Il quartiere dove nascono gli angeli

Jacopo Giorgi
Mar 3, 2019 · 9 min read

Cheik si toglie il casco e si massaggia la faccia. La barba punge sotto le dita. E’ ancora presto e l’aria fredda sulle guance a quest’ora non è proprio un bentornato. Poco male, si dice, si scalderà camminando. Risalirà le vie del quartiere, fino alla Place des 13 Cantons. Vuole annusare gli odori del quartiere, far caso alla voce della strada. Magari troverà qualche vecchia scritta lungo il cammino, una di quelle che lui e Nacer facevano con lo spray. Vuole che quel posto gli parli ancora, che si ricordi di loro due.

Lo scooter stamattina lo lascia giù, vicino alla Mairie. Lui e Nacer, da bambini, in quel posto ci facevano le corse.

“A chi arriva prima all’Eglise de Saint Laurent?” Bastava dire così.

Come alza gli occhi dal manubrio, però, Cheik vacilla. Poi lo riconosce, il Vieux Port, il consolatore di tutti i suoi pianti. E’ un po’ come se l’avesse riempita lui quell’insenatura, con tutte le lacrime che ha versato da quelle parti.

Come la volta in cui mamma gli aveva detto che papà se ne andava, wallahi.

“Lo stanno rimpatriando, Cheik.” Così.

Lui non capiva.

“Se ne torna a Dakar”, aveva spiegato.

La sua mente era subito corsa a tutte le volte che papà lo aveva preso a cinghiate. Come quando si era messo a ballare in mezzo alle donne al matrimonio della zia. O quella volta che lo aveva trovato con le scarpe di sua sorella addosso.

“Come se ne va a Dakar? Noi siamo di Marsiglia.”

Una cosa così aveva detto Cheik. E aveva pianto perché un papà lo voleva. Però anche perché quel papà lì forse riusciva a toglierselo di torno.

Infatti, alla fine, mamma si era trovata sola e papà lo sentivano solo per Ramadan. Loro, però, a quel punto se n’erano dovuti andare dal Vieux Panier perché non c’era più nessuno a pagare l’affitto.

E allora gli era toccato salutare Nacer.

L’avrebbe rivisto anni dopo, ma, a quel punto, era un’altra storia.

Si lascia il porto alle spalle e imbocca Rue Henri Tasso. Due arabi si fanno una canna appoggiati al colonnato. Uno lo saluta con un sorriso sdentato: gli dice qualcosa, ma Cheik non sente.

“Tutto a posto, insh’allah” dice solo.

Lo riconoscono.

“Vai ai 13 Cantons?”

“Sì, devo vedere un’amica.” Fare il nome di Hélène vorrebbe dire spiegare.

Imbocca la viuzza che lo porterà alla Rue des Accoules, ma si gira ancora verso il mare. Il sole si alza dietro al Pharo iniziando la curva che da millenni trasforma quella città in un miracolo e il Vieux Panier sembra d’oro. Come quella sera. Saay!

Sale un altro po’ ed è in Place des Moulins. E’ deserta, ma a Cheik passano davanti agli occhi pomeriggi interi in cui si giocava a calcio finché non faceva buio. A giocare ci andava perché così voleva papà, ma soprattutto perché lì avrebbe rincontrato Nacer.

Ed è stato nella Place des Moulins che è successo, quindici anni dopo. A calcio non ci giocavano più, ma un motivo per vedersi, lontani dagli sguardi, ce l’avevano. Anche quella sera tirava un vento freddo, ma non importava.


Sono passati tre mesi. E’ la prima volta che Hélène torna nel quartiere di Nacer. Ricorda che le prime volte che ci veniva gli sguardi della gente la facevano sentire nuda. Era come se le dicessero che, se una ragazza “come lei” veniva a farsi un giro al Vieux Panier, era solo per sentirsi diversa. Alla moda. E che ci rimaneva solo finché non si era tolta lo sfizio. Forse era per com’era vestita, o perché disponeva di più aggettivi di loro per descrivere le cose. Non gli doveva essere capitato spesso d’incontrare una che lavorava per La Provence.

Eppure, si diceva sempre, veniva anche lei da uno dei quartieri del porto. Da bambina viveva a Noailles. Che a passarci, a volte, pareva di essersi persi per le vie di Tangeri o di Tunisi o di Casablanca.

Quando stava lì papà la mattina la portava alla pasticceria in Rue de Fourier. Lui si prendeva un caffè mentre lei si mangiava una Chebakia che il signor Mohammed le serviva su un piattino intarsiato. Poi papà l’accompagnava a scuola e lui scendeva giù per Rue d’Aubagne fino al negozio dove lavorava. Lui le ricordava sempre che era una delle più vecchie chincaglierie di Marsiglia. Quella parola. Chincaglieria. Aveva un suono magico. A lei, in realtà, degli oggetti per la casa allora non importava nulla. Quel che le interessava era il piano di sopra, quello dei giocattoli.

