Montevarchi è l’Aquila. L’Aquila Calcio.

Era il 6 Marzo del 1902 ed in quella che ad oggi resta la Capitale spagnola, fu fondata la società polisportiva Real Madrid Club de Futbol (comprensiva anche una squadra cestistica), più semplicemente conosciuta e riconosciuta a tutte le latitudini mondiali come Real Madrid. Nominato “Miglior club del ventesimo secolo” dalla Fifa, all’ingresso negli anni 2000, il Real Madrid è tra i club sportivi più titolati al mondo.

L’appellativo Real, arrivò qualche anno dopo la fondazione della società: era il 1920 e il Re Alfonso XIII di Spagna decise di aggiungere questo appellativo al Madrid Club de Futbol, oltre che inserire nello stemma ufficiale la corona reale. Soprannominati “merengues” per il colore della maglia ufficiale che ricorda quello delle meringhe, divenuti “galacticos” in seguito ad una serie di acquisti strepitosi tra i quali quello record (a livello di spesa) di Zinedine Zidane durante la prima metà del 2000, il Real Madrid resta l’unico club calcistico al mondo ad aver istituito un corso di studi post laurea. Dal 2006 infatti, presso l’Universidad Europea de Madrid viene istituita la Escuela de Estudios Universitarios Real Madrid: scuola di specializzazione su sport, salute, comunicazione sportiva e gestione di una società.

In un giorno non ben definito sempre del 1902, invece, in quella che ad oggi resta la città più popolosa del Valdarno (una piccola valle più o meno incastrata tra Firenze, Arezzo e Siena), viene fondata la “Società Ciclistica Aquila”, inizialmente per propagandare il ciclismo nella valle e nelle zone limitrofe; i colori sociali erano il giallo ed il blu.

La città in questione si chiama ancora adesso Montevarchi, e con l’avvicinamento –nell’immediato dopo guerra — anche al gioco del calcio nascente, dalla società Aquila si scissero una parte di soci per dar vita al “Club Sportivo Montevarchi”: una seconda società, rivale alla prima, con colori sociali rosso e verde. Sei anni dopo il 1920 le due società tornarono ad unirsi, smettendo di rivaleggiare; a suggello del compromesso, alla fusione societaria si fusero anche i colori sociali: dalla mescolanza tra quelli dell’Aquila e quelli del Club Sportivo, questi divennero il rosso ed il blu.

L’allora “Club Sportivo Aquila di Montevarchi” crebbe con lo sviluppo esponenziale del gioco del pallone in città, diventando con il tempo Montevarchi Calcio Aquila 1902 . Dopo decenni di professionismo a livelli dignitosi per la rappresentanza di una città di poco più di ventimila abitanti, durante la prima metà del 2000 il Montevarchi Calcio iniziò un lento e progressivo declino societario, che portò ad una serie di retrocessioni, fino all’esclusione dal campionato di Eccellenza e la radiazione societaria da parte della FGIC nella stagione 2010/2011. Ma nel frattempo, un’altra piccola realtà cittadina era nata principalmente a livello giovanile: si chiamava Audax Montevarchi, militava in Seconda Categoria Toscana, e rimase l’unica realtà sportiva riconosciuta verso la quale guardare. Sostenuta al fallimento del glorioso Montevarchi Calcio da un gruppo di imprenditori locali, l’Audax divenne “A.S.C.D. Aquila 1902 Montevarchi” grazie all’azione di un personaggio imprevisto, al quale va riconosciuto il merito di non aver disperso quelli che oggi sono 115 anni di storia sportiva Toscana. La società era fallita ed era stata radiata, ma un’ex presidente che si chiamava Vittorio Firli deteneva ancora lo storico marchio “C.S. Aquila 1902”; a salvaguardia della storia cittadina, il Signor Firli decise di donare alla città marchio e denominazione, all’interno del quale confluì tutto il bagaglio tecnico dell’Audax Montevarchi.

