Il medioevo digitale


Prima di iniziare a scrivere io e a leggere chiunque lo farà, volevo semplicemente ricordare senza troppi fronzoli i modi per sostenere la popolazione del centro Italia colpita dal terremoto del 24/08:

Con un SMS o una telefonata

45500 è il numero da comporre per donare 2€.

Con carta di credito

Visitare http://unaiutosubito.org per donare un importo a piacere.

Con bonifico bancario, per la Croce Rossa

IBAN: IT38R0760103000000000900050
BIC/SWIFT: BPPIITRRXXX
Beneficiario: Associazione italiana della Croce Rossa
Causale: “Poste Italiane con Croce Rossa Italiana — Terremoto Centro Italia”


Mi accorgo che — probabilmente — spesso il mio modo di scrivere possa far pensare a qualcuno che sta sul piedistallo di chi ha capito tutto ad annunciare la verità al popolo.

In realtà io ho preso da qualche tempo molto seriamente ogni mia azione sui social network. Ogni condivisione di link, ogni commento. Il motivo è semplice: non siamo più nel 2008, quando ci si poteva permettere di scrivere stati come (a quei tempi si scrivevano in terza persona, ché sennò sembravi scema) “canta la sigla di Dragon Ball”, che, per inciso, è il mio primissimo stato su Facebook.

E di conseguenza, ritengo sia un mio obbligo non solo accertarmi di ciò che dico e ciò che contribuisco a “far girare”, come si dice in gergo, ma anche combattere ciò che rappresenta un grave pericolo: l’odio, la disinformazione, il disprezzo.

Oggi Facebook per la stragrande maggioranza di persone è “internet”, ci si informa leggendo solo i titoli condivisi dai nostri amici o dalle pagine che seguiamo e si sta assistendo ad una sfiducia generale presso i canali ufficiali di informazione. Ad esempio, provate ad avere una conversazione con qualcuno sui tumori: non è raro sentirsi rispondere la cantilena fornita da qualche link sul social network, ossia che la cura per il cancro è stata trovata ma la TV non ce lo dice.

E quindi sono anni di transizione, anni in cui internet inizia ad avere un peso sulle notizie e sulla loro trasmissione istantanea, senza filtri, senza controllo, senza la conoscenza necessaria per comprendere come utilizzare tutti questi dati. Anni in cui si fa spazio un paradosso per il quale è difficile, adesso, trovare una soluzione: sappiamo tutto ciò che succede in ogni angolo del mondo, eppure è terribilmente difficile scoprirne di più o attestarne la veridicità. Essere sommersi da informazioni ci rende confusi e spaventati. È per questo che sostanzialmente crediamo in due cose: le notizie che vorremmo fossero vere e le notizie che vengono condivise da chi riteniamo affidabile (i nostri influencers personali, che lo siano poi davvero o no per il mondo non importa).

Il paradosso del nostro tempo: sappiamo tutto ciò che succede in ogni angolo del mondo, eppure è terribilmente difficile scoprirne di più o attestarne la veridicità, avere un resoconto approfondito, avere un filtro che mette nell’ordine giusto l’immensa mole di dati.

Nel 2008 su Facebook non c’erano le aziende (o meglio, non nel modo in cui lo sono adesso) ed era quasi impossibile che qualcosa potesse diventare oggetto di business tra le pagine del social network. La creatura di Mark Zuckerberg era uno strumento che, come recita il suo slogan, ti permetteva di rimanere in contatto con le persone della tua vita. Quindi molta ingenuità, nessun mestiere e poco impatto sul mondo, perché quando spegnevi il PC ed accendevi il televisore per scoprire cosa succedeva nel mondo nessun’emittente pubblicava screenshot di pagine o di profili appartenenti a vittime e/o carnefici dei casi di cronaca. Non ricordo nemmeno un eccessivo utilizzo della componente melodrammatica (canzoni con il pianoforte ed articoli con metafore poetiche per creare nel telespettatore empatia e di conseguenza sofferenza, preoccupazione), ma forse questo è un ricordo personale distorto e non ho le prove di quest’ultima mia affermazione.

