Una drammaturgia per 12 teste mozze

Conversazione con Marta Cuscunà sullo spettacolo “Sorry, boys”

Impegnata a preparare i difficili meccanismi che stanno dietro al movimento delle dodici teste mozze di cui parla anche il titolo dello spettacolo, Marta Cuscunà ha rilasciato un’intervista ai “Giornalisti di confine”, laboratorio coordinato da Altre Velocità in occasione della rassegna Teatri di confine.
La giovane attrice è andata in scena martedì 28 giugno a Villa di Scornio con lo spettacolo Sorry, boys. Dialoghi su un patto segreto per 12 teste mozze, liberamente ispirato a fatti realmente accaduti a Gloucester, Massachusetts.

[foto Lorenzo Gori]

Quali sono state le esperienze della tua formazione che hanno più influenzato la creazione di Sorry, boys?

Sicuramente lo studio del teatro visuale con Joan Baixas, regista catalano del Teatro de la Claca di Barcellona, che ho conosciuto durante un laboratorio della scuola “Prima del Teatro” di San Miniato: è stata quella la prima occasione in cui ho sperimentato il teatro visuale. Successivamente ho avuto la fortuna di lavorare con Baixas, che mi ha coinvolto in due spettacoli della sua compagnia. Per quanto riguarda la scrittura del testo, tengo sempre presente il lavoro che ho fatto con José Sanchis Sinisterra, che è stato il mio unico vero insegnante di drammaturgia.

Perché hai scelto proprio i fatti di Gloucester, Massachusetts, come tema di questo spettacolo?

Mi sembrava una storia bollente: ha avuto molta risonanza, tanto che esistono già un film a riguardo e un format televisivo, 16 and pregnant. Mi aveva molto incuriosito e pensavo che nascondesse qualcosa di spinoso.

Questa storia affronta molte tematiche del mondo femminile: definiresti Sorry, boys uno spettacolo femminista?

Sicuramente sì, anche perché per me la parola “femminista” non è affatto negativa: sentirsi femministi significa, secondo me, auspicare una situazione di uguaglianza e giustizia per uomini e donne. Paradossalmente, pur facendo parte del progetto sulle Resistenze femminili, Sorry, boys si concentra sulla figura dei maschi: le protagoniste femminili non appaiono in scena, perché parlare di modelli femminili senza mai affrontare il ruolo e gli stereotipi maschili non porta a risultati consistenti.
Se da una parte c’è una storia molto lunga del pensiero femminista, dall’altra manca un pensiero sulla mascolinità: il mio auspicio è che si inizi a trattarla di più, senza parlare di “crisi” dell’uomo parallelamente all’emancipazione femminile, perché così si mette l’uomo in una condizione di frustrazione. Dialogare sugli stereotipi che affliggono maschi e femmine potrebbe diventare un modo per permettere anche agli uomini di creare nuovi spazi di libertà, costruire consapevolmente un’identità per vivere le relazioni e la loro emotività.

[Foto di Lorenzo Gori]

Quale significato hanno le dodici teste mozze che inscenano i vari personaggi dello spettacolo?

Ho notato un’analogia tra le teste mozze di una serie fotografica di Antoine Barbot che rappresentavano teste umane come trofei di caccia e l’effetto che la scelta delle ragazze di Gloucester ha avuto sulla loro comunità, mandandola in tilt e mettendo tutti con le spalle al muro: le sedicenni hanno trovato una forma di rivolta non distruttiva, usando il potere di dare la vita — che forse è l’arma più potente — come detonatore di un messaggio di cambiamento in un contesto sociale nel quale non si sentivano più a proprio agio.

Quale impronta vuoi lasciare con questo spettacolo?

Più che un’impronta, vorrei lanciare uno stimolo sull’urgenza di affrontare questi temi. Quando ho deciso di affrontare questo argomento, ho scelto di lasciare in disparte le ragazze, su cui tutti si erano concentrati tentando di distruggere la loro idea. Volevo riflettere, invece, sul contesto sociale in cui la loro decisione è nata. Studiando l’unico documentario realizzato su questi fatti, The Gloucester 18, che dà voce anche ad alcune delle sedicenni protagoniste, mi sono soffermata sul fatto che l’unica ragazza che in seguito allo scandalo ha continuato ad ammettere di aver cercato volontariamente la gravidanza dopo aver assistito a un caso di femminicidio. Quello che spero, infatti, è che questo spettacolo diventi un pretesto per parlare della violenza maschile.
Mi hanno colpito le parole di Stefano Ciccone, dell’Associazione Maschile Plurale, che sostiene che una società sbilanciata al maschile naturalmente privilegi l’uomo, ma che in essa non necessariamente gli uomini siano felici. Le donne si stanno già chiedendo di che cosa abbiano bisogno per essere felici, mentre gli uomini se lo chiedono troppo poco, o forse lo danno per scontato.

Quali elementi, oltre a quelli della tua formazione e ai fatti del Massachusetts, hanno contribuito allo spettacolo?

Certamente è stato fondamentale il lavoro di Paola Villani, scenografa e artista, che ha progettato e realizzato tutte le teste e il loro meccanismo. Poi ho letto molta drammaturgia contemporanea — Sinisterra, certamente, ma anche Martin Crimp — e ho studiato vari documentari sull’argomento.

Per tutto lo spettacolo sei da sola in scena, fatta eccezione per le teste, e per di più ti soffermi sul lato “maschile” della vicenda, pur essendo una donna: qual è stata la tua preparazione per scrivere e interpretare il testo?

Anche negli altri spettacoli sulle Resistenze femminili sono da sola in scena, è dunque un elemento che avevo già sperimentato. A differenza degli altri, dove in parte racconto la storia senza manovrare i pupazzi, in Sorry, boys sono solo le maschere a parlare. È stato difficile proprio per questo scrivere il testo, perché la narrazione permette di sciogliere alcuni nodi più complessi delle vicende in maniera diretta, mentre in questo caso ho tentato di dire tutto attraverso i dialoghi tra i personaggi. Ho svolto un lungo lavoro oltre che di allenamento delle mani anche di ricerca vocale per caratterizzare ogni figura.

C’è qualche consiglio che vuoi dare agli spettatori per aiutarli nella visione?

Penso che questo spettacolo richieda una certa concentrazione da parte del pubblico perché diversi nodi del contenuto non sono espliciti, ma vanno colti per riuscire a chiudere il quadro alla fine. È importante cercare di notare gli indizi che arrivano dal testo e che non sempre sono evidenti. Il testo è a tratti anche ironico e divertente, perciò non credo sia difficile tenere alta l’attenzione.
Gli altri testi sulle Resistenze Femminili, poi, trattavano del passato e si poteva pensare che i lati negativi fossero legati ad un tempo che ormai non ci appartiene più: questa storia, invece, è estremamente attuale e ha molti elementi fastidiosi proprio perché riguarda la nostra vita più intima — sessualità, contesti famigliari in cui si nascondono esempi di violenza più o meno subdoli, pornografia. Sono tutti argomenti tabù per la nostra società, di cui ci vergogniamo ancora molto, e bisogna avere il coraggio di mettere le mani in questa realtà scomoda.

[Foto fdi Lorenzo Gori]

Intervista a cura di Lapo Ferri e Valentina Scatizzi.
Articolo a cura di Lapo Ferri.

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