Vittorio Firli

Ora, uno dei motivi principali per cui –incontrandoti con un qualsiasi sconosciuto solitamente di genere maschile, e mediamente oltre la trentina- alla risposta “Io sono di Montevarchi”, quello ti dice annuendo “Ah, ho capito dove si trova”, è proprio l’Aquila Calcio. I gloriosi anni di militanza in serie C nazionale, la vittoria storica al Marassi di Genova con la storica rete di Piero Bencini, la presenza di calciatori e allenatori destinati ad un seguente successo in categorie più prestigiose, e più recentemente la vittoria all’Armando Picchi di Livorno per 0–4 e l’upset all’Artemio Franchi di Firenze contro una Fiorentina post fallimento (al tempo Florentia Viola), sono solo alcuni dei motivi per cui calcisticamente Montevarchi è conosciuta e riconosciuta in suolo italico.

Quello che rende ancora oggi l’Aquila Montevarchi uno dei più conosciuti biglietti da visita della città, è indubbiamente conseguenza della passione con cui i tifosi vivono da sempre le sorti della squadra; nonostante tutto e nonostante tutti, soprattutto negli anni recenti. Dalla rinascita dell’Aquila infatti, la società ha avviato una scalata nel mondo dilettantistico che oggi la porta, all’alba di una settimana di metà Marzo 2017, a suggellare sul campo il ritorno in serie D: il superamento effettivo di quel limite in cui quella storia avviatasi nel 1902 sembrava essersi bloccata con l’esclusione dall’Eccellenza del 2011. Passando per campi che potremmo definire di “periferia”, a volte tra terreni arati e coltivati, senza tribune, qualche volta troppo simili a quelli dove si svolge settimanalmente il rito dei campionati “amatoriali” Anspi e Arci.

L’Aquila Calcio è sfogo ed espressione assoluta della già dibattuta “Montevarchinità”: lo Stadio Comunale Brilli Peri è, a domeniche alterne, anche un luogo dove ritrovarsi e festeggiare il comune orgoglio di appartenenza cittadina. La partita diviene un rito personale di attaccamento alle strade comunali, alla storia dei propri padri e ancor prima dei propri nonni: non c’è un montevarchino che, se guarda al passato, non faccia riferimento ad un parente o ad un conoscente che in un modo o nell’altro (anche a livello giovanile) ha vestito la maglia rossoblù, oppure al ricordo di un campionato, di una trasferta, di una delusione sportiva. Si perché comunque la si voglia vedere, la storia di montagne russe fatta di grandi soddisfazioni ma anche di cocenti delusioni dell’Aquila Calcio, è analoga a quella della città di Montevarchi, e contemporaneamente metafora della vita di chiunque.


Per onorare quello che è l’Aquila per la città, vi propongo tre storie di calcio, che sono in realtà espressioni vere di Montevarchinità. Tre storie riportate per come mi sono state tramandate: attraverso il racconto, attraverso le pagine di “Una storia lunga Cent’anni”, il libro commemorativo uscito per il centenario della società sportiva più vecchia della Toscana, durante la stagione 2002/2003; quella della vittoria insperata all’Artemio Franchi di Firenze, ben prima del fallimento, della radiazione, della rinascita.


1 — Amici di Saint Genis Laval, questa è Montevarchi

Attualmente la città di Montevarchi è gemellata con Kanougou in Burkina Faso, con Bir Lehlu controllata dal Fronte Polisario nel Sahara Occidentale, con Rahat in Israele, con Betlemme in Palestina, con la francese Roanne e la “montevarchi tedesca” Kitzingen. Ma il 26 Giugno del 1966 era evidentemente anche gemellata con Saint Genis Laval, sempre in Francia. Attualmente, si tratta di un comune limitrofo a Lione, che conta poco più di ventimila abitanti. Di tracce di questo gemellaggio cittadino, non se ne trovano più; chissà che il motivo non possa nascondersi dietro anche a quello che accadde allo Stadio Comunale, nella data sopra citata. Infatti, la città Valdarnese, in quel tardo e presumibilmente caldo pomeriggio di fine Giugno, dava il benvenuto ad una rappresentanza di cittadini proprio di Saint Genis Laval, circa un centinaio. Io me li immagino come una serie di simpatici buontemponi vestiti casual per l’epoca, un po’ sudacchiati, belli felici sia di farsi una gita in Toscana che di godersi la bella stagione a sud di casa loro, e magari qualche piatto di onesta cucina locale. Come accogliere quindi i nostri amici se non conducendoli, tra le altre immaginabili cose, allo stadio per vedere una gara potenzialmente decisiva per la stagione calcistica dell’Aquila?

