Muro di Casse e La Stanza Profonda di Vanni Santoni: una retrospettiva (comune)

Per parlare di Muro di Casse (pubblicato da Laterza nel 2015) e de La Stanza Profonda (candidato al Premio Strega e pubblicato da Laterza nel 2017) di Vanni Santoni, è necessario partire da Gli Interessi In Comune, opera praticamente introvabile oggi, uscita con Feltrinelli nel 2008. Il primo vero successo letterario di Vanni (e decisamente per questo, con la mancanza di adeguate ristampe, difficilissimo da reperire ma ugualmente fotocopiato e passato tutt’oggi di mano in mano). A voler semplicizzare il tutto, per introdurre Gli Interessi in Comune lo si potrebbe descrivere come un Trainspotting di provincia, più precisamente Valdarnese considerando che in questa terra è ambientato. Si tratta di una similitudine forzata, ma anche molto usata in giro (o almeno sentita dai mei padiglioni auricolari quando, da fan di Welsh, decisi di acquistarne una copia che ho letto e riletto più volte con entusiasmo).

Gli Interessi in Comune parla di una realtà che ben conosciamo, di un modo di vivere le compagnie e l’amicizia che è comune a tutti noi “provinciali”, con quel pizzico di malinconia che si nasconde dietro a prodezze che si possono immaginare senza sforzo, nomignoli e descrizioni che tutti possiamo rapportare ad un qualcuno incrociato nella nostra post adolescenza. Ma anche una finestra in un mondo in cui i cosiddetti adulti forse non son mai riusciti ad immaginarci a pieno, pensando alle azioni intraprese dai propri figli quando fuori da casa.

Come per Welsh, i personaggi de Gli Interessi in Comune riappaiono anche ne La Stanza Profonda ed in Muro di Casse, e non solo come protagonisti. Se per Welsh è naturale far incontrare Renton, Sick Boy, Spud e Begbie di Trainspotting con Terry, Birrell, Gally ed Ewart di Colla nei suoi romanzi e racconti a seguire, lo stesso fa — volontariamente o meno — Santoni con i vari Paride, Iacopo, Mella, Dimpe, Torcia, Loriano (il Mella è tra l’altro protagonista del suo ultimissimo lavoro L’Impero del Sogno). È così che si crea un mondo, un legame temporale e cronologico che avvolge il suo universo narrativo in un tutt’uno, dove inevitabilmente fa da collante quel territorio in cui Santoni — volente o nolente — è nato e cresciuto, dal quale è scappato, tornato sporadicamente e chissà cosa in futuro.

Ma il ciclo di conferenze in cui incontro Vanni stavolta si chiama “Memoria e Territorio”, ed il moderatore che ha l’incombenza di proporre riflessioni sufficientemente intelligenti da generare in lui risposte interessanti è proprio il sottoscritto. È il Valdarno che fa capolino nei suoi romanzi che dobbiamo indagare, in particolare seguendo quel concetto di “memoria” che ci lega stavolta entrambi, avendo più o meno vissuto esperienze simili in luoghi medesimi, con qualche lieve ritardo da parte mia per anno di nascita. Ma lieve, perché nel mondo “degli adulti” io e Vanni siamo sostanzialmente coetanei, in un’Italia dove si è “giovani” ancora a 40 anni, e non solo per indole (basta vedere con che appellativo vengono accompagnati ultraquarantenni alle prime esperienze professionali in campo politico o dirigenziale, ad esempio). E quindi, stavolta, la memoria da indagare non si volge troppo indietro nel tempo, prendendo la forma di un ricordo. Molto spesso (e non volendo) comune, nel nostro caso.

E allora partendo proprio da una precedente intervista proposta a Vanni Santoni per il mio blog Un.Dici — dove l’autore parlò della presenza incombente ed inevitabile della provincia in cui è nato in buona parte delle sue opere presenti (e future, pare) — sorge spontaneo guardare a quel rapporto di amore ed odio verso la terra di provenienza. Quel desiderio che ogni adolescente Valdarnese (e chissà, di ogni provincia Italiana) ha provato almeno una volta, o quantomeno sbandierato: quello di andarsene via, un giorno. Quello di desiderare altre esperienze, altro movimento, altra vita. Quello di ricercare una libertà che appare negata nei limiti spaziali e di scelta in realtà circoscritte e spesso concentrate su sé stesse, come il Valdarno Aretino, che per chi non lo sapesse presenta una serie di cittadine a basso tasso di popolazione ma ravvicinatissime l’una con l’altra. Con il risultato di offrire quella sensazione che tanto spesso — da Valdarnesi “diversi” — critichiamo, e cioè quell’aspirazione cittadina limitata da una mentalità provinciale, dettata dalla replica in loop di una quotidianità che non cambia, se non per quegli “oggetti” di contorno che seguono le evoluzioni dei tempi.


