
Sonatine, un capolavoro di Takeshi Kitano
Beat Takeshi chiude la prima fase della sua carriera con un filmone
“Sei un duro. Mi piacciono gli uomini duri!”
“Se fossi un vero duro, porterei una pistola con me?”
“Ma tu spari con facilità…!”
“Perché mi spavento con facilità”
“Ma, tu non hai paura di morire…”
“Quando hai avuto paura della morte per troppo tempo, cominci a desiderarla”
In questo dialogo tra Miyuki e il signor Murakawa, protagonista del film e interpretato dallo stesso regista, c’è tutto il senso di Sonatine.
E’ veramente difficile descrivere la bellezza di quest’opera, prima di tutto perché lontanissima dal modo “occidentale” di intendere vita e morte, e poi perché non è facile spiegare un film dove quasi non succede nulla, la trama è ridotta all’osso, il senso è tutto in ciò che comunicano le immagini, i dialoghi splendidi, le atmosfere a tratti surreali. Come descrivereste un quadro di Dalì a chi non l’ha mai visto?
Sonatine è il quarto film di Kitano e il terzo yakuza-movie. Dopo l’esordio brillante di Violent Cop e il folgorante Boiling Point, film dove veniva portata una feroce critica alla yakuza e alla società giapponese da due punti di vista apparentemente opposti, e dopo essersi staccato dal genere con Il silenzio sul mare, Beat Takeshi torna al genere con un film che è sì un’altra critica alla yakuza, ma che ha come tema centrale la morte, o la sua accettazione.
Siamo ancora a Okinawa, come in Boiling Point, ma l’atmosfera è decisamente diversa. Il protagonista, il signor Murakawa, è un boss della yakuza che viene mandato sull’isola per occuparsi di scontri fra gang rivali, ma presto capisce che l’obiettivo del capo mafia è di liberarsi di lui, e decide di rifugiarsi in una casa sul mare in attesa di capire la situazione, assieme ad alcuni scagnozzi e una ragazza che incontra in loco. Come spettatori però capiamo subito che il boss è in realtà già rassegnato alla sua morte, e tutte le scene che si seguono sono un misto di commedia e surrealismo, con lo spettro della morte che aleggia costantemente, e anche se strappano un sorriso non riescono ad allontanarne il pensiero, portando alla consapevolezza che ci stiamo sempre di più avvicinando al momento fatale, e che tutto quello che vediamo sia solo un tentativo di allontanarlo il più possibile.
Una meravigliosa metafora della vita stessa come sforzo dell’essere umano di tenersi costantemente occupato per allontanare il pensiero dell’inevitabile fine, una nuova e sferzante critica alla yakuza che ormai è indistinguibile dalla vita stessa dei giapponesi ordinari (si vede nelle scene iniziali), di nuovo il mare come compagno indispensabile, come luogo dove tornare umani, tornare bambini (il gioco), la violenza non esasperata ma costante, terribile, insopportabile, e un finale perfetto, giapponese, kitaniano.
Un film semplicemente splendido, il migliore di Kitano che io abbia visto fin qui, che merita ben più riconoscimento di quello che ha, e che rivedrò sempre con piacere e malinconia.

