LA SEMPLICITA’
Quarto paragrafo di “Talk Talk”
Basta decidere di essere se stessi e fare ciò che sentiamo di dover fare per diventare insopportabili per gli altri. Usciamo fuori dal loro radar, dalle capacità interpretative che nel corso del tempo hanno elaborato su di noi. Ma noi di tutto questo siamo stati almeno un po’ complici. Ci siamo adeguati chi lo sa per quanto tempo a essere la cosa più semplice da riconoscere. Non abbiamo complicato la vita a chi ci guardava, convinti che in questo modo saremmo riusciti a non complicarla a noi stessi, come se la cosa si basasse su un sistema di vasi comunicanti.
Inutile dire che se e quando scopriamo di esserci sbagliati su tutta la linea è già tempo d’autunno per la nostra vita; siamo già con i capelli grigi se ancora li conserviamo in testa. Sono pochi quelli di noi che sfuggono e ribaltano, senza fare troppi calcoli, la parsimonia della convivenza sociale quotidiana con la redenzione propria della libertà e dell’arbitrio strettamente privato e personale.
Con la scusa che siamo degli animali sociali ci siamo dati agli altri, a tutti gli altri, indiscriminatamente, e soprattutto ci siamo dati agli altri secondo i loro canoni. Per noi non abbiamo avuto il coraggio di conservare che qualche egoismo casalingo, ma fuori dalla porta di casa ci siamo fatti riconoscere e immatricolare. Il registro della buona educazione e quello della fine del mondo coincidono. Chi si preoccupa di modi e maniere, si preoccupa della foto da far sistemare sulla propria lapide. Non c’è urgenza più forte e immediata da soddisfare di quella di scappare dagli altri e starsene da soli.
Io lo faccio da tanto di quel tempo oramai che anche se non posso dirmi guarito dal male e dalla brama della considerazione altrui, sono almeno in grado di rendermi conto quando sto evitando di essere libero. Quando lo faccio, quando evito la mia faccia, è perchè un po’ di debolezza fa bene a tutti. Ci rende umani e non ci illude sulla nostra smisurata grandezza e riuscita.
Ma per conquistarmi la libertà io ho puntato in alto, nel vero senso della parola. Ho deciso di farlo di nascosto, senza chiarire a nessuno, fino a quando non sono stato costretto dagli eventi, qual era la mia reale intenzione, il mio piano di fuga; così quando lo hanno scoperto, quando sono stati messi tutti davanti all’evidenza dei fatti che incombevano, non hanno saputo far altro che spalancare gli occhi, fissarmi senza riuscire a dire una sola parola.
Sono un astronauta e a chi mi sta intorno questa cosa non piace per niente. Gli sembra ingiusto che io giochi alla mia età. Per loro un uomo con moglie e prole deve tenere i piedi nelle scarpe e le scarpe ben piantate a terra. Io, invece, giro e mi riggiro nel vuoto. Deambulo con movenze oniriche, rallentate e distrofiche, e non arrivo da nessuna parte. Mi muovo al chiuso e guardo fuori, guardo lontano, attraverso gli oblò delle stazioni spaziali.
Questo faccio, anzi sarebbe meglio dire questo ho fatto, perchè non è detto che potrò tornare a farlo. L’età avanza e ho fatto già due missioni di quelle lunghe lassù.
Se dovessi dar retta alla mia ex moglie le ho fatte nei momenti sbagliati della nostra vita ma io non la penso così. Per andare nello spazio non si possono prendere appuntamenti di convenienza. Ti dicono che partirai il tale giorno alla tale ora e che per preparati devi impiegare mesi se non anni. Questo è tutto, prendere o lasciare e io ho sempre deciso di prendere.
Quello che ho lasciato mi ha lasciato. Adesso la cosa più semplice da fare sarebbe un’altra: dimenticare tutto. Le cose semplici cambiano, non sono sempre le stesse. Questo ci spiazza, non ci permette di operare secondo una strategia precostituita.
Io sarei disposto alla dimenticanza, tutti gli altri no. Vogliono che io ricordi anche per loro, che io viva quello che avevo lasciato in sospeso andandomene nell’alto dei cieli. E allora eccomi qui nell’estate che per me non sa di sale ma solo di ritorno in un luogo abbandonato. La mia casa. Non mi decido ancora ad arrivarci, resto a bighellonare intorno al convento dove ho dormito e mi impongo di non pensare, di sorridere ad ogni nuovo pellegrino che arriva o che riparte di prima mattina. Questo è un posto dove la vita non trema, se ne sta ben piantata sulle gambe e ti guarda dritto dentro e tu non hai voglia né motivo per startene al chiuso. Mi prendo il sole in faccia seduto sui gradini e aspetto.