Si tratta della stessa aspirazione di libertà che, allargando immensamente lo sguardo, troviamo nella filosofia del movimento Raver, che si genera e/o contemporaneamente si sviluppa agli albori con quello Traveller, accompagnandosi ad una ricerca del metafisico (si può dire?) attraverso sperimentazioni a livello di assenza di regole ed utilizzo di “aiuti” per l’apertura mentale (si, intendo le tanto vituperate droghe). Un movimento che sembra aver attraversato gli ultimi decenni del secolo scorso sopravvivendo male (per coerenza ed integrità) al passaggio convenzionale verso la “nuova era”, lasciando dietro di sé la malinconia di “quelli che c’erano dall’inizio”, e che non si riconoscono più in pratiche mutate, volontariamente o per costrizione. Ed un velo di malinconia esiste e resiste anche ne La Stanza Profonda, dove l’argomento che accomuna i protagonisti è quello dei Giochi Di Ruolo partendo da Dungeons and Dragons, gli stessi che per una ragione o per un’altra hanno abbandonato la pratica, oppure coerentemente l’hanno portata avanti laddove un fenomeno di nicchia che era divenuto quasi mainstream, era tornato a scomparire per intensità popolare.

Ma perché intendere il termine “malinconia” con accezione negativa? Forse perché non si è nati nella provincia, dove attorno al tavolo di un bar durante l’ennesimo sabato sera uguale all’altro, per sfuggire la monotonia ci si racconta prodezze dei cosiddetti “tempi andati”. E per il sottoscritto le lunghe serate partite con “ma ti ricordi quella volta che…” sono state tanto copiose quanto precoci, considerando che si usava riraccontarsi storie vissute, già superato il venticinquesimo anno di età. Ma forse anche prima.

Ed è questa malinconia che si esprime con un ricordo che strappa un sorriso, che cresce in una risata fragorosa, e che talvolta finisce con l’inizio di un altro ricordo collegato, che vedo e leggo ne La Stanza Profonda e nel Muro di Casse di Santoni. È una malinconia positiva, che diviene motore per riavviare movimento, per tornare — con la coscienza di chi ha passato del tempo ad analizzare — a praticare qualcosa di già visto, inevitabilmente diverso per percezione ed attitudine a causa del passare degli anni. A causa dell’esperienza.

E l’esperienza è un altro concetto fondamentale, che si lega perfettamente al territorio ed alla memoria che può esser scambiata per esercizio malinconico, determinante per chi scrive su qualcosa o su qualcuno. Anche per questo, immagino, l’universo narrativo di Vanni nasce (o parte) dalla terra che ha segnato le sue esperienze negli anni della crescita. Anche per questo il legame tra questi due libri, per quanto apparentemente affrontanti argomenti differenti, è forte e tangibile. Naturale è riconoscervi personaggi già incontrati in lavori precedenti.

Che poi la porta di accesso per il mondo immaginato da un Master in un gioco di ruolo, presenta una serie di oggetti iniziatici indispensabili allo stesso modo dell’universo Raver che fu. Cambiano solo le forme e le consistenze, ma non la venerazione degli adepti: da una parte dadi, manuali, carte e mappe, dall’altra un sound ed il suo muro di casse, una pastiglia, un dress code e magari una padella per cucinare la Ketamina (per non parlare dell’info line da chiamare).

Da una parte i preparativi di ingresso si vivono singolarmente come un rituale, e la preparazione al viaggio è comunque mentale oltre che fisicamente rituale (ed a proposito di territorio, la descrizione del percorso che il protagonista de La Stanza Profonda effettua ogni sera, per recarsi nella stessa, ci regala una fotografia esatta e tangibile della Montevarchi di oggi. Che poi sarà simile ad ogni cittadina di provincia Italiana che naviga attorno ai ventimila abitanti). Dall’altra, invece, il viaggio è parte integrante dell’appartenenza ad un concetto di libertà vissuto a trecentosessanta gradi quantomeno in occasione dell’evento: ci sono i treni ed i controllori che buttano fuori chi è senza biglietto, gli autostop, le scarpinate a piedi per boschi e montagne limitatamente accessibili, una conoscenza geografica dell’Europa acquisita sul campo piuttosto che sui libri della scuole medie.

Ognuno dei due universi, essendo circoscritto ad una cerchia più o meno ristretta di aderenti e frequentatori fissi (lasciamo perdere gli occasionali), deve poi scontrarsi con i pregiudizi del mondo esterno. Del mondo dei “nostri padri” e degli organi convenzionali di informazione che seguono ogni sera guardando la tv, mentre trangugiano una minestrina calda che fuori fa già freddo.

Ed allora per la tragedia di un suicidio giovanile (quello di Loriano, già letto sotto altra prospettiva ne Gli Interessi in Comune)viene additato il mondo dei Giochi di Ruolo che lo avrebbe spinto a togliersi la vita, perdendo il contatto con la realtà. Ed allora ci si indigna, si protesta, si va addirittura in televisione per spiegare l’altro lato della medaglia che appare invisibile ai più, con veemenza e speranza, salvo rimanere delusi del risultato. Questo succede ne La Stanza Profonda, ma è tematica collegatissima al mondo Raver, Traveller ma anche nell’universo delle occupazioni sociali e delle autogestioni. Laddove si additano movimenti controculturali come fucina per tossici, diseredati, fuorilegge o peggio terroristi. Laddove, con il passare degli anni, l’arrendevolezza legittima nell’aver lasciato “la verità” agli altri continuando a “fare”, ha decretato una deideologizzazione del movimento dei Free Party in primis, relegandoli in riserve indiane controllate e svuotate di senso (ed è la stessa sorta che sembra lentamente ed inesorabilmente minare il mondo dell’autogestione).


