Design collettivo e antidisciplina

La specializzazione sistemica

Nelle università siamo stati abituati all’idea del designer come singolo operatore che lavora all’interno di una catena produttiva, quel piccolo ingranaggio che prende l’idea di qualcuno e la trasforma in sketch o che “abbellisce” il progetto tecnico di qualche ingegnere.

Processo “Double Diamond”

Quel progetto che, parafrasando un mio professore universitario, non potrà evolversi per sempre e che prima o poi dovrà concludersi, è spesso inteso come il prodotto esclusivo del singolo, che per paura di plagi è abituato a pensare che chiuderlo con brevetti possa rappresentare un affare.

Sappiamo benissimo però che niente si crea dal nulla, il nostro processo creativo è generato da milioni di interconnessioni tra lavori, scoperte e pensieri altrui. Il fatto di averne una vasta conoscenza ci aiuta in questo percorso, genera i nodi del nostro sistema creativo, che noi ci limiteremo a collegare, dando un significato personale a questi link.

Da questo punto di vista quindi, i nostri progetti possono essere il potenziale per altri infiniti progetti, di conseguenza non ha senso chiuderli, sarebbe invece auspicabile renderli il più aperti possibile per generare creatività distribuita.

Tornando alla frase del mio professore , ci possiamo rendere conto che il progetto del singolo, anche avendo raggiunto una certa compitezza dal proprio punto di vista, non si chiude completamente, si trasforma in un minimum viable product (MVP) di un processo più ampio, di cui noi spesso non ci rendiamo pienamente conto.

The Krebs Cycle of Creativity — Neri Oxman

Questo concetto va ben oltre il design come siamo abituati a pensare. Se intendessimo il designer come facilitatore e mediatore di processi cognitivi condivisi, potremmo iniziare ad attribuirgli valore completamente differente. Da sempre siamo il collegamento fra arte ed ingegneria, ma più degli altri ci siamo adattati e ci siamo contaminati con tutte le discipline, diventando veri esperti delle antidiscipline.

La potenza dell’approccio aperto alla conoscenza è la proprietà intrinseca delle idee, che parafrasando Gregory Bateson, si combinano, non si sommano, creando un valore emergente superiore rispetto alla semplice somma delle parti.

In questa maniera il designer nuovo perde la sua condizione di generalista e riacquista uno status di specialista del settore, uno specialista che fa tesoro del suo passato e lo amplia con gli alfabeti delle altre discipline, diventando il vero abilitatore di processi antidisciplinari.

Per fare questo il designer potrà armarsi di tutti i più potenti strumenti provenienti dalle diverse discipline, potrà fare leva sulla logica di piattaforma della sharing economy, potrà far suo un approccio lean, ma olistico, potrà diventare un comunicatore esperto e riuscire a visualizzare in maniera accessibile la complessità, potrà avvalersi degli strumenti di problem solving del design thinking e del service design.

Prima fotografia della Terra dalla Luna. Copertina di “The Whole Earth Catalog” del 1969. Il sottotitolo era proprio “Access to Tools”

Quello che però dovrà fare, sarà mantenere la propria integrità e tener sempre a mente che questo pianeta e le specie che lo popolano sono unici e meritano un rispetto incondizionato. Il futuro del design è sistemico e aperto, noi abbiamo appena scoperto la ruota.