Un teatro nel “fondo” di una periferia: luci alla ribalta illuminano la masseria Magliulo

Il secondo appuntamento della rassegna di TEATRO DECONFISCATO — tenutosi giovedì 15 settembre e che ha visto in scena la Compagnia Ragli con lo spettacolo “Panenostro” scritto e diretto da Rosario Mastrota — ci ha finalmente “catapultati” nell’ex tenuta Magliulo, adiacente al Leroy Merlin di Afragola. Una stretta e buia stradina ci porta — non senza averne dubbi prima di vedere la meta! — sino a questa carente masseria che può contare solo sulla luce del plenilunio. Tra lo staff che cerca di alimentare la corrente elettrica con un generatore a benzina e i tecnici che rifiniscono gli ultimi dettagli intorno ad una pedana di legno posta a mo’ di palcoscenico nell’enorme cortile, ci apprestiamo ad avvicinarci lentamente alle sedie disposte in fila per gli spettatori.

foto di Nina Borrelli

È fra l’affascinante ed il pauroso essere qui, a circa due chilometri dal centro abitato e forse anche di meno, in un dirupo solingo accanto ad un pescheto; i versi “insoliti” delle quaglie che si nascondono nei dintorni si alternano ai rumori degli aerei in fase di atterraggio e di decollo, ed insieme solleticano l’orecchio degli astanti.

Come era prevedibile, alcuni spettatori, facilitati evidentemente dalla centralità del teatro Gelsomino, non li abbiamo ritrovati al fondo Magliulo, ma in compenso i posti disponibili sono stati coperti; diversi sono ragazzi che hanno manifestato tutto il loro entusiasmo nel ritrovare del teatro in provincia ad accesso gratuito e che a ben guardare, costituiscono con ogni probabilità lo zoccolo duro di questa rassegna. Attraverso loro ci è possibile intravedere quanto ancora persiste un interesse in merito al proprio territorio e quanto viva sia la ricerca di spazi deputati a manifestazioni culturali nelle quali incontrarsi. E del teatro, dunque. Non ultimo, non scontato, e in fondo — con somma sorpresa — non desiderio solo di un’elite sociale. Ce ne accorgiamo da come si è attenti alla storia del povero panettiere calabrese, interpretato da Andrea Cappadona, sopraffatto dalla ‘ndrangheta; una narrazione semplice, perché in fin dei conti è fondamentale ripristinare l’essenzialità di un racconto, il rudimentale binomio di chi narra e chi ascolta, una così “banale” pratica sommersa dalle altrettanto banali abitudini comunicative del nostro vivere quotidiano.

foto di Nina Borrelli

Il palcoscenico è una bassa pedana di legno, illuminato da un impianto di luci in delicato equilibrio con la capacità che il generatore di corrente elettrica può erogare, ed occupa una piccola frazione di spazio rispetto all’immenso e buio cortile che appartiene alla masseria; un bambino, tra i più piccoli spettatori, vi getta curioso lo sguardo, sporgendosi dalla sua sedia. D’intorno a lui, a noi vi è uno spazio enorme, un non luogo — perché ancora spettro della propria storia — ai margini di un centro abitato, in cerca, dunque, di un’inedita ridefinizione sociale e culturale.

foto di Nina Borrelli

Due chiacchiere con altri giovani spettatori e man mano si ha come l’impressione di quanto muti la sensazione dell’essere “a teatro” a pochissimo dalle proprie case rispetto a quando ci si sposta al centro della grande città. Per un attimo lo si pare riconoscere come prolungamento di uno stesso “ambiente domestico”, come antidoto all’apatia con la quale si filtra spesso il proprio territorio. Tutto va ridimensionandosi verso l’essenzialità di un incontro e di una condivisione; un ritrovarsi in un posto che non appartiene a nessuno, sorprendentemente inedito come la sensazione leggera di un frugale “stare qui” ed incontrarsi. Semplice, come le linee di un disegno che un piccolo spettatore ci ha lasciato, come originalissima fotografia della serata.

Il disegno di Simone, un piccolo spettatore

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