Si, perché il termine “controcultura” non è utilizzato a sproposito, e rappresenta un altro tratto che accomuna gli sfondi in cui i due libri di Santoni nascono, si sviluppano e cessano senza mai piegarsi su sé stessi. Per uno come il sottoscritto, che ha collaborato all’unica autogestione presente nella Provincia di Arezzo per oltre quindici anni, non è difficile apprezzare tutto quello che spesso è difficile vedere, ciò che si cela dietro il velo di superficialità che limita quel “grande pubblico” pronto ad additare il movimento dei Free Party come “una massa di drogati” e la passione per i Giochi di Ruolo come “una masturbazione tra sfigati”.

E quante volte mi sono alzato di scatto da tavola, rivendicando la purezza dell’autogestione, della riappropriazione di spazi abbandonati, oppure della libertà di scelta intellettuale (che va a braccetto con quella di culto, sessuale e di genere). Quante volte ho alzato la voce, perché “quelli che montano i sound ai Rave io li conosco”, o perché “ho amici che tutti i mercoledì sera si trovano in una stanza profonda per vivere storie immaginate”, consapevole di aver a che fare nella mia quotidianità con persone differenti rispetto ai disadattati o agli zombie che sentivo descritti. Il Teknival in Paratomagno che viene ricordato e perfettamente descritto (anche in sensazioni) ne Il Muro di Casse, l’ho vissuto con i miei occhi, ed era la prima volta che entravo in contatto con il mondo dei Free Party: pur non essendone mai rimasto “stregato”, non ho mai negato a me stesso né alla mia curiosità di replicare, se fosse capitato. L’episodio finale de La Stanza Profonda — quello in cui le forze dell’ordine irrompono nel garage portandosi in caserma tutti i giocatori nuovamente riuniti attorno al tavolo da gioco — non mi fu storia nuova alla lettura, perché gli echi “leggendari” (per la verità provenienti dal racconto di qualcuno che attorno a quel tavolo c’era) di un evento che ha indubbiamente ispirato l’autore, in provincia rimbalzano e non si disperdono velocemente.


In conclusione, Vanni Santoni cicatrizza in queste due opere non solo due movimenti (contro) culturali che hanno caratterizzato epoche recenti, principalmente (ma non necessariamente) circoscritte al mondo giovanile. Santoni ne descrive — fugacemente o meno — la percezione al passaggio di questi, anche laddove appare più difficile sentirne l’influenza, che vogliate vederlo riguardante il Valdarno o la provincia in generale poco importa. Ne analizza la storia, la trascrive in parti ineccepibile anche a livello saggistico, per poi rituffarsi nuovamente dentro due mondi distinti che, se visti oggi da dovuta distanza, mai appaiono tanto coincidenti l’uno con l’altro. Lo fa con i suoi personaggi, magari un po’ incontrati, un po’ immaginati, un po’ portanti in dote un lato della sua persona. Ed ha il visibile merito di farlo per primo a questi livelli, attraverso una narrazione vissuta e/o immaginata, a livello di letteratura Italiana.

Contemporaneamente ad un’ opera di creazione di memoria rispetto a movimenti e dinamiche che saranno ulteriormente indagate in futuro, Vanni racconta il territorio con le azioni e la mentalità dei propri personaggi, con le loro ambizioni ed i loro vizi, con quei dubbi che decretano la voglia di partire e quelle differenze che emergono al ritorno, con il passare del tempo. Racconta il Valdarno non solo di rinterzo e come sfondo, ma lo fa riportandone lo sguardo, il che è sicuramente meno facile e forse più difficilmente percepibile da chi, in Valdarno, non ha mai vissuto.

Almeno che non valga la regola che la provincia è uguale un po’ ovunque, soprattutto quella tutto sommato borghese e benestante, nella vastità di uno stato che poi tanto vasto non è, a guardarlo nel mappamondo. Ma all’interno del quale gli echi libertari di muri di casse sono passati e risuonano ancora, talvolta, magari grazie a qualche purista che si monta due casse portandosi un paio di macchine di amici in una radura nel mezzo al bosco. Dal quale il verbo di Gary Gigax e del suo gioco è passato di stanza profonda in stanza profonda, per finire a formare generazioni di giocatori online o appassionati di Fantasy che affollano annualmente il Lucca Comics, partiti proprio da lì.

Insomma, due libri che oggi appaiono come summa di epoche appena passate, apprezzabili da chi le ha vissute a pieno e chi in parte, domani rischiano seriamente di diventar punto di partenza per una ricerca magari divenuta nel frattempo vintage. Chissà.