novità per un undicenne sempre più confuso su cosa ci stessimo facendo davvero, qua. Nel materiale scolastico, ci indicarono di comprare dei quaderni di musica particolari, dove avremmo potuto scrivere la musica. Le righe si chiamavano “pentagramma”, e sopra non andavano scritte lettere o cifre o simboli, ma note musicali. Uno dei primi giorni di scuola, c’era musica, ma il professore non ci fece usare subito questo quaderno; ci spiegò, però, come andava usato alla fine della lezione, e mi resi conto che mia mamma si era sbagliata a comprare il quaderno, perché mi aveva preso i righi impostati sulla chiave di basso invece che sulla chiave di violino, come voleva il professor Faenzi. Il quaderno ci sarebbe servito il giorno dopo, e a me serviva quello corretto.

Mia mamma non poteva fermarsi in cartoleria quel pomeriggio per ovviare alla sua disattenzione, così a mia sorella venne in mente che vicino a casa c’era un negozio di musica dove avrei potuto trovare i miei pentagrammi corretti. Mi accompagnò lei stessa, poche ore dopo. Mi aspettavo un negozio di strumenti musicali, e invece era un negozio dove si vendeva musica: CD, musicassette, vinili, poster, libri, videocassette di concerti o documentari musicali. Il negozio si chiamava “Pentagramma”: sulla vetrina c’erano tappezzati decine e decine di album o singoli con le copertine variegate e colorate e i font strani: si andava da nomi come “Nirvana” a “The Doors” o “The Who”, “The Kinks”, “Bruce Springsteen”, “King Crimson” o “Deep Purple”. Vicino alla porta un cartonato recitava “BRITISH HEAVYWEIGHT CHAMPIONSHIPS: BLUR VS OASIS”, a sinistra c’era un ragazzotto biondo che sembrava drogato, a destra un tizio coi capelli lunghi e gli occhiali da sole squadrati. Solo anni dopo scoprii che era la riproduzione di una storica copertina dell’NME dell’agosto 1995, rivista settimanale inglese cult per gli amanti della musica indie rock: per tutta la mia adolescenza quello stesso cartonato campeggiò in camera mia, ma non lo avevo di certo comprato quel giorno di settembre 1999.

Entrammo nel negozio e mia sorella chiese al ragazzo al banco se avevano dei pentagrammi, mentre andava una musica rock che si prolungava su un assolo di chitarra a volume altissimo. Il tizio aveva gli occhi chiusi e stava mimando l’assolo di chitarra, stringeva le labbra e canticchiava le note con uno strano vociare acuto; mia sorella, comprensiva, non ripeté la sua domanda, si immerse anche lei nell’assolo. Mi misi ad ascoltare anch’io, le note dell’assolo di chitarra erano altissime e psichedeliche, uno poteva entrarci dentro e non uscirci più, volendo. Il banconiere si rese conto di non essere da solo, aprì gli occhi, mi guardò e disse “Jimi Hendrix. Live at Woodstock, 18 agosto 1969. Trent’anni fa, ma l’album è appena uscito. Pazzesco.”

“Sì, ma noi cerchiamo dei pentagrammi”, disse mia sorella.

“Eh, di certo questa musica non la puoi scrivere su un pentagramma”, rispose il tipo, mentre si spostava di qualche passo per prenderci ciò che ci serviva. “Immagino che questo quaderno serve al ragazzo qui, vero?”

Entrambi facemmo un cenno affermativo, senza parlare.

“Bene, allora ti servono i righi con la chiave di sol. Quindi inizi musica a scuola, eh… Non credere a chi ti dice che la musica è quella che ti insegnano lì. La musica vera è questa che stai ascoltando. Voodoo Child, Purple Haze, Hey Joe. Istinto, talento puro, passione… libertà. Annusa la libertà, ragazzo. Ascoltala Tieni, questo te lo presto.” mi porse l’album dal vivo di Jimi Hendrix. “Sono sicuro che non è l’ultima volta che ci vediamo”

Bill diventò il mio mentore musicale, per gli anni a venire, e aveva ragione: forse non da subito, ma con sempre più gradualità andai nel suo negozio. Non necessariamente per comprare, ma anche solo per scoprire e ascoltare un po’ di musica nuova oppure anche solo le sue storie, era meglio di un’enciclopedia della musica rock.

“Pentagramma” di Bill resiste ancora, vent’anni dopo, nonostante Spotify e un mercato della musica completamente stravolto. Perché la vera passione innesca nuova passione, perché come diceva la canzone di uno di quelli che nel 1999 stavano in vetrina, “You can’t start a fire without a spark”, e al Pentagramma le scintille non smetteranno mai di esserci.

Photo by Caleb Woods on Unsplash

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