I nuovi orizzonti dell’estetica: l’opera di Jan Fabre tra arte e scienza

di Edoardo Maggi

JAN FABRE, Do we feel with our brain and think with our heart?, 2013. Video a colori, in inglese. Durata: 15 minuti. Copyright Angelos bvba.

Si è appena conclusa presso la galleria romana Magazzino d’Arte Moderna l’affascinante mostra dedicata a Jan Fabre (Anversa, 1958), una delle figure più innovative e sensazionali nel panorama artistico internazionale. L’esposizione, la quarta personale ospitata in questo spazio, deve il suo titolo al filmato, presentato per la prima volta in Italia, Do we Feel with our brain and think with our heart?, in cui l’artista dialoga con il neurobiologo Giacomo Rizzolatti (Università di Parma) con il fine di indagare il complesso, spesso conflittuale, rapporto tra arte e scienza, mente e cervello.

Personalità poliedrica e istrionica (artista visivo, coreografo, scenografo e scrittore teatrale, tra le altre qualifiche), il belga Jan Fabre incarna, grazie alla sua versatilità, il mito dell’artista “totale”. Il suo è in approccio multidisciplinare e del tutto non convenzionale che scaturisce dall’esigenza di interrogarsi sull’uomo e sul corpo, soprattutto nella sua dimensione più propriamente fisica, biologica e fisiologica. Le sue ricerche, influenzate dagli studi entomologici di Jean-Henri Fabre (1823–1915) del quale, vantando addirittura una presunta discendenza, si considera l’epigono, sono da ormai 35 anni orientate al rapporto tra esistenza umana e animale e ruotano attorno alle tematiche della metamorfosi e del decadimento.

Frutto dell’intensa e proficua collaborazione con Rizzolatti, questa mostra intende presentare al pubblico l’ultimo lavoro di Fabre, l’esito delle sue ricerche nel solco delle recenti scoperte in campo neurobiologico sviluppatesi a partire dalla sensazionale scoperta dei mirror-neurons, ovvero quelle particolari cellule cerebrali in grado di innescare la nostra capacità di empatia. Nel video di presentazione Fabre interroga, con perspicace curiosità e sagacia, lo scienziato italiano sull’impatto che questa scoperta può avere sulla creatività artistica e sulla ridefinizione delle attuali teorie estetiche. Riflessioni, quelle tra artista e neurologo, che, muovendosi tra ipotesi e congetture, portano la conversazione a toccare temi importanti quali la propensione all’imitazione, il ruolo della corporeità come mezzo per esperire la realtà, il valore conoscitivo delle sensazioni e il rapporto tra emozione e cognizione. Il fine ultimo è quello di compiere un’esplorazione delle potenzialità demiurgiche del nostro pensiero, per capire come queste possano definire nuovi orizzonti nel mondo dell’espressione artistica.

Oltre al film, della durata di 15 minuti, l’esposizione si compone di opere grafiche e scultoree, originali trasposizioni visive e materiali delle idee maturate attorno alle problematiche affrontate con Rizzolatti. Tra di esse compaiono sculture in marmo di cervelli, disegni a matita su carta fotografica degli stessi e creazioni polimateriche di un realismo quasi agghiacciante, opere in cui originalità e tradizione si mescolano efficacemente. Fabre, infatti, pur eseguendo sperimentazioni del tutto personali, non rinuncia al piacere della tecnica. Così i cervelli in marmo di Carrara sono rappresentati con un’attenzione anatomica tale da farli sembrare illusionisticamente veri, se non fosse per il loro candore opalino. In questa serie l’artista crea, con surrealistica libertà operativa, associazioni sorprendenti con elementi estranei ma caricati di valori simbolici ed evocativi, come insetti e frammenti di cibo e frutta, gli stessi utilizzati negli esperimenti sulle scimmie. Tra i disegni, particolarmente emblematico è The brain of Velazquez, titolo ovviamente non casuale che intende stabilire un legame diretto con il pittore spagnolo, che nei suoi dipinti ha dato forma visiva alle ambiguità della percezione. Da notare anche le opere polimateriche: un cervello in silicone dipinto chiuso tra due ruote in gomma e metallo (Homage to Stephen Hawking, della serie Brain models) e un’iperrealistica testa, quella dell’artista stesso con indosso una cuffia di elettrodi, realizzata con resine polimeriche, inserti di tessuto e veri capelli.

Quella di Jan Fabre è una mostra che vuole prendere atto della difficoltà di delineare, in termini chiari e assoluti, un legame stabile e possibilmente normativo tra i processi che avvengono all’interno del nostro cervello e la loro esteriorizzazione per mezzo dell’atto creativo. Accogliendo questa sfida, tanto ardua quanto esaltante, l’artista s’incarica di proporre un rovesciamento di prospettive: è davvero possibile sentire con il nostro cervello e pensare con il nostro cuore?


Magazzino Arte Moderna — Via dei Prefetti 17, Roma

14 ottobre > 6 dicembre 2014

www.magazzinoartemoderna.com

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