La bambina arancione

Give me one reason…

Era il 1995 quando Tracy Chapman cantava questo pezzo; io avevo 11 anni e pensavo ad andare il giro in bicicletta, ad arrampicarmi sui pali delle altalene, a correre nelle campagne vicino a casa e a parlare con gli alberi. Frequentavo le scuole medie, portavo un paio di occhialoni, ero bruttina e con poca voglia di fare i compiti. Ai tempi scrivevo un ridicolo giornaletto satirico che mi ero inventata per ammazzare la noia. Si intitolava “Confidenze” ed era la pessima copia della rivista attualmente in commercio (che già l’originale fa pena di suo). La periodicità, l’intervallo di tempo fra un numero e l’altro, era chiara e precisa: “Confidenze esce quando vuole”.

Durò 3 numeri…

Scritto a mano, conteneva una parte con il pettegolezzo del momento, che ovviamente era di mia fantasia, completo di foto, o meglio l’illustrazione di una foto, e una sorta di appendice umoristica con alcune barzellette. Ebbe un discreto successo tra i miei coetanei e dopo il primo numero collaborarono con me altre persone: c’era chi mi portava informazioni e gossip su professori e alunni per scrivere gli articoli, e chi mi aiutava a farne delle copie, senza l’ausilio di fotocopiatrici, come degli amanuensi. Fu soltanto un effimero gioco, ma capii che il mio sogno di allora era fare la grafica pubblicitaria.

Sono nata nel 1984, due giorni prima che Apple lanciasse sul mercato il Macintosh. Ho un diploma in Scienze Sociali e una laurea in Scienze dei Beni Culturali (percorso storico-artistico). Il giorno della consegna della laurea, mentre una mano prendeva l’attestato e l’altra stringeva quella del Magnifico Rettore, la mia mente pensava: “adesso cosa faccio?”.

Non mi sentivo soddisfatta, nonostante le fatiche e i sacrifici fatti per raggiungere quell’agognato titolo, che mi fece passare notti insonni, crisi d’ansia e pianti, non mi sentivo completa. Non volevo far terminare in quel modo la mia “danza della realtà”.

Infatti, eccomi quasi al termine di un biennio di un percorso di Alta Formazione Grafica presso l’Istituto Pavoniano Artigianelli a Trento. Sono stati due intensi anni, purtroppo passati troppo velocemente. Se dovessi riassumerli solo in una parola, quella sarebbe: Serendipity, lo scoprire, cioè, qualcosa di inatteso, che non ha nulla a che vedere con quanto ci si proponeva o si pensava di trovare, come la scoperta dell’America per Cristoforo Colombo. Il termine trae origine dalla fiaba persiana I tre principi di Serendippo, nella quale gli eroi protagonisti posseggono il dono naturale di trovare cose di valore non cercate.

Anche io mi sento una principessa di Serendippo: ho trovato un sacco di cose che non avevo cercato, mentre stavo cercando altro. Questi due anni al TAG sono stati parecchio significativi, sono riemersi passione ed entusiasmo nel fare ciò che avevo sempre desiderato, e ho ritrovato sensazioni ed emozioni che credevo aver rimosso o dimenticato. Ho avuto la possibilità di salire per la prima volta su un aereo (a trent’anni!) per frequentare due workshop: uno a Tilburg, nei Pesi Bassi, presso la Fontys University of Applied Sciences e l’altro a Boston, negli Stati Uniti, presso la IXL Center. Ce ne sarebbero altri di gioielli preziosi da citare, trovati o ritrovati nel forziere di TAG.

Mi voglio, tuttavia, soffermare su un aspetto particolarmente importante che questa esperienza mi ha lasciato: la forza di dominare le mie paure, i miei timori causati dai giudizi altrui e di affrontarli, di rompere quel muro che mi sono costruita attorno. Sembra ridicolo, ma la paura affonda le sue origini nella storia personale di ognuno di noi, ogni individuo ha il proprio tallone d’Achille e questo è il mio.

A cinque anni avevo disegnato una bambina tutta arancione, sospesa sopra un ondeggiante prato verde. Il fatto che fosse arancione provocò una forte ilarità e venni presa in giro da due gemelli malvagi. Non ho mai capito per quale motivo facesse tanto ridere, però ricordo che per me fu molto doloroso. Quel disegno l’ho conservato, e qualche volta lo prendo in mano e lo osservo e non trovo ancora una spiegazione.

La paura di essere derisa ha scatenato in me un radicato eccesso di autocritica. In questa esperienza ho imparato che non bisogna farsi limitare dalla paura perché ti rallenta il cammino, ti boicotta, ti rende schiavo ed il risultato è l’infelicità o la non realizzazione di sé.

Forse quel cinico di Wilde non aveva tutti i torti nell’affermare che è meglio essere protagonisti della propria tragedia che spettatori della propria vita. Così, ho preso in mano la mia vita e trovato il mio “motivo”.

Penso molto, mi piace fantasticare, ascoltare con le orecchie e col cuore, osservare il mondo e i suoi abitanti. La mia aspirazione è quella di trasmettere emozioni attraverso la comunicazione visiva, grazie alla grafica, alla fotografia e al montaggio video, unendo psicologia ed estetica. Attraverso questi diversi linguaggi vorrei raccontare un sacco di storie: quelle tristi, quelle felici, quelle buffe o comiche, quelle irriverenti oppure magari apparentemente senza senso, ma che siano in grado di colpire, commuovere o far stare bene. Se riuscirò a fare questo, saprò di non aver vissuto invano.

Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano
Emily Dickinson