#46

1) Io, Nancy Babich, detesto la speranza, detesto confidare nel fatto che il futuro sarà clemente, o forse benevolo. Non è una questione di ottimismo o pessimismo, nemmeno di mettersi il cuore in pace. Quello che mi piace, quando accade, quando riesco a distillare l’energia in modo da assumere il giusto atteggiamento, è la sfida, quando io ho fatto quello che ho fatto e ho fatto tutto quello che che mi era possibile fare, un concetto banale in fondo, lo si sente dire spesso, ma chi lo pratica in tempo reale? Per tutti è una sorta di reminiscenza, una consolazione, non per me, io sono una ruspa e smuovo sapendo di smuovere, e da quando ho finito ciò che deve accadere non dipende più da me, sono cosciente, perfettamente cosciente che il mondo creato e non ancora creato non conosce pietà e che la pietà è stata evocata da menti dedite al mercimonio, da menti stanche, fatte di do ut des, rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, nessuna purezza del gesto, solo mercato, menti che si fermano nel sottoscala della compassione. Quello che mi piace è la sensazione di potenza che corrisponde al mio corpo totale, carne e pensiero e ossa, mi piace quella sensazione che non me ne frega proprio un cazzo se tutto andrà storto, perché se rimarrò viva sfonderò la situazione e se rimarrò morta mio dio finalmente fuori dai coglioni, quel che mi piace è la sensazione costante di potenza che guarda il mondo creato o non creato come una partita di monopoli nella pausa pranzo, con un filo d’erba in bocca e il gusto della clorofilla, detesto la speranza e tutta la rovina che porta con sé, tutti i campi minati di cui dissemina il cervello, la speranza è una metastasi della paura e la paura è peggio della morte.

2) Non posso più andare in mezzo alla gente, non posso più stare con le persone, non posso rischiare la galera, mi arresterebbero per atti osceni se amassi il prossimo mio come me stessa, mi arresterebbero per molestie, per violenza, per abuso, darei noia e fastidio, non posso stare in mezzo alla gente, mi serve uno schermo, una quinta, un monitor, qualcosa che faccia luce ma non abbastanza, qualcosa che separi di sicuro, qualcosa che tolga di mezzo tutti dandomi l’impressione che il flusso di informazioni rimanente sia comunque una presenza.

3) Con l’immersione nella folla, il contatto di strada, guardare dentro alle vetrine e vedere oggetti incomprensibili che dovrebbero essere indossati o usati per contenerne altri, osservare l’edicola e leggere titoli che non provocano nessuna curiosità per la banalità con cui propongono i déjà vu. I déjà vu, io, io, io provoco déjà vu alle persone, ma è diverso quando apro loro la percezione di una vita laterale da quando hanno la sensazione di un fermo immagine, di un luogo congelato nel tempo dove non può accadere più nulla tranne l’asfittica replica, e in tutto questo sprofondo in un senso di non appartenenza, di solitudine e isolamento con la sensazione che se cominciassi a urlare mi sentirebbero forse i cani, i lupi appisolati in foreste a migliaia di chilometri rizzerebbero le orecchie, ma nessuno attorno si accorgerebbe di una mutazione di frequenza d’onda, della presenza di una dissonanza, e per loro potrebbe essere arrivato l’arrotino, o il pescivendolo, o essere in atto uno stupro, e mi scoppia il senso di vicinanza e di pericolo di contatto e forse di contagio la sensazione di nuotare dovendo in ogni istante evitare contemporaneamente decine di corpi ammucchiati fuori dalle bare, esposti al pubblico nella loro insopportabile pornografia abbigliata.

4) Io provoco déjà vu, è un fatto, credo si tratti di una frequenza, di una intensità, di un flusso.

5) Non posso desiderare ciò che non posso avere, lo so, eppure lo faccio, io Nancy Babich innamorata di Emily Dickinson a sua volta innamorata di Richard, un coglione che ancora vive con i suoi. Tanto innamorata di Emily da proporle uno stratagemma per avere pieno possesso del suo uomo. Emily fa l’amore con me, ma accanto a sé vuole un uomo, non sta a me giudicare, ma ogni volta che l’amore con Emily finisce io ho la sensazione che potrebbe uscire dalla porta e non tornare più.

6) Non nascondetemi la bellezza.

7) Web 2.0 significa che che oltre ad avere l’illusione di scegliere hai anche quella di esprimere pareri con l’illusione di modificare qualcosa, ma la modifica è possibile solo se entri nel profondo del codice, questo mi interessa, aprire Fort Knox e fare un bonifico al mondo, ma solo per cominciare, solo come assaggio, perché poi vorrei arrivare alla matrice e la matrice è silenzio. Ancora non sono pronta per il silenzio, ma è questo che sto cercando, io sto cercando il regno.

8) Quella sensazione di vuoto di fondo che mi rimane addosso quando dopo avere chiuso tutto chiudo anche gli occhi, quella disperazione sottilissima, tanto da risultare evitabile con un depensamento minimo, eppure tagliente come la carta, viene proprio dal non è successo un cazzo e non succede un cazzo. Io voglio codice.

9) La proprietà di linguaggio nelle accezioni delle componenti psicologiche e caratteriali e una certa attitudine alla dialettica consentono, nel caso in cui si incontri una persona che ci attrae, di azzardare apprezzamenti sempre più mirati alle sue doti intellettive senza mai fare riferimento a quanto sia esteticamente arrapante e la si voglia scopare al più presto. Tarando in corso d’opera il livello di vanità dell’oggetto del nostro interesse, non più persona ora, lo si può manipolare e ottenere quel che si vuole da esso [esso, non lui o lei]. Non voglio fare questo con Emily, ma posso fare in modo che lei lo faccia con Richard, ribaltando la situazione dato che l’apprezzamento non funziona, quindi con lui il disprezzo, la sottomissione, la schiavitù e infine l’offerta di protezione. Lui si affiderà a lei e non avrà più nulla da temere al mondo dato che Emily sarà la sua custode.

10) In questa operazione le donne dovrebbero essere molto avvantaggiate, non fosse che certe donne, quelle come me, hanno sempre per la testa una cazzata chiamata amore.

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