La Temporalizzazione dell’Immagine
di Valentina Anselmi

La galleria 1/9unosunove ha ideato un ciclo di quattro mostre, presentate da marzo 2014 a febbraio 2015 e curate da Marianne Derrien. Ognuna di queste esposizioni è basata sulla corrispondenza fra due artisti attraverso le loro affinità, le loro riflessioni comuni e il loro desiderio di confrontare le rispettive esperienze artistiche.
In questa occasione (9 ottobre – 15 novembre 2014) l’artista inglese Jamie Shovlin (Liverpool) ha invitato una sua connazionale, Philomene Pirecki (Londra) a condividere lo spazio della galleria. Ciò che i due artisti hanno in comune è il lavoro sulle stratificazioni delle immagini; il loro interesse è rivolto al processo di generazione dell’immagine. Un concetto di genesi che porta con sé una riflessione sul tempo, sulla storia, sulla rielaborazione e sulla manipolazione delle immagini.
Jamie Shovlin inizia la sua indagine da immagini tratte spesso da libri, interessandosi alla loro storia, al loro processo intrinseco. Seguendo ciò che Belting avrebbe definito image, indaga l’immagine come entità astratta, non corporea, indipendente dal suo supporto, e la segue in tutti i suoi passaggi fra un medium e l’altro. Ad esempio, la stampa di una statua antica che si trova in un libro d’arte all’interno della British Library è esistita prima come fotografia e, prima ancora, come statua marmorea. Shovlin ce la presenta in un passaggio ancora successivo, sotto forma di un altro medium, la serigrafia su gesso derivante da una scansione. Interessante scelta tecnica, che ci invita a riflettere sul supporto così concretamente materico, il gesso, e anche sull’intervento manuale dell’artista, ridotto al minimo.
Per i suoi “video scolpiti”, in cui le parole emergono forti su fondo nero e si rimescolano per ottenere nuovi contenuti, la fonte è il “Tehran Times”, un giornale iraniano edito in lingua inglese, archiviato alla British Library su microfilm. Shovlin è affascinato dal processo dell’archiviazione. Si chiede: Da dove nasce la necessità umana di archiviare la memoria? E come mai un giornale iraniano è conservato in una biblioteca inglese? Domande che mettono in campo anche una riflessione su più complesse dinamiche geo-politiche.
Philomene Pirecki espone la sua visione del rapporto fra tempo, storia e rielaborazione attraverso alcune immagini derivanti da un processo continuo, mostrandone la genesi e l’azione del ri-fare che mai si conclude. In Generation 10 vediamo la decima generazione della stessa immagine; un’opera che racchiude in se stessa il movimento perpetuo del tempo e che nasce da un’immagine originaria, primitiva, che per dieci volte è stata esposta e ri-fotografata, utilizzando un lucido. Un’opera che non è semplice esposizione di se stessa, ma che racchiude spazio e tempo, momenti diversi della sua vita. Un work in progress che non si conclude, un’immagine che sarà fotografata nuovamente, in situ, prima della fine della mostra, dando vita ad una nuova generazione. Al suo fianco il punto di partenza del processo, il foglio bianco, lo Step 1.
Sulla parete della galleria vediamo invece un’installazione. La gamma cromatica dipinta fa riferimento alla scala di grigi fino a sfociare nel violetto e deriva da una riflessione di natura ottica sulla percezione del bianco della parete. Per la realizzazione la Pirecki ha fotografato parti del muro apparentemente bianco della galleria, estrapolandone le ombre, i riflessi, le macchie, fino ad ottenere due diverse tonalità di colore con le quali ha dipinto queste grandi aree. Sul foglio vediamo, a confronto, diversi toni di grigio, due dei quali sono stati realizzati dall’artista stessa tramite le fotografie della parete; gli altri, invece, sono il risultato ottenuto da un colorificio, incaricato di ricreare quelle tonalità di colore che si nascondono nei riflessi della parete.