Sipario Rosso — Parte prima

Il cielo è grigio.

Del colore di un topo di fogna. Di quelli che fanno paura alle persone. Il sole che dovrebbe battere sopra la mia testa si è rintanato e pare non voglia farsi vedere. La strada che porta alla masseria è stretta, lunga, piena di ciottoli e circondata dal verde scuro della campagna circostante. Chilometri di quel verde scuro si disperdono a vista d’occhio. Il verde, che è un gran bel colore, viene spesso tinto e ritinto dall’azzurro e dal nero dei sacchetti d’immondizia scaraventati da qualcheduno prima dell’ingresso. Per entrare c’è bisogno di attraversare una sbarra arrugginita che affaccia sulla strada in questione. Bisogna alzarla, la sbarra, passare con la macchina o a piedi e poi riabbassarla. La strada che porta alla masseria, dicevo, non si fa attraversare per bene. È scomoda. Urla dal dolore delle ruote che le passano sopra. È lunga, certo, ma finisce aprendosi in un cortile dal pavimento in pietra. A sinistra dalla fine della strada di ciottoli, un altarino fa le veci di Dio. Grigio, come continua a essere grigio il cielo; alto un paio di metri, è circondato da alcuni rami di sterpaglia formatasi in questi anni di assenza umana. Proseguendo, sempre a sinistra della fine della strada e sempre sul pavimento di pietra, una sorta di capannone murato — che con ogni probabilità avrebbe concesso la vista verso l’interno — si fa arrogante barricando il tutto. Tornando verso il centro del cortile, defilato verso destra, c’è l’ingresso principale della masseria. Un cancello rossastro divide il mondo esterno con il cortile dell’edificio. Si perde a vista d’occhio, il cortile, anch’esso con un pavimento grigio stipato di piccoli sassi appuntiti, come uno di quelli di alcune aziende di ferro o di plastica, dove la bellezza degli esterni non conta poi così tanto.

È qui davanti a me, arrogante e impetuosa, la ex masseria Magliulo. Dopo aver oltrepassato la sbarra arrugginita, l’azzurro e il nero dei sacchetti dell’immondizia abbandonati da chissà quanto tempo, l’altarino di pietra, io finalmente sono qui. Il colore del cielo è ancor più grigio di prima. Le nuvole non sembrano volersene andare, anzi, si divertono a tenermi compagnia. Da qualche secondo non c’è neanche più la fioca musica dello stereo della macchina che c’era fino a poco prima. Accendo una sigaretta cominciando a guardarmi intorno. Il cancello, rosso sbiadito dalla ruggine e dagli anni, è totalmente aperto. Che ci sia qualcuno? “Non ci sarà nessuno!” — mi avevano detto — “e se qualcuno dovesse romperti le scatole, tu spiegagli con calma perché sei lì!”. Scuoto la testa, cercando di immaginare come mai il cancello sia aperto, riuscendo semplicemente a tirare tabacco e a sputare fuori fumo grigio, grigio e grigio.

Muovo un paio di passi verso l’interno della masseria e vedo da lontano verso destra, dietro una fitta vegetazione, un auto bianca come parcheggiata all’interno. Penso di andarmene. Guardo la mia macchina, che è pochi metri dietro di me, e decido che sono venuto per restare. Mi avvicino alla macchina bianca lentamente, col passo di chi sa che sta andando incontro a una botta sulla testa. Che cazzo, questa è pur sempre la ex residenza della famiglia camorristica, e ora io ci sono all’interno! Oramai a pochi passi dal veicolo, ignaro di quello che avrei potuto vedere, sento il cuore uscirmi fuori dal petto.

Uno… due… tre! Non c’è nessuno! Faccio un altro tiro di sigaretta e butto via ciò che ne rimane su uno di quei sassi appuntiti.

Finalmente torno tranquillo, ricomincio a respirare e inizio a girovagare nella vecchia masseria abbandonata. Comincio dal piano terra. Ci sono due stanze. Scelgo quella alla mia destra. Appena entrato, su un comodino alla mia sinistra, ormai impolverato dagli anni che sono bastardi con tutti ma proprio con tutti, ci sono dei quaderni e dei libri di scuola abbandonati. Li apro velocemente, scorgo la calligrafia di quella che poteva essere una ragazzina molto piccola. La polvere e i ragni hanno mangiato alcune delle pagine, che oramai sono solo vecchi ricordi. I ricordi, anche quelli dei cattivi, se li mangia via la polvere. Non c’è niente da fare su questo. Una scala da salire per arrivare al piano superiore mi invita a spingermi al piano di sopra. Ancora due stanze. Ne scelgo una a caso. Vecchi oggetti della casa buttati per terra. Una scopa placidamente distesa sul pavimento sembra tenermi compagnia. La stanza affaccia sulla strada. “Campagne… immondizia… l’Ikea a pochi passi! Che cazzo! Alle volte il mondo è veramente un brutto posto dove vivere!”.

Caccio dalla tasca sinistra il mio cellulare. Come sempre sono in ritardo, come sempre di fretta. Ho un altro appuntamento di lavoro. Scendo le scale lentamente e ritorno sulla strada piena di ciottoli con le distese di campagna ai lati. Mi fermo un attimo appoggiandomi alla macchina, mentre un’altra sigaretta prende fuoco.

«Qui ci vogliamo fare del teatro, Rafè!»

«In questo posto del cazzo?»

«Sì, in questo posto del cazzo! Ma fattelo un giro all’ex masseria della famiglia appena puoi».

«Sì, ma… voi siete pazzi!»

Era stata l’unica cosa che mi era uscita dalla bocca quando mi avevano parlato di questo progetto mostrandomi in foto l’ex masseria.

Immagino però, appoggiato alla mia macchina, con gli occhiali da sole neri sugli occhi, la sigaretta tra le dita e le labbra, che questo posto del cazzo sarebbe stato pulito per bene. Sarebbero venuti ragazzi da tutte le parti. Sarebbero venute le autorità locali. Si sarebbe montato un palco. Cazzo, un palco! Oh, un palco! UN PALCO! Sorrido immaginando un palco in questa merda. Sorrido pensando all’arte e a quanto possa far diventare luogo di bellezza l’ex masseria di una famiglia di camorra, che in questo caso non è altro che un minuscolo plastico in scala del mondo in cui viviamo.

Delinquenza, crimine, sangue, topi. Penso!

Cieli grigi. Sbarre arrugginite. Distese verde scuro. Immondizia. Monnezza. Nero. Azzurro. Polvere. Libri di scuola ingialliti. Merda. Merda. Merda!

E poi un palco. E sorrido!

Ancora una volta stiamo vincendo noi. Penso.

Spengo la sigaretta e me ne vado. Lo stereo suona Satisfaction dei Rolling Stones.

Il cielo è grigio sopra la mia testa, mentre io sorrido come un bambino.

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