Canta

Jacopo Giorgi
Jan 19, 2019 · 5 min read

Jack in. Elettricità che scorre. Led che si accendono.

Damon alza lo sguardo verso il gruppo e gli basta un cenno del capo.

One, two, three, four.

Appoggia le mani sul piano e attacca: accordi semplici che paiono salire dal basso, ma che martellano con urgenza, un maglio che cala sul ferro caldo. Graham si fa vivo con un giro di chitarra che viene su come fumo da sotto la porta, poi invade ogni angolo del parco che si stende davanti a loro a perdita d’occhio. Adesso tocca alla voce. Damon fa partire un lamento che ha il gusto del dolore puro, quello che senti sulla lingua quando agogni un pianto consolatorio.

Una silhouette femminile attraversa furtiva il suo cono visivo, un’ombra o poco più. Si gira di scatto, ma non la trova. Prova ad allungare il collo oltre il backstage, niente neanche lì.

Canta per me, per favore, canta.

Damon sente qualcosa, ma quella non è più la sua voce, non riconosce più neppure le strofe scritte anni prima. Le mani si irrigidiscono, le dita sono di legno. I suoi accordi si fanno pugni sulla tastiera, la melodia si distorce. La testa si svuota per riempirsi di qualcosa che non è più il presente.

Canta per me, ti prego, canta, Damon.

Gli tornano in mente Justine e le sue notti impazzite, i giorni trascorsi a rincorrersi e a tentare di non cercarsi. La violenza che stava dietro ai silenzi e agli sguardi imbarazzati. Le chiamate dall’altro capo del mondo che cadevano nel vuoto. La manipolazione che anticipava il ritorno, ma che lasciava sempre l’amaro in bocca.

Damon prova a riprendersi. Si ripete che loro sono una band. Loro sono quella band e il catino di Hyde Park li attende quella sera. Il loro nome è sul cartellone del concerto. Sold out, dice, sold out!

Istintivamente distende un po’ le dita sui tasti, ma così facendo finisce per perdere il ritmo del brano. La sua voce si strozza. La musica si ferma.

“Tutto a posto, amico?” Graham gli si mette vicino. Senza sedersi si è appollaiato a terra reggendo tra le gambe la chitarra ancora collegata all’amplificatore.

Una volta di fianco a Damon, Graham si accorge che il compagno ansima.

“Ehi, dico a te. Ti senti bene?”

“Sì, sì, sto bene.” Ora respira profondo. La schiena si alza e si abbassa sotto lo sguardo dell’amico. “E’ solo che, ecco, ho visto qualcosa e per un istante tutto è tornato a farsi presente.”

Canta, ti dico. Perché ormai sono indifferente a tutto, sono fredda. Cloroformizzata.

Quando Damon aveva conosciuto Justine aveva visto una fiammella in fondo a quelle iridi d’ebano che sembravano cercare qualcosa nel buio. Forse era stato proprio quel bagliore esile, ma palpabile a rendergli tutto illogicamente possibile. Damon non poteva sapere che Justine aveva incontrato la strega assassina, quella che ti fa sognare come non avevi mai pensato fosse possibile, che ti fa pensare che il sesso e perfino l’amore siano solo passatempi per bambini. Quella che ti dice da subito che lei non ti abbandonerà, mai.

Poi, una sera, tornati da una festa al Groucho Club, Justine e Damon si erano addormentati abbracciati. Nei loro occhi assonnati regnavano lo splendore e la sorpresa delle prime volte. Quando Damon aprì le palpebre si accorse a malapena che Justine non era più nel letto. Allora si era girato verso la sveglia analogica. Diceva 4:54.

Oltre il finestrone trasparivano i primi contorni del mondo. Una pioggia acida continuava a venir giù da un cielo post-nucleare. Aldilà del sentiero lungo Regent’s Canal, si ergevano i grattacieli della City, poi l’estremo East London con le sue ciminiere, solitarie come amanti esiliati. Dopo tre secondi era tornato a girarsi verso il centro del letto, trovandovi solo lenzuola disfatte. Non poteva saperlo, ma negli anni a venire l’assenza di Justine sarebbe divenuta l’unica cosa presente nella sua vita.

Damon notò che la luce del bagno era accesa. C’era silenzio. Gli occhi si chiusero di nuovo e Damon tornò a correre libero nei prati della fase rem.

La canzone gli era apparsa anni prima in un altro sogno che poteva sembrare premonitore. C’era un cerbiatto che si accasciava in una radura, come trafitto da una musica paradisiaca. Allora si era alzato nel pieno della notte per sedersi alla tastiera e mettere giù delle note scarabocchiate. Ora, però, il sogno tornava a colpirlo come un pugno al basso ventre. Ancora il cerbiatto, agonizzante.

Aprì le palpebre di scatto. Una nuova occhiata alla sveglia: 6:15 sul quadrante.

La luce del bagno era ancora accesa, la porta chiusa.

Canta, canta per me. Ti prego, canta.

Ma che valore ha? Se il piccolo, quello che hai dentro, è morto per sempre.

Damon trovò la forza di mettere i piedi fuori dal letto e di alzarsi sulle gambe. Raggiunse la porta e sentì il freddo della manopola riempirgli il palmo. Dopo averla girata un neon lo investì come una luce celestiale. Era tornata la strega, quella che ti prende per mano e poi ti piglia un punto preciso tra il braccio e l’avambraccio, ci dà un paio di colpetti con due dita e zac… ti toglie ogni desiderio.

Justine era seduta per terra, un po’ scomposta , l’ago e il laccio poco lontani, il cucchiaino poco più in là. L’iride non cercava più, lo sguardo era puntato su un pianeta noto solo a lei. Non gli ci volle molto a capirlo: il cerbiatto era intrappolato lì dentro e l’unico modo di salvarlo era raggiungerlo. Damon si sedette di fianco a lei, raccolse la carta stagnola sul pavimento e l’aprì. Senza neppure doverlo decidere, fece l’unica cosa che avrebbe potuto portarlo lì dove ora si trovava Justine.

Si presero per mano calandosi verso un punto invisibile, molte spanne più giù delle loro coscienze, bramando una leggiadria ed un piacere che il mondo là fuori, quello solido e piovoso, non poteva regalare loro. Poi Damon sentì Justine allentare la presa per scivolare lontano da lui e scendere ancora più a fondo. La vide svanire in quell’acquoso universo scuro, mentre l’affanno del suo rincorrerla si stingeva come un antico ricordo.

One, two, three, four. Cori a sfumare.

Jack out. Led spenti.

‘Stella Maris’ di Jacopo Giorgi

Solo storie pescate fresche

    Jacopo Giorgi

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    Qui scrivo storie. Che poi, stringi stringi, vuol dire parlare di due o tre cose della vita. E magari trovarci un senso.

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