Nel 1965/66 il Montevarchi milita nella Prima Categoria Toscana, girone B. Arriva prima in classifica superando l’Antella per un punto, e si appresta così a giocarsi la promozione in un girone finale a tre con Cecina e Sarzanese. A Cecina, avviato il girone di spareggi, il Montevarchi esce vincitore grazie ad una rete di Danti; invece con la Sarzanese tra le mura amiche, raccoglie un misero zero a zero rispetto ai valori espressi in campo. Si arriva così alla sfida di ritorno con il Cecina, stavolta in casa, stavolta di fronte ad uno stadio gremito ,deciso a chiudere la questione promozione. Oltre al consueto numero di sportivi destinato ad affollare lo stadio, quel pomeriggio a sostegno della squadra guidata da Ivo Isetto, anche quel centinaio di francesi gemellati di Santi Genis Laval. Vengono sistemati in una posizione privilegiata per godersi al meglio la sfida: sedie e tavolini a bordo campo, oltre le recinzioni che dividono la Montevarchinità di chi vuol veder la propria squadra vincere e i giocatori che se la giocano in campo. La partita non va esattamente come deve andare però: il Cecina passa in vantaggio tra le polemiche di una rete giudicata irregolare dai più, gli stessi che progressivamente si alterano a livelli estremi vedendo negare la bellezza di due rigori considerati sacrosanti, dall’arbitro Bertini di Lucca. La voglia di far capire a questo fischietto lucchese che ha sbagliato un po’ tutto, forse la voglia di fargliela pagare, aumenta di minuto in minuto verso il fischio finale. I gemellati e allegri francesi, che tutto sommato volevano guardarsi da una posizione privilegiata una partita del qual destino probabilmente erano totalmente disinteressati, si trovano così al centro di una situazione imprevista: un arbitro che mal dirige una partita davanti, una serie di persone infuriate dietro che gliene gridano di ogni, si aggrappano alle recinzioni, minacciano un’invasione di campo. Quelli di Sant Genis Laval vengono fatti spostare in fretta e furia intorno al fischio finale: chissà magari si sono impauriti, magari si sono divertiti. Non lo sappiamo, o per lo meno non lo so io. Quello che sappiamo è che quel gemellaggio cittadino ad oggi non esiste più (ma sicuramente ci saranno stati altri motivi rispetto l’aver rischiato di finire in mezzo ad una rivolta generale contro un arbitro per una partita di calcio) e che il Montevarchi, dopo quella partita “rubata” (si dice che gli stessi giocatori avversari ammisero gli errori arbitrali a loro favore), perse per 2 a 1 gara e promozione nel match seguente a Sarzana.


2 — Più forti di un anno di squalifica. Per invasione.

È la stagione 1971/1972, ed il Montevarchi si ritrova nel girone E della Serie D dopo la retrocessione dell’anno precedente, malgrado quella storica vittoria allo stadio Marassi di Genova dell’8 Novembre del 1970, una di quelle destinate a restar scolpite nell’immaginario collettivo. L’idea è quella di risalire subito di categoria, “anche e soprattutto per i tifosi” come dichiara all’avvio delle ostilità il mai dimenticato Lezio Losi: la squadra è sicuramente di livello, l’allenatore Angelillo dirige oltre a Bencini, giocatori come Picciafuoco, Scarpa e Trevisan, rimembrati ancora oggi. Si arriva nelle fasi finali del campionato con Montevarchi, Pistoiese e Pontedera a giocarsi la vittoria finale. La stagione è stata comunque nervosa: il tecnico Angelillo viene clamorosamente esonerato con la squadra prima in classifica; al suo posto il vice allenatore Babacci ma in pratica il mister occulto è l’amatissimo Costanzo “Lupo” Balleri, fresco di esonero a Livorno. Alla trentunesima giornata al Brilli Peri arriva il Foligno, già fuori dalla lotta per la promozione: non una “contender” ma comunque squadra di valore, con velleità di vender cara la pelle.

Scarpa porta in vantaggio i Rossoblù, che si fanno però prontamente riacciuffare. In avvio di secondo tempo, Trevisan rimette apparentemente le cose apposto, con un gol splendido che genera l’entusiasmo delirante del pubblico accorso allo stadio: è festa pura. Purtroppo però, nel delirio della festa, l’arbitro Foschi di Forlì decide di annullare la rete; si passa così dai gridi di gioia, alle imprecazioni e il clima si surriscalda. Una manciata di minuti dopo, lo stesso Foschi convalida una rete del Foligno che a tutti (forse coinvolti nell’ebbrezza al contrario delle imprecazioni) appare in nettissimo fuorigioco: tutti protestano, anche in campo, tanto che l’arbitro decide di espellere Berrettini. A questo punto la rabbia è alle stelle: i tifosi si riversano violentemente verso la recinzione che separa gli spalti dal campo da gioco, iniziano a spingere e si autoalimentano fino al cedimento definitivo della stessa. Invasione di campo e caccia alla terna arbitrale, che seppur in fuga, non riesce a raggiungere la protezione degli spogliatoi se non dopo aver ricevuto sulla loro pelle un po’ di quella rabbia che han generato nei tifosi, ardentemente restituita. Eccola, la Montevarchinità.

Campionato quindi finito? Il campo viene squalificato per un anno, ma la città e la squadra non si arrendono. Il seguito diviene più che massiccio per tutte le restanti partite della stagione, in cui il Montevarchi da vita ad una rincorsa al primo posto storica, sorretta da presenze che regalano ai giocatori in campo la percezione di giocar sempre e comunque in casa, anche se la casa resterà proibita ancora per molto. L’Aquila aggancia la Pistoiese al primo posto in classifica con 47 punti, e si gioca lo spareggio decisivo all’Artemio Franchi di Firenze (gremito da 20.000 spettatori totali). Di fronte ad un vero e proprio esodo alla volta del Capoluogo Regionale dei propri instancabili tifosi, il Montevarchi giocherà 88 minuti di catenaccio puro, respingendo eroicamente gli attacchi delle Pistoiese, per passare in vantaggio a 2 minuti dalla fine con un di sinistro di Scarpa, nel delirio assoluto.

Montagne russe, gioia alternata a rabbia, errori e pentimenti, cuore e passione: anche e soprattutto questa, è Montevarchinità.


3 — Ma dove si trova esattamente Sandonà?

È storia recentissima quella di una delle più incredibili e avvincenti rimonte calcistiche di sempre: quella dell’F.C.Barcelona ai danni del Paris Saint Germain negli ottavi di finale della Champions League 2017. Dopo una disfatta al Parco dei Principi nella partita di andata persa per quattro a zero, i Catalani hanno completato una rimonta incredibile l’8 Marzo al Camp Nou, subendo tra l’altro una rete, e siglando il gol della rimonta completata all’ultimissimo minuto di recupero vincendo per sei a uno e qualificandosi per il turno successivo. Per completezza di informazione, i detrattori dei blaugrana hanno contestato le decisioni arbitrali rispetto ad almeno uno dei due rigori concessi alla squadra di casa: quello probabilmente inesistente, generante il decisivo risveglio alla fine dei 90 minuti effettivi, fissando il punteggio nel momentaneo cinque a uno. Malgrado questo si è trattato di un esempio in più per descrivere la misticità dello sport, l’esemplificazione del “crederci” fino alla fine, del “Never Give Up”, di quanto la volontà mista a concentrazione può dar vita ad autentici miracoli.

Successe lo stesso al Brilli Peri di Montevarchi il 14 di Maggio 1995, in una delle gare più pazzesche mai giocate dall’Aquila.

La stagione 1994/1995 era iniziata sotto buoni auspici per il Montevarchi, probabilmente non prevedendo di puntare alla promozione in serie C1, ma con la consapevolezza di avere un organico un tantino più che da outsider. Alla corte di Mister Piero Braglia, tra gli altri, Totò Arcadio, Manolo Ermini, Paolo Martelli; ma anche Scattini, De Min e Bigliazzi tra i pali. La stagione parte confermando quanto di buono sulla carta si poteva iniziar a sperare. Al solito, per arrivare a risultati storici, bisogna passare per le consuete montagne russe: e quindi se il Montevarchi si attesta sulla vetta nella prima parte di stagione, a seguire capitano eventi sfavorevoli, cali, sconfitte non previste…..insomma, una stagione “alla Montevarchina”. Quando tutto sembra essere sul punto di sfumare (e per questo “tutto” si intende la promozione in C1 e quindi il primo posto in classifica), l’Aquila inanella una serie di risultati favorevoli uno dietro l’altro, per giungere alla penultima giornata ed ospitare in casa il Sandonà, la prima della classe, distanziata di soli due punti.

Prima cosa: dove si trova esattamente Sandonà? Il Sandonà è la società sportiva della città Veneta San Donà di Piave, oltre i quarantamila abitanti ad oggi. Fondata nel 1922, milita oggi in Seconda Categoria, dopo una serie di vicissitudini societarie simili a troppe altre piccole squadre nazionali, simili anche a quelle del Montevarchi stesso.

Dicevamo quindi: Sandonà primo in classifica con 59 punti, Montevarchi di rincorsa a 57, due sole partite al termine di cui uno scontro diretto per iniziare. Per il Montevarchi sono imperative due vittorie, considerando che l’ultima partita si svolgerà contro il Baracca Lugo in trasferta, una squadra che alla stagione non ha niente da chiedere.

Immaginatevi una giornata di merda: è il 14 Maggio dicevamo, e il cielo è nero come se fossero le 19 di sera, piove praticamente sempre e di brutto, il campo è allentato ovviamente; malgrado tutto questo il Brilli Peri è gremito e la Curva Sud esplode. Contrariamente ad ogni previsione, il Sandonà parte fortissimo e si porta in vantaggio per due a zero già al ventesimo del primo tempo. Sul Brilli Peri diluvia e l’umore è nero; malgrado questo nessuno si sogna di abbandonare il suo posto, nessuno si sogna di smettere di sostenere la squadra. Il Montevarchi si riprende al cinquantaquattresimo minuto, con una punizione di Menchetti, e poi impatta la partita sul due a due con una reta di Scattini all’ottantaquattresimo: il pareggio non serve a niente, o meglio, rimanderebbe tutto all’ultima giornata, ma l’eventuale primo posto dipenderebbe direttamente da un eventuale suicidio sportivo del Sandonà stesso. Forse è troppo tardi, ma è obbligatorio provarci. Spinto dalla pressione e dall’incitamento di un pubblico in pura trance agonistica (come del resto i giocatori in campo), il Montevarchi completa una rimonta incredibile tre minuti più tardi: è l’ottantasettesimo minuto e Manolo Ermini regala alla città il sogno della promozione con una rete pazzesca. Lo stadio esplode, tra i presenti nessuno è consapevole di quello che sta vivendo e di cosa stia facendo; a vantaggio ottenuto si inizia pure un invasione di campo, prontamente sedata. Anche perché Totò Arcadio decide di mettere la ciliegina sulla torta con una cavalcata impressionante allo scadere dei novanta minuti. Quattro a Due e delirio puro.

Se sul due a zero per gli ospiti il pubblico avesse mollato, lo avrebbero fatto anche i giocatori in campo. Se questa partita avesse visto protagonista un’altra squadra, un altro pubblico, un’altra città in condizioni analoghe, il Sandonà avrebbe vinto quel campionato. Perché la Montevarchinità non è merce così semplice da trovarsi da qualche altra parte nello stivale: esisteranno sicuramente caratterizzazioni fortissime di appartenenza in altri luoghi, ma indubbiamente non identiche.

Infatti, l’esodo cittadino alla volta di Baracca Lugo la settimana seguente, i treni pieni, il tifo durante la partita, la festa di ritorno al Brilli Peri in serata, sono quasi ordinaria amministrazione rispetto a quel che successe il 14 Maggio 1995. Lì era solo questione di festeggiare, nessuno avrebbe potuto fallire la vittoria dopo l’impresa avvenuta sette giorni prima.

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