Italo Zuffi. Quello che eri, e quello che sei

di Beatrice Zanatta

ITALO ZUFFI, Quello che eri, e quello che sei, 2015. Courtesy Nomas Foundation e Pinksummer. Photo Damiano Minozzi

È un passaggio obbligato: si citofona e si risponde all’inquisitorio “chi è?” gracchiato all’altro capo dell’apparecchio. Solo così si ottiene il lasciapassare per sbirciare nell’intimità domestica di qualcuno.

Italo Zuffi si attiene a questa convenzione: infatti, per poter accedere liberamente a un ambiente altrettanto personale, la sua mostra presso la Nomas Foundation (11 febbraio — 15 maggio 2015), curata da Cecilia Canziani e Ilaria Gianni, bisogna prima identificarsi. Così, l’artista sostituisce il citofono con un cartello all’entrata della galleria, mentre la voce interrogativa è rimpiazzata dalla scritta “Alt, farsi riconoscere”, ripetuta in inglese, tedesco e francese, cui si aggiunge un perentorio “Fermete e dicce chi sei”.

Stavolta non si è costretti a rispondere ad alta voce un inflazionato “sono io”, ma si è ugualmente indotti a riflettere su chi siamo, riconoscendoci nell’appartenenza a una lingua o a un ruolo sociale. A fare i conti con la propria identità è sì l’ospite, ma nell’accezione più ampia del termine: si interroga su se stesso non solo chi viene invitato nello spazio espositivo — il visitatore — ma anche il temporaneo “inquilino” della galleria, Italo Zuffi.

A dimostrarlo è l’opera Quello che eri, e quello che sei che, non a caso, è anche il titolo della mostra: due mazzi di chiavi cieche, apparentemente inutili perché incapaci di assolvere la loro funzione, ma, in quanto chiavi in attesa di essere intagliate, si fanno anche potenziali strumenti d’accesso a qualsiasi soglia. Quasi identiche, differiscono solo per un dettaglio cromatico, metafora di un cambiamento impercettibile a prima vista, che rende tangibile l’espressione “tutto cambia, ma tutto resta uguale”.

Nella vetrina che fronteggia questo lavoro si fanno ammirare tre mazzette: su quella chiamata Una linea nell’arte italiana sono incisi i nomi di Mario Sironi o Gino De Dominicis, mentre quella accanto, dal titolo Artisti Italiani e Nuovi Circoli, ricorda opere ricavate da materiali di risulta per mano di artisti più giovani e, nell’ultima, come anticipa il gioco di parole del titolo, Eau de cologne italienne, si citano alcuni lavori sul passato coloniale italiano.

Sono targhe simili a portachiavi, ideali pezzi mancanti di quelle due chiavi quasi indistinguibili tra loro, che suggeriscono come Zuffi, per definire se stesso in quanto persona e artista, abbia bisogno di confrontarsi con la tradizione culturale presente e passata del suo paese.

Tuttavia, a qualificare Zuffi non è solo l’opera altrui, la sua eredità artistica, ma anche le proprie occasioni mancate, descritte con ironia dall’autore in lavori come Esponenti o Zuffi per Bonami. In Esponenti, serie di undici fotografie, l’artista si fa stalker: dopo una collaborazione sfumata con un gallerista milanese, Zuffi decide di spiarlo, macchina fotografica al collo, dal 2010 al 2014, rubando al malcapitato momenti in cui passeggia o preleva da un bancomat.

Zuffi per Bonami, performance di cui restano le tracce in 16 foulard appesi a un filo d’acciaio, alcuni con su scritto “Zuffi per Bonami”, altri che recitano “Zuffi per Bonami Inglese”, nasce da un’altra possibilità negata: quelle parole erano impresse sulla copertina di due CD contenenti il suo portfolio e indirizzati al curatore toscano. Nonostante i CD non siano mai arrivati a destinazione, Zuffi non se ne fa un cruccio, ma trasforma quegli oggetti da strumenti promozionali a elementi di scena.

La sua attitudine a prelevare gli oggetti dal proprio contesto, per poi costringerli a rientrare, trasfigurati, nel mondo dell’arte, si riscontra in opere come Go away: due comuni strutture di metallo verniciato se ne stanno al centro dell’ultima stanza, celando la loro funzione, anche se la loro forma ci viene in soccorso, poiché richiama Struttura per parlare in piedi di Pistoletto.

Sulle pareti di questo ambiente spiccano baccelli di fagioli, rimodellati dall’artista in ceramica e provvisti di una voce flebile, appena necessaria per fischiare, che viene trasmessa dagli altoparlanti a terra ed evoca un’antica credenza secondo la quale i legumi sarebbero invasi dalle anime dei morti, dimentiche della loro vita passata. Di qui il titolo dell’opera: Gli Ignari.

Essere ignari, forse è questo l’augurio della mostra che, dopo aver messo in discussione il pubblico, il suo autore e gli oggetti che la abitano, si arrende all’avvertimento di Saramago: “sapere dov’è l’identità è una domanda senza risposta”.


NOMAS Foundation — viale Somalia 33

www.nomasfoundation.com

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