Una volta ci aveva portato Nacer. E, se si concentra, riesce ancora a rivedere il negozio attraverso i suoi occhi. C’erano le palle di vetro “che a girarle viene giù la neve”. Le biglie con i bozzi, “così, se sbagli, puoi sempre dire che non è colpa tua.” Oggi però l’occhio si sofferma su delle vecchie bambole. Se ne stanno lì, su una mensola, corpi di bimbi nudi. Sono ferme, come in un’istantanea. Non sembrano conoscere il pudore, ma neanche queste sono parole sue. Nacer lo ripeteva spesso: “se non sapessimo cos’è la vergogna forse saremmo persone migliori.”

“Cosa vuoi dire?” gli aveva chiesto una volta.

“Pensaci, io non avrei problemi a presentarti a casa, per esempio.”

“Ma prima o poi ti tocca, lo sai, no?”

Lui aveva sorriso, in quel modo che Hélène faceva sempre fatica a interpretare. E la faceva anche un po’ incazzare.

Hélène ora imbocca il tratto finale della Canebière e arriva alla ruota panoramica. Una foresta di alberi e vele ondeggia sulle imbarcazioni ormeggiate. Fa qualche passo e trova un teatro delle marionette e un tipo che suona l’organetto. Si contendono una clientela di bambini e genitori. Non può fare a meno di pensare che anche a lui sarebbe piaciuto. Che avrebbe potuto essere un buon papà. Si accarezza la pancia con entrambe le mani, quasi la sostiene.

“Non ci posso credere.” Aveva reagito così quando gliel’avevo detto.

Poi aveva socchiuso le labbra facendo spuntare gli zigomi. E Hélène, anche quella volta, aveva studiato il suo stupore, più per abitudine che altro.

“Beh, farai meglio a crederci” aveva aggiunto lei.

Lui aveva continuato a sorridere, ma quella volta Hélène non aveva avuto dubbi. Nacer le stava dicendo di sì.

Si ferma, riprende fiato. Guarda il Vieux Panier che s’inerpica sulla collina. Ora sente il Mistral: è venuto anche lui e le soffia alle spalle, per ricordarle dov’è e dove sta andando. Riprende il cammino.


Cheik è seduto al bancone del Bar des 13 Coins. Ha ordinato una birra bianca e la porta alle labbra, ma solo per sentire quant’è soffice la schiuma. Poi la riappoggia e muove uno sguardo lento su tutto quello che entra ed esce dal locale.

Il barista guarda fuori e asciuga un boccale con uno straccio. Intanto mugugna: “hai visto? Alla fine non c’è tanta gente.”

Nella piazzetta, sì e no una quindicina di giovani. Una ragazza piange appoggiando la testa sulla spalla del compagno. Sono tutti in piedi di fronte alla Maison de la Petanque: chi fuma in silenzio, chi chiacchiera con le mani in tasca, chi spegne lo sguardo a terra. Poco lontano, delle persone di mezz’età. Tra loro un paio di signore con il velo in testa. Un volto sorridente dipinto a tutta parete domina la scena dall’edificio di fronte. Sui lati la data fatidica e una scritta: “Nacer, un angelo partito troppo presto.”

Il barista rimette il boccale su uno scaffale. Ne prende un altro dall’acquaio.

“La gente è fatta così, dimentica alla svelta.”

Cheik pensa che forse dovrebbe dire qualcosa.

“Magari è colpa del freddo. Tieni conto che è anche giorno di lavoro” butta lì.

Mentre pronuncia quelle parole la porta si spalanca. Un gruppetto di turisti entra per ripararsi dal vento. Alcuni, poco prima, si scattavano dei selfie di fronte al murales. Il barista prende le ordinazioni: tre cappuccini e due tè, latte caldo per i bambini. Poi torna a barricarsi dietro al bancone.

“E tu? Niente lavoro, oggi, Cheik?”

“Ho preso due ore di permesso. In palestra non c’è quasi nessuno il lunedì.”

E poi oggi deve vedere qualcuno.

E, infatti, la porta si apre di nuovo.

Lo sguardo di Hélène all’inizio si perde. Setaccia volti sconosciuti. Poi i loro occhi s’incrociano e lei inarca le sopracciglia per fargli capire di averlo visto.

Si salutano, magari un po’ più sostenuti del solito. Là fuori i ragazzi sanno tutti chi sono loro. Alla fine Hélène si siede su uno sgabello al bancone, di fianco a Cheik.

“E allora, come stai?” fa lei.

Guarda la sua pelle mora. La trova più lucida. Si dice che è passato del tempo.

“Eh, come sto? Come vedi sono qui.”

“OK, e tu come mi vedi?

Cheik mostra tutti i denti in un solo sorriso.

“Ti vedo, come dire, cambiata. Questa cosa, non lo so, ti fa più bella.”

“Grazie.” E poi: “sono entrata nel sesto, sai?”

Cheik guarda Hélène mentre lo dice. E’ la prima volta che sorride da che è entrata. C’è un momento di silenzio carico di mesi di riflessioni.

“E’ maschio, sai?”

“Oh mon Dieu…”

Ora Hélène ride davvero. Ridono entrambi, ma è un attimo. Poi tornano a eclissarsi, ognuno nel proprio non detto. Nel locale riattacca il sottofondo di quell’incontro: è un vociare in italiano, in arabo, in qualche lingua slava, intramezzato da scambi nell’inglese stentato che il barista parla col resto del mondo.

Per un attimo si convincono entrambi di essere lì per la commemorazione. Ma forse non vale la pena di raccontarsela: quella la organizzano ogni mese, da tre mesi, ormai.

“Senti, Hélène. Lui è lì, su quella panchina.”

Lei si volta per guardare, ma Cheik continua: “ci ho pensato un po’. Che dici se gli parlo io? Potrebbe non capire, sai una donna, tu…”

Lei gratta col pollice la tracolla della borsa che le pende dalla spalla destra. Ci mette ancora un attimo, poi lo fissa.

“Cheik, credo di doverlo fare io.”

“Sei sicura?”

“Non so, forse. E’ una cosa così bella. Mi pare così… giusta.”

Cheik sospira. Poi dà una sorsata alla birra guardando il pavimento.

“Non lo devi fare se non ti va” dice poi. “Io sono qui per questo.”

“Tu eri un amico di Nacer e suo padre lo sa questo. Ma, se non gli dico come stanno le cose, allora è come se nulla fosse esistito.”

“Che vuoi dire?

“Cos’ero io per Nacer?”

Cheik annuisce rivolto a terra. Chiude gli occhi, si morde il labbro.

“C’è un’altra cosa…” Ci manca poco che si metta a balbettare.

“…” Hélène lo guarda. Dice di no con lo sguardo.

“Non potevo dirlo prima.”

“Cheik?”

Ora lei appoggia la borsa sul bancone.

“Non è stato possibile.”

Cheik riesce finalmente a tirar su la testa, ma punta verso il soffitto. Vede una macchia scura di muffa, vorrebbe che lo risucchiasse.

“Hélène, io e Nacer…”

“Cheik, basta.”

Hélène gli poggia una mano sulla spalla. Poi la sposta sulla guancia, l’accarezza. Sente il pelo crespo che gli cresce appena sopra il collo.

“Perché?”

“Non serve che tu lo dica.”

“Ma anche quella era una cosa bella, sai?”

Hélène lascia cadere la mano. Inspira, espira. Inspira ancora. Poi si alza. Senza nemmeno chiedere permesso, si fa largo tra i tavolini e raggiunge la vetrina del locale. Appoggia le mani sul vetro: il freddo sui polpastrelli, poi sui palmi. Resta lì a guardare fuori finché il fiato imbianchisce la superficie liscia davanti alla bocca e al naso. Oltre una nebbia sottile distingue la forma scura di un uomo seduto su una panchina.

Cheik la chiama: “Hélène?”

Avrà una settantina d’anni il papà dell’angelo del Vieux Panier. E’ un po’ curvo, sembra voler sparire sotto il peso del cielo.

Hélène ruota la testa adagio fino a vedere di nuovo Cheik.

“Andiamo.”


“Salam Alekoum”

Sentendosi salutato, l’anziano alza la testa. Al vedere Cheik socchiude gli occhi. Le pieghe sulla pelle fanno intuire il passaggio del tempo e del dolore. Si tira su dalla panchina appoggiandosi bene su entrambe le mani.

“Alekoum Salam, Cheik.”

Si abbracciano mettendo un minimo di distanza tra loro, ma forse non è neppure voluta. Leggere pacche sulle spalle.

“Questa è Hélène, ma non credo lei la conosca.”

Cheik la indica mettendo più enfasi possibile nel gesto.

Il padre di Nacer non l’aveva ancora notata, in piedi al lato opposto della panchina. Lei si avvicina per stringergli la mano e incrocia lo sguardo opaco dell’uomo che si perde nel tentativo di un ricordo.

“E’ anche lei del quartiere, signorina?”

“No, signore, ma venivo qui spesso per incontrare Nacer.”

L’anziano signore piega la testa da un lato, accenna un sorriso che però muore prima di sbocciare. Poi poggia lo sguardo sul ventre di Hélène e il suo volto s’illumina.

“Oh, congratulazioni!”

“La ringrazio.” La voce di Hélène si scalda. “E’ un maschio.”

Il padre di Nacer si porta una mano sul lato sinistro del petto: “che possa nascere forte e sano.” Quindi si volta verso Cheik: “beh, congratulazioni anche a te, ragazzo.”

Lui non osa ribattere. Guarda Hélène, confida in un suo cenno.

Lei osserva i due uomini, è a un passo dal dire qualcosa, ma si ferma. Torna a guardare quel volto che sorride in cima a quel muro. Qualcosa si muove da qualche parte, neanche lei sa bene dove. Poi, un tonfo, come un blocco di ghiaccio che si stacca da un iceberg per andare a nuotare da solo nel mare.

“Sono sicura che anche Nacer sarebbe felice se oggi ci vedesse qui.”

‘Stella Maris’ di Jacopo Giorgi

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Qui scrivo storie. Che poi, stringi stringi, vuol dire parlare di due o tre cose della vita. E magari trovarci un senso.

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