Inner-City Make Scream: la poetica del degrado di Ed Ruscha

di Edoardo Maggi

ED RUSCHA, Inner-City Make Scream, 2014.
Acrylic on canvas.
40 x 50 inches (101.6 x 127 cm). Photo by Paul Ruscha.

Il deterioramento è un terreno fertile da esplorare

È con questa frase che il pittore americano Ed Ruscha (Omaha, Nebraska, 1937) riassume i suoi interessi, umani e pittorici. La sua personale, da lui stesso curata e allestita negli eleganti spazi della Gagosian Gallery di Roma (fino al 10 frebbraio 2015), rappresenta un evento importante per il panorama artistico della Capitale, in quanto offre l’occasione di ammirare, ancora una volta in Italia (dopo la Biennale di Venezia del 2005, anno in cui rappresentò gli Stati Uniti con il ciclo Course of Empire), le opere di questo straordinario artista figurativo, molte delle quali di recente realizzazione.

Da sempre annoverato come uno dei più capaci esponenti della cultura Pop americana, Ed Ruscha ha dimostrato nei confronti dell’arte un atteggiamento ancor più complesso, e sicuramente più profondo. Il suo è un approccio alla pittura orientato verso una riflessione, tanto lirica quanto critica e disillusa, su tematiche dal sapore esistenzialistico, le cui implicazioni moralistiche e sociologiche emergono con insistenza, pur velate di laconica ironia. Cardine della sua ricerca è la società dei consumi, di cui ne analizza la mutevolezza dei valori, la futilità dei costumi, la fatuità del gusto, il tutto sapientemente e brillantemente metaforizzato tramite le immagini di rifiuti e scarti, che sulla tela assumono una dignità monumentale. Nella poesia urbana di Ruscha copertoni, stracci, lattine ed elettrodomestici guasti diventano tracce inesorabili della nostra quotidianità, le ultime vestigie decadute di un’umanità fallace e viscerale, schiava dei suoi impulsi autodistruttivi e di sempre più estreme, compulsive gozzoviglie.

L’accurata selezione propone una serie di opere in acrilico, molte delle quali di notevoli dimensioni, in cui i soggetti, squallidi e problematici, dialogano efficacemente — e per contrasto — con gli ampi e asettici ambienti della galleria. In queste nature morte sorprendentemente iperrealistiche (lavori quasi tutti risalenti al 2014) Ed Ruscha prosegue, tra meditazione malinconica e spietata dissertazione, l’analisi iniziata con la serie Psycho Spaghetti Western, in cui indaga con acume smaliziato la trasformazione del paesaggio e il deterioramento — non solo materiale — del mondo contemporaneo. Il suo è un percorso che si addentra nelle turpi ma inevitabili alterazioni di una realtà in contino mutamento, per cause naturali, sociali e antropiche. Fisionomie e scenari che tuttavia si aprono alle interazioni con le sottili ambiguità del nonsense, contribuendo a creare disorientanti squarci di inusuale poeticità. Così, nell’enigmatico dipinto Bliss Bucket, opera che occhieggia ad un surrealismo di stampo metafisico, un logoro materasso giace disteso sotto un pentagramma musicale rappresentato di scorcio, come la pensilina della fermata di un autobus. Forse il riparo di un clochard con aspirazioni sinfoniche? O solo il residuo di una presenza che ci ammonisce sulla nostra transitorietà? Anche la composizione sembra accentuarne il carattere surreale: su uno sfondo sfumato gli oggetti si stagliano con brutale evidenza, definiti in ogni dettaglio con un’invidiabile tecnica “fiamminga”. Atmosfere rarefatte che si fanno palcoscenico pittorico delle vorticanti evoluzioni compiute da frammenti casuali, come gli pneumatici scoppiati di Gators e Inner City Make Scream, in cui i brandelli, meticolosamente rappresentati a grandezza naturale, fluttuano in aeree profondità . Quella con cui Ruscha osserva la realtà è una prospettiva ribaltata: non i vasti spazi delle highways, con la loro inebriante promessa di libertà, ma l’universo dello spreco e dello scarto, di ciò che è usato, reietto; il microcosmo sudicio che si accumula sul ciglio delle strade.

Quelle di Ruscha sono opere problematiche, disturbate dalla presenza di continue interferenze. Spesso, infatti, sulla superficie campeggiano parole, vergate con bianche lettere tipografiche, apparentemente incongruenti alla natura della rappresentazione. Invece di conformarsi pacificamente alla composizione, esse sembrano piuttosto imporsi sul soggetto generando stridenti accostamenti/sovrapposizioni di elementi figurativi e grafici di grande densità espressiva, criptica e volutamente ermetica. Si potrebbe dunque parlare di un “linguaggio a tutto campo”, pittorico e retorico insieme. Lo stesso che si palesa nei piccoli quadretti eseguiti dipingendo brevi frasi su strati di pigmento in polvere steso su carta (sperimentazioni affini a quelle prodotte con materiali eterogenei ed extra-pittorici come polvere da sparo e succhi organici); serie in cui l’artista sembra interrogarsi sull’utilità — e di conseguenza anche sull’inefficacia — della comunicazione verbale con un fare al limite tra svalutazione delle capacità del discorso ed esaltazione apologetica del logos, in un’epoca in cui anche le parole, così come i rifiuti, vengono impunemente sprecate, gettate al vento come pezzi di carta.


Gagosian Gallery — Via Francesco Crispi 16

www.gagosian.com

20 novembre 2014 > 10 febbraio 2015

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