La midia dei musi neri

Tennis Club / 2.17 Maiale

Paolini, il primo di Marzo 1956

La cena si era svolta come al solito, senza discorsi o rivelazioni, seduti a tavola. Tre commensali presenti sapevano benissimo che sarebbe stata l’ultima notte, che la midia avrebbe concluso il suo ciclo, li avrebbe divorati lasciando vivere in pace il resto di loro, creando nuovi sopravvissuti e nuove famiglie. Non doveva accadere così presto, ma in realtà erano in attesa da ormai troppo tempo.

Lina era un fascio di nervi, forse non sarebbe riuscita a chiudere il cerchio in quello stato, pensava Gemma, ma non si poteva tornare indietro e ormai Gabriella era compromessa. Le due donne stavano vivendo quegli ultimi momenti in silenzio, con il fuoco a parlare dietro di loro.

Si era portata un coltellaccio fin dentro il letto, Lina, e avrebbe voluto farla finita subito, senza aspettare. Tanti mesi addietro aveva visto tutto questo sul fondo della bacinella, ma era una donna diversa, perché ora aveva così paura? Aveva giocato questa partita a scacchi cercando di mantenere saldi i suoi principi, conscia che avrebbe potuto sistemare la faccenda subito. Ma Dio non l’avrebbe perdonata, le cose, come sempre, dovevano andare come voleva Lui. Ma Lui non le aveva mostrato tutto, e ora, sdraiata nelle vecchie coperte, malediceva quel maledetto dio che si era permesso di romperle il cuore, portando a casa suo marito morente e mettendo a rischio la vita di sua figlia. Era ormai fragile Lina Meucci, più vicina a cosa sarebbe diventata dopo quella lunga notte. Con una mano stringeva la lama mentre tendeva l’orecchio in attesa.

Gemma non era sdraiata invece. Non si era svestita dalla cena ma aveva anche messo le scarpe, levando gli zoccoli. Seduta sul letto aspettava il momento propizio, come un segnale immaginario. Era la sua notte e quel segnale era soltanto il suo coraggio pronto a bollire. Aveva tolto dalla cornicetta logora la foto di suo marito Domenico, l’aveva piegata e messa dentro l’abito, sul cuore. Si era pure preparata qualcosa da dire, ma chissà se ne avrebbe avuto l’occasione. Il giorno di Ognissanti aveva guardato la midia negli occhi e aveva capito quale fiammifero aveva originato gli eventi. Quel giorno aveva perso tutto Gemma Di Simplicio, ma aveva guadagnato la tranquillità e dismesso le tribolazioni continue e le notti insonni. Non fosse stato per Lina chissà quanti altri disastri sarebbero accaduti. Quella donna pensa di essere una strega, ma è una santa, in qualche modo.

Rapita dai ricordi aveva perso troppo tempo e si era alzata come se fosse stata chiamata con urgenza da qualcuno. Arcida, dall’altra parte del corridoio, aveva sentito qualcuno scendere le scale, ma parevano tre o quattro persone! Avrebbe raccontato anni dopo. Anche Lina stava ascoltando e adesso non aveva più dubbi. Ora, seduta accanto al marito, gli sussurrava parole di conforto, provava a rispondere allo sguardo interrogativo di lui.

Gemma, in piena notte, aveva aperto la pesante porta di metallo della porcilaia, che senza l’illuminazione di una candela poteva solo contare sul supporto della luna dalle due finestrelle, ma la luna non c’era. Tenendo la mano sul cancelletto di ferro del maiale alla sua sinistra aveva fatto due passi verso l’interno, senza chiudersi la porta alle spalle, poi si era voltata istintivamente verso il fondo della piccola struttura, in attesa.

Isidoro si era già abituato al buio, ma non la vedeva perfettamente. Puntava il fucile sperando di non mirare altrove. Esitava, forse aveva un colpo solo e non poteva sbagliare. Quella strega di merda aveva preparato tutto, ma c’era qualcosa che gli sfuggiva.

Dorino, che ti aspettavi?

La voce spettrale di sua zia Gemma aveva un che di distorto, sembrava la voce di sua madre. Una gamba cominciava a tremare.

Eh? Che ti aspettavi?

Questa volta la voce era più profonda, possibile fosse la voce di nonno?!

Te lo volevi sposare tu ad Arturo? E com’è sto matrimonio fra maschi, come funziona Dorì. In chiesa lo volevi fare? Ti volevi mettere il vestito bianco pure?

Questa volta era chiaramente la voce di Gemma quella emersa dal buio. Isidoro tremava tutto e stringeva fortissimo il fucile.

Tu a me mi volevi accecare, perché ti avevo visto fra le cosce di mio figlio. Ma che ti credi, che i maschi queste cose non le fanno? Che le donne non lo sanno? Tu sei rimasto frichino Dorì, poi si cresce, si diventa uomini, si fa la famiglia. Hai portato la midia, tutto l’odio che tieni verso di me, perché ho visto cosa sei, ricchione. E poi che fai, ammazzi pure a Gabriella?

Gemma era un fiume in piena, una tempesta di rabbia e pietà e lacrime. Suo padre, sua sorella, suo figlio cieco, e fra poco sarebbe morta pure lei, tutto per un amore impossibile, innaturale e deviato come il demonio, capace di portare la sventura.

Nel frattempo in casa Arcida e Gabriella erano scese per capire cosa stesse succedendo, ed entrando nella camera del padre avevano incrociato la madre che invece usciva. Nemmeno il tempo di chiedere e avevano subito ottenuto una risposta da una voce alle loro spalle, fioca e dimenticata con gli anni, -Maiale. Si erano voltate incredule.

Fuori il duello stava per concludersi. Gemma si stringeva fra le braccia, come se avesse avuto un senso ripararsi dal freddo in quel momento, e con la bocca tremante incitava Isidoro a sparare, a colpire finalmente il bersaglio, a farla finita.

Hai capito adesso come funziona, sì? A lui ci piace che te lo ficchi, ma poi lui si ficca a Gabriella, e se la sposa. Fai l’uomo per una volta e spara.

Silenzio e poi la donna, con la voce colma d’amore e stanchezza.

Spara, ricch…

Le spesse mura di pietra, se non fosse stato per la porta aperta, avrebbero celato quasi completamente il suono dello sparo. Il rinculo del fucile aveva fatto indietreggiare di un passo l’omone, il necessario per finire a portata di coltello, brandito da qualcuno abituato a muoversi al buio da sempre.


Otto Agosto 1956. A Marcinelle, Belgio, un incendio avrebbe provocato la morte di 262 persone. Domenico Di Simplicio non sarebbe mai più tornato a Paolini.

La Midia dei musi neri, fine.

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