La midia dei musi neri

Tennis Club / 2.10 Inganno di mezzogiorno

Martedì primo Novembre 1955. Alla messa di Ognissanti Padre Attilio si era raccomandato di pregare per la salute dei maschi compaesani partiti per le miniere di Charleroi da quasi un anno. Seduta in terza fila Lina cercava di non far trapelare l’angoscia, e vicino a lei le figlie strette strette, il piccolo in braccio a Arcida. Gli altri non sapevano che suo marito stava tornando da lassù per morire quaggiù. Gabriella sentiva ancora male alla schiena per le botte ricevute, lei, che non se l’era sentita di dirlo subito alla madre e aveva chiesto l’intervento di Attilio.

Se il segreto di Lina era per il momento ancora tale, non era invece sfuggita a nessuno l’assenza di Caterina Venturoli. Tutti si aspettavano di vederla, del resto il funerale del padre non era mai stato celebrato e il minimo che potesse fare era pregare a Ognissanti. Già si malignava sottovoce e Attilio dal pulpito lo sentiva, e lo vedeva. Vedeva anche Gemmina, seduta in prima fila con lo sguardo vuoto di una statua.

Alla fine della celebrazione, una volta tornati tutti a casa, Caterina e Rosaria Scimia si sarebbero incontrate nella chiesa di Sant’Iggidio, lontane da occhi indiscreti. Quella sciocca questione della midia sarebbe finalmente finita, l’una avrebbe avrebbe trovato pace e per l’altra sarebbe terminata la reclusione forzata. Dopo questo chiarimento definitivo Attilio contava di prendere posizione anche in merito alle cosiddette magie che faceva Lina. Avrebbe invitato tutti a diffidare di tale pratica.

Ma anziché andare in pace, le donne con la veletta nera avevano fatto capannello attorno al curato, per chiedere consiglio. Chi si era scoperta incinta per la sesta volta e non c’aveva più l’età, chi non riusciva a far sposare la figlia, una con la mucca morta, Maria Camplone con un dolore alla pancia. Naturalmente per tutte loro la colpa di ogni cosa era la maledizione che Rosaria aveva scagliato contro il borgo e i suoi abitanti. Il giovane rispondeva loro con parole di circostanza e con mano gentile ma ferma le accompagnava attraverso la piccola navata.

Ma mentre l’ultimo gruppo di signore si allontanava, nella direzione opposta giungeva Annarosa. Da sola. Camminava spedita (non si corre sulla terra benedetta) ed era chiaramente trafelata. Si sarebbe dovuta presentare con la figlia come da accordi, Attilio le era quindi andato incontro.

Rosaria è già venuta?
Perché sei da sola Annarò?

I due avevano formulato le domande quasi nello stesso istante, per poi fissarsi confusi per un momento. Chiaramente non c’era tempo da perdere, Caterina non era più lucida e affidabile, bisognava trovare la donna e la ragazza immediatamente, e in barba alla sacralità adesso correvano, Attilio non si era nemmeno tolto i paramenti sacri.

Erano entrati nella casa dei Di Simplicio senza nemmeno chiedere permesso, ignorando il povero Arturo seduto su una sedia di fuori. C’era solo Isidoro a tagliare un prosciutto (uno dei pochi rimasti) sul tavolo. Nella fretta non si erano nemmeno accorti di Gemmina, vestita ancora di nero dalla messa, in piedi vicino alle scale a salire, muta.

Per questo la voce di lei li fece sussultare, ma ciò che disse li fece tremare.

Dorì, mamma tua non sa a scrivere, e Arturo non ci vede più. Tu l’hai scritta la lettera per Caterina. Si dovevano incontrare oggi alla Chiesa. Adesso tu ci dici dove sono andate veramente.

Annarosa era convinta di aver urlato con tutte le sue forze in faccia a quel prete sciocco che aveva consegnato la lettera a sua figlia senza averla letta prima, lui, che si era fidato. In realtà non aveva emesso alcun suono.