Davide Monaldi: malinconiche ceramiche

di Alessia Ferraro

DAVIDE MONALDI, Veduta della mostra. Studio SALES di Norberto Ruggeri, Roma.

È un’esperienza insolita quella che si prova, entrando al numero 2 di Piazza Dante, alla ricerca dello Studio SALES di Norberto Ruggeri per visitare la personale di Davide Monaldi. Superato il cancello di ferro e dirigendosi verso la scala A, sembra di muoversi in un ambiente surreale, che a tutto assomiglia salvo che a un luogo deputato a ospitare una galleria d’arte. Se siete abituati agli spazi rigorosamente ariosi e lindi della Gagosian Gallery di Via Francesco Crispi, il cui bianco delle pareti può accecare gli occhi, o agli ingressi trionfali di Palazzo Cipolla, del Vittoriano, delle Scuderie del Quirinale, totalmente immersi in decenni d’arte, potreste far fatica a salire i diroccati gradini, ricoperti di cicche, di quest’antico e malmesso palazzo, che un tempo ospitava l’Accademia Belgica. Ma se siete guidati dalla sete di conoscenza, o da un semplice pizzico di curiosità, non avrete problemi a farvi trasportare da un cigolante ascensore fino al terzo piano dove, presi alla sprovvista da un accumulo di vasi, piante e quant’altro tanto da farvi pensare di non essere nel posto giusto, tirerete un respiro di sollievo all’apertura della porta dello Studio.

Se siete riusciti a “sopravvivere” a tutto ciò, siete già entrati nello spirito dell’arte di Davide Monaldi, in mostra fino al 28 marzo.

L’allestimento ricorda, decisamente, un campo da gioco, uno scorcio urbano riportato in galleria fatto di tanti oggetti e situazioni quotidiane. Subitaneo è il parallelo con il lavoro di Claes Oldenburg in The Street (Reuben Gallery,1960) o in The Store (1961), in cui l’artista accalca oggetti di uso comune fino ad invadere lo spazio. Ma, mentre gli accumuli dello scultore svedese sono gigantesche parodie di tutto ciò che ci circonda, Monaldi, invece, crea un fedele calco del mondo servendosi del più antico dei materiali: l’argilla che, secondo il mito, lontanamente plasmò la donna come la più bella delle creature che nulla aveva da invidiare per splendore alle dee.

Le sue sculture in ceramica possono essere lette come anti-monumenti, in cui il significato non è mai travalicato da un cambiamento delle proporzioni, affermando che l’atto rappresentativo è mera tautologia del reale. Tautologia che porta con sé il ricordo amaro della sua infanzia, triste e malinconica, riflessa in un canestro da basket senza un bambino, allusione alla negazione del gioco, o in Happy Birthday in cui prende forma la categoria del loser, del perdente, dello scarto della società abbandonato, nascosto in un cantuccio dietro la porta, relegato in un mondo estraneo a quello degli adulti. Un’immagine teneramente triste, compassionevole, di un’infanzia misera.

In Vucumprà, un venditore ambulante che espone le sue sculture dove si scorge il viso di Davide Monaldi, si legge la storia dell’artista, costretto a vagare di galleria in galleria, con il suo portfolio, in cerca di successo.

Fama che arriverà proprio grazie alle sue doti di ceramista, un talento che coltiva da autodidatta sin da piccolo, quanto le sperimentazioni plastiche si esprimevano attraverso l’assemblaggio di robot e di macchinine. L’affermazione che cerca nel mondo dell’arte è celebrata nella maiolica pop di ritratti dei più importanti artisti contemporanei, nei quali possiamo ravvedere i tratti somatici di Monaldi stesso, quasi a volersi sentire parte del medesimo Star System.

La necessità di autorappresentarsi dell’artista è quasi pari all’ossessione di Oldenburg per gli oggetti di uso comune. Un’esigenza che forse è insita nella sua inquieta natura di narratore della storia degli scarti, dei calpestati e degli emarginati che lo porta a cercare nel costante autoritrarsi l’affermazione della sua presenza e un lascia passare per l’eternità.

Di notevole impatto psicologico sono anche i disegni del primo periodo in cui, da una ricerca tendente all’uso ridondante del colore, si passa ad un’estetica minimale dominata da bianchi e neri che troveremo anche nelle sculture.

A troneggiare, al centro dello spazio espositivo, un’installazione composta da una serie infinita di elastici (in terracotta) di vario colore su un tavolo bianco. Emblema della società dei consumi, dove tutto invecchia e passa di moda.

Abbandoniamo lo Studio SALES con la percezione che, nella semplicità delle sue opere, Davide Monaldi, artista newdada e pop, racchiuda un sentire universale riuscendo, con l’uso, da lui definito “sdrammatizzante”, della ceramica, a “raccontare storie maledette, ma sempre con il sorriso sulle labbra.” [1]


[1] Dal comunicato stampa della mostra.


Studio SALES di Norberto Ruggeri — Piazza Dante 2

6 febbraio > 28 marzo 2015