Io, Umberto e la semiotica

Di come imparai ad amarla e a non preoccuparmi

Ciao semiotica, ne abbiamo passate tante eh?

Il nostro incontro risale al primo anno di università e, diciamocelo, non è andata molto bene, vero?

Tu mi sembravi complessa, astrusa, complicata e irraggiungibile.

Col senno di poi, un’altra prof, un altro libro, un’altra attitudine da parte mia avrebbero fatto la differenza, ma era il mio primo anno, ancora non capivo dove dovevo andare a parare e già litigavo con il latino e la sociolinguistica.

Non mi sembrava il caso di impegnarmi anche con te.

«Relazione complicata» e dire che ancora non avevo Facebook.

Mi ricordo che arrivai all’esame poco «preparata»: non è che non avessi studiato (anche se devo ammettere che alcuni capitoli li avevo saltati a piè pari), ma sapevo le cose a memoria.

Non funziona sapere le cose a memoria, mai.

Ti sembra, ma non funziona.

Presi cosa? Un 23?

Me lo portai a casa senza drammi e mi dimenticai di te.

Ma il nostro grande incontro era solo rimandato.

Ci siamo ritrovati ad Urbino con la mitica Loretta.

La odiavamo un po’ tutti perché ci faceva fare lezione alle 8 di venerdì mattina.

Una sfida al regime studentesco che vuole che il venerdì mattina – post bagordi universitari – non si faccia nulla, se non ingozzarsi di aspirine.

Ma la verità è che – venerdì o no – io cominciavo a capire.

Improvvisamente mi interessavano le strutture dietro la costruzione del testo e dei segni.

Il significato, il significante, gli attori attanziali, testo e paratesto.

Ma interessarsi non basta.

È stata una lotta dura: alla prima ho fallito.

Fare le connessioni.

Che fatica.

Sfogliare come una cipolla le cose per rivelarne l’essenza, insomma, non è da poco.

Rifiutai un 23(!!!) dicendo «Torno. Ho il quadro, devo connettere i puntini».

Ci misi tutta l’estate, ma a settembre ero riuscita a crearmi un mappa delle cose e zac, infilata in un vestito inappropriato per un colloquio universitario, mi portai a casa un 30, come i gradi, quel giorno.

Sai, Umberto è sempre stato lì.

Con i libri, i manuali, la sua capacità di spiegare, più semplicemente, mondi così complessi.

La semiotica dal suo punto di vista era un’altra storia.

Non avrei capito nulla senza i suoi manuali.

E poi Lector in fabula è stato IL libro, per me che sono affascinata dalla narrazione.

Ma, anche fuori dalla semiotica, dettava il passo: Apocalittici ed integrati mi ha spinto verso quello che è il mio lavoro (sono un’integrata, sì).

Non parliamo poi di Come scrivere una tesi di laurea, il libro più letto da tutti gli studenti universitari!

Umberto mi ha fatto capire Joyce, porca miseria, quello che prima era solo uno che scriveva senza punteggiatura.

Umberto è stato fondativo, ma tu già lo sai, eh?

E ora che non c’è più, non ci mancherà, perché non te ne vai davvero se sei Umberto Eco.

Se lasci un’impronta del genere, resti.

Immortale.

In tutti noi.