© Pawel Kuczynski

Il background social è questo: tutti, e per tutti non intendo solo una fascia d’età (solitamente la più giovane) ma 1 miliardo e ancora altri — attivi giornalmente — utilizzano Facebook. Accedono all’app o alla pagina almeno una volta al giorno. Condividono selfie, chattano, stanno in silenzio a sbirciare le vite altrui, distribuiscono mi piace su gatti, cani, citazioni errate, foto sgranate, bufale, pagine che sfruttano l’ignoranza delle persone per ottenere engagement, vivono, in poche parole, la propria vita online. È tutto concentrato in un unico posto: video live, chat, gruppi di discussione, gallerie di foto, notizie dal mondo, Instagram, giochi, video di Youtube, ricette, videochiamate, telefonate, SMS, personaggi famosi, colleghi, amici, fidanzati, mogli, figli, nipoti, nonni, zii, conoscenze virtuali… questo è il servizio che Facebook offre all’umanità, come una seconda vita da costruire, che ha ucciso la versione precedente di Internet che ci permetteva di svelare noi stessi attraverso pseudonimi, forti solo della capacità di conversazione e ricchezza delle proprie idee. Questo è Internet adesso. Una trasposizione della nostra vita. Non possiamo più svelarci: noi siamo già ciò che siamo. I nostri dati ci precedono. Le nostre foto sono autentiche, i nostri nomi reali. Eppure fingiamo più di quanto potessimo fare prima, quando creandoci un indirizzo email potevamo accedere ad una chat (MSN) o quando il nostro profilo su un forum poteva rappresentare l’opposto di noi stessi ma alla fine contava solo cosa dicevamo nelle varie discussioni.

Fingiamo, preoccupandoci di cambiare ciò che possiamo, oscurare chi conosce la verità. Filtri. Come sulle nostre foto. Fotografiamo quello che non mangiamo, o dedichiamo qualche minuto a comporre meglio il piatto e pubblicare la foto con degli hashtag che ci permetteranno di raggiungere più persone, che apprezzeranno la foto, che ci seguiranno facendoci diventare più avidi. Più foto, più likes. Più likes, più notorietà, magari anche fama, magari un lavoro o dei soldi. O forse semplicemente un ego migliore, un’estensione della nostra vita che fa meno schifo di quella in cui siamo sottopagati, lavoriamo nove ore senza considerare la tempistica andata-ritorno da e per il posto in cui passiamo la maggior parte della nostra esistenza, per avere 28 giorni di ferie che non è detto che potremo farci perché forse non bastano poi i soldi per andare dove si vuole. Una vita alienante, come quella di provincia, in paesi senza cinema o biblioteche, in cui l’unica cosa che conta è vestirsi bene per uscire nel solito locale a fare le solite foto con i soliti amici. Alienante, come una città col silenziatore, accompagnata solo da voci registrate in un ritornello perpetuo e rumori, ma nessuna discussione. Diffidenza.

© Asaf Hanuka

E poi ancora lavorare, su Facebook. Il cliente chiede i “Mi Piace”, perché a vendere si fa presto, ma un milione di pollici in su è qualcosa di troppo prezioso per la psiche. È meglio essere famosi, a qualsiasi costo. Paghiamo Facebook per raggiungere più persone, senza trasparenza, senza la certezza che funzioni, perché la gente ha fame di cose sempre nuove, diverse. Sarai tu la cosa diversa? Sarà la tua azienda o l’ennesimo gattino? Se sbagli a dare un titolo al tuo articolo non ti leggerà nessuno, ma comunque non è detto che pagando Facebook qualcuno lo farà. Ma aspetta, non importa leggere ma cliccare. I banner si azionano, gli ads fruttano. Inventiamoci le notizie, la verità spesso non ha nulla di speciale. Una foto di un tramonto senza filtro, un articolo sull’ennesimo omicidio, ordinarietà a cui nessuno importa. A meno che non abbia dei colori intensi, forti. A meno che non sia stato un immigrato, a premere quel grilletto.

Forse può sembrare uno stream of consciousness un po’ cinico, ma è quello che succede: un miliardo di persone sulla stessa piattaforma, incapaci di farne a meno perché tecnicamente sarebbe come rinunciare ad una convenzione sociale, un po’ come non avere un numero telefonico per venir contattato. Ci sei, lo usi. Torni da lavoro, lo usi. Sei stanco, lo usi.

(non sono riuscita a trovare l’autore dell’illustrazione: se conoscete la fonte, segnalatemela)

Oltre all’ignoranza, il pericolo che dobbiamo affrontare ogni giorno è che non prendiamo consapevolezza di quanto peso abbia una parola digitata sulla nostra tastiera (o non inviata, in altri casi). Se nessuno rispondesse agli stati di Salvini, se nessuno lo “combattesse”, siamo sicuri che sarebbe definito “buffone” dalla maggioranza delle persone? Se tutte le persone che pensano che abbia torto non parlassero, ci sarebbe più spazio per lui. Nessuno si farebbe la benché minima domanda, nessuno scrupolo sul fatto che lui possa sbagliare o perpetuare la condivisione di fatti distorti. Nessun problema si risolve col silenzio.

Forse qualcuno potrà dirmi che discutere con un imbecille porta semplicemente alla frustrazione e a nessun cambiamento di posizione da ambo i lati. Ma discutere con un imbecille su Facebook, un posto in cui quel commento rimane finché cancellazione non ci separi, non serve solo agli interlocutori bensì soprattutto agli spettatori: non abbiamo mai assistito ad un dibattito televisivo in cui qualcuno rispondeva con un silenzio o con una chiusura di trasmissione, ma è quello che facciamo. Perché tendiamo a pensare che non ne valga la pena, che la vita è un’altra, che chiusa un’app non sia più un problema nostro, che in fondo non è poi così importante, sono solo parole, è solo un link.

Ed è arrendendoci alle discussioni e alla superficialità che diventiamo ciechi di fronte ad una società che dimentica l’empatia, sfoga la propria frustrazione, i propri pensieri più intimi, condivide articoli falsi per disattenzione. E ci trasformiamo. Ogni giorno.

© Pawel Kuczynski

Ora, il 24 Agosto un terremoto ha distrutto delle vite. Amatrice, la città più colpita. Stessa routine di ogni tragedia: hashtag, informazioni sbagliate, classe politica negligente, per il popolo di internet. Vi erano anche degli inquietanti messaggi che poco c’entravano con il dolore, messaggi frutto della nostra, di negligenza: abbiamo permesso che qualcuno su internet perpetuasse un messaggio razzista, ma ancor più grave, falso. I 35€ e gli hotel di lusso. Gli immigrati come soli responsabili di un Paese in ginocchio. Se io avessi perso la mia casa e la mia famiglia e avessi letto quei commenti, avrei pianto il doppio, perché avrei perso anche ciò che più conta quando uno schermo ti separa da queste cose: supporto, affetto, empatia. Da parte dei miei stessi simili.

Liti, ancora notizie false. Una vegana scrive che è il Karma ad essersi vendicato della città che ha dato i natali a della pasta con dei pezzettini di pancetta. Altre pagine dicono sia colpa delle unioni civili, della cattiveria dell’uomo e della natura che si ribella. Giornali che non sono arrivati ad agguantare la prima ondata di click devono portare la pagnotta a casa ed evitare la chiusura, quindi ecco “falsificare il magnitudo per ottenere finanziamenti”. Qualche illuminato tenta la fama iniziando una petizione che chiede di devolvere l’intero montepremi del Superenalotto alle vittime del terremoto; quando qualcuno gli fa notare l’impossibilità del gesto, sottolinea come il suo fosse semplicemente un atto volto a scuotere le coscienze altrui — come se di scosse non ne avessimo avute già abbastanza — , che aveva ottenuto un enorme successo in quanto terza petizione più firmata d’Italia. Ecco qui, di nuovo l’ego, signori. Mascherato da buone intenzioni. Migliaia di votanti che firmano una pagina web contenente un’idea irrealizzabile. Non avrei mai creduto di poterlo dire, ma a questo punto forse sarebbe stato più utile dire una preghiera per chi non ce l’ha fatta.

© Kaiti Hsu

Poche ore dopo, in un gruppo riguardante il Social Media Marketing, qualcuno chiede se è giusto che un’agenzia di fotografi scriva il proprio messaggio di cordoglio per le vittime. Altri iniziano un dibattito su un’iniziativa: la foto raffigura un pavimento pieno di crepe ed un piatto di amatriciana; accanto, il testo recita “per ogni piatto di pasta venduto verranno donati due euro: uno lo metti tu, uno lo mettiamo noi. Ti aspettiamo”. Inizia la lotta, un processo alle intenzioni ed all’esecuzione, che si conclude con frasi tipo “ma è marketing”, “qualsiasi operazione per aiutare va bene”, o “anche The Guardian ne ha parlato, quindi è legittima e voi siete nulla”.

Non erano passate 24 ore e mentre pensavo alle persone lì e mi si stringeva il cuore tanto da desiderare di avere un mega bottone rosso che silenziasse il mondo almeno per qualche momento, per dar loro lo spazio e il rispetto di capire in che modo possiamo essere utili noi altri al di là dello schermo, tutto questo succedeva. E confondeva, e demoralizzava. Ed era frustrante pensare che mentre qualcuno contava i morti qualcun altro contava i like o i piatti di amatriciana che hanno aumentato l’incasso della serata con la “scusa” dei due euro. Il giorno dopo, invece, la solidarietà era diventata uno screenshot di un SMS: guardatemi, ho donato, sono una persona rispettabile, umana, che fa il proprio dovere di cittadino italiano.

È ovvio che le tragedie tirino fuori il peggio di noi, che la rabbia e l’impotenza ci facciano cercare un colpevole, dagli immigrati alla pancetta passando per i diritti civili degli omosessuali. Ciò che però dobbiamo imparare è che questo schermo non è qualcosa che smette di esistere se non lo guardiamo: cresce e prende sempre più prepotentemente posto nelle nostre vite. E se non educhiamo noi stessi, se a nessuno importerà di insegnare alle nuove generazioni che una parola su queste pagine può rappresentare uno tsunami poste determinate circostanze, se non ricordiamo a noi stessi che l’umanità è l’unica cosa da preservare per una vita migliore, i libri di storia del futuro definiranno la nostra epoca “il medioevo digitale”, il periodo che ha gettato le basi della rivoluzione tecnologica, che ha dimenticato cosa significa essere umani. Il periodo che ha permesso ai glitch della tecnologia e ai nostri difetti di inghiottirci.


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