La midia dei musi neri
Tennis Club / 2.7 Notte che pare giorno

Anche questa volta Gemmina sedeva dalla parte opposta di una sorta di tavolo, ma più piccolo. Non ci stava Lina, ma un uomo con la barba marrone e gli occhiali piccoli. Appoggiato sulle braccia e proteso in avanti la fissava. Ci stavano pure le candele, forse, e tanti libri. Più che un mago a lei sembrava un maestro. Ne aveva incontrato uno una volta, quando Isidoro andava ancora a scuola.
Stava seduta composta, con le mani in grembo a tenere la busta con i soldi. Non si era tolta il foulard nero dalla testa perché ai maestri va portato rispetto. Anche se questo qui non parlava, non si veniva al dunque. Gemmina cominciava a non ricordare più da quanto tempo era seduta lì. La sedia era imbottita, mica come quelle di casa, si poteva avere pazienza.
Ogni tanto la vista le si annebbiava, possibile? Non aveva certo sonno, ma forse era la stanchezza del viaggio. Dovevano andare all’ospedale di Ascoli ma già un dottore aveva detto che non si poteva fare niente, questa era una faccenda particolare, una cosa che non si sa se all’ospedale te la possono curare.
E la prima a rompere il silenzio era stata la donna. E’ vero che mio figlio Arturo tiene la midia?- chiede con una voce innaturalmente bassa.
Il maestro allora si era messo più comodo, ma senza toglierle gli occhietti di dosso, le mani dalla scrivania ai braccioli della sedia. No, tuo figlio ha ricevuto il male, ma non era per lui. Era per te Gemma, tu dovevi diventare cieca. Dovevi smettere di vedere. Ecco la sentenza.
Gemmina era senza parole. Allora era vero, quella biscia nera di Rosaria Scimia si era voluta vendicare, e Lina l’aveva aiutata. Non doveva vedere che si sarebbe sposata il suo Arturo. Cominciava ad avere delle vampate, sentiva come il fuoco sulla pelle. Fra le mani stringeva la busta e le mani sudavano.
E si può togliere? Tengo i soldi…Maria Camplone ha detto…
Le mani grosse e pelose del maestro erano tornate in fretta sul ripiano, ma senza forza, e a Gemma sembrava quasi avesse spostato aria calda con quel gesto. Adesso il calore lo sentiva anche sul viso.
E’ una cosa che non si può fermare o guarire. La midia farà il suo corso come tutte le cose, e poi finirà.
La povera Gemmina stava per perdere i sensi, guardava le tre grandi finestre dietro il maestro e ci vedeva delle luci, sembravano i botti di Sant’Iggidio, sembravano. Isidoro aveva chiamato la suora in corsia per farsi aiutare, lui non ci era riuscito a svegliarla.
Tornata alla realtà tutto di un colpo, il calore del sogno aveva lasciato il posto al freddo e alla puzza dell’ospedale. Una suora le teneva la spalla con forza e la guardava. Un grosso crocifisso di legno le penzolava davanti alla faccia.
Un bel signore, forse pure giovane, in camice bianco si stava avvicinando a loro. Era il professore che aveva visitato Arturo. Avrebbe ripetuto loro che il ragazzo era probabilmente nato così, o che forse era stata la crescita. Ma Gemmina non lo avrebbe nemmeno ascoltato, voleva tornare a casa e aveva tanta sete.