Phon e Polaroid

Tennis Club / 2.1 Riccio e la lama

Forse si è stancato delle cipolline che la sua futura madre ha eletto a desiderio ossessivo e irrinunciabile della gestazione, fatto sta che Riccio decide di nascere nella notte più stronza dell’anno, sul serio, la più stronza.

In una notte di un Novembre ancora vero, temperatura zero e ghiaccio sulle strade, Riccio spinge fortissimo e fa le capriole. Sua madre, sul sedile posteriore della Ritmo marrone, chiama a raccolta ogni santo mentre l’abile pilota che chiameremo papà cerca di non uscire di strada. E’ bravo papà, ma la Ritmo ogni tanto da un colpo di coda.

Che fretta avevi di nascere così, si chiede la mamma mentre lo guarda nell’incubatrice, piccolo piccolo, e si tiene la pancia ferita da quei tagli grossi di una volta. Almeno ha tanti capelli, anzi, forse adesso è solo capelli.

Il primo di tanti Natali di merda Riccio lo passa nel reparto maternità con papà e la sua Polaroid nuova fiammante, che non avrebbe usato fino al fatidico giorno 55, l’ultimo. Mamma a casa con Nonna, che non vede bene la situazione, questo bambino non camperà molto, dice senza mezzi termini.

Giorno 56. Mentre piroetta nel vuoto con direzione pavimento Riccio mostra già i segni di una futura chioma indomabile color cioccolato.Attorno a lui le mani di mamma e zia volano come fruste nel tentativo di afferrarlo. E’ fine Gennaio e il ghiaccio è ancora lì, la Ritmo sbanda ancora.

Quasi nonna, quasi.

Jeeg Robot ripete giorno dopo il rituale del lancio dei componenti, e i boccoli sono ormai lunghi quasi fino al sedere. Riccio è così cocciuto che si rifiuta di farseli tagliare. Per darvi l’idea del caratterino basta dire che la peste non era presente al suo battesimo. Certi pianti da snervare pure il prete.

Abitano al terzo piano del condominio verde. Al primo ci abita la zia con la figlia Anna, che fa la parrucchiera in casa. Mi manca lo zucchero, scrive mamma su un foglio di carta che appiccica con lo scotch al maglioncino del piccolo. Lo mette dentro l’ascensore e preme il tasto 1. Non è certo la prima volta che il nano capelluto viene utilizzato come corriere delle spezie (con grandi risate di tutti), ma questa volta si tratta di una trappola.

In men che non si dica Riccio viene fatto sedere sulla poltrona di Anna, e appena accenna il pianto isterico la forbice della giovane punta appena il lobo del bambino. Un pizzico soltanto, che però lo ammutolisce e gli fa sgranare gli occhi grandi dalla sorpresa. Alle spalle la zia soddisfatta prepara la Polaroid di papà, pronta ad immortalare l’evento degli eventi, Riccio con un modesto cesto di boccoli ordinati fino alle spalle.

Ritornato nell’ascensore, la zia preme 3. Senza foglio sul petto, con metà dei capelli e una tazzina di zucchero in mano. Ma soprattutto orfano della sua rabbia, tagliata da una forbice che papà, questo è il suo mestiere, ha venduto alla nipote. Una cerimonia di iniziazione che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. L’odore di lacca, il rumore del phon che asciuga la foto fresca di stampa.

Adesso Riccio si passa la mano nei capelli lisci e disordinati, ormai quasi tutti grigi anzitempo, mentre rimette in ordine nello scatolone le vecchie istantanee. Mette da parte quelle che vuole portare con sé, e si concede un pianto dopo 31 anni. Quel pianto tagliato quel giorno di tanti anni prima, quella lezione impartita sulla poltrona girevole.

Anna lo chiama, sono arrivati i fratelli di papà dal meridione. Sente tornare quella rabbia primordiale, quel tumulto nato con lui, e lo riversa sulla morte. Intima agli zii, chini sul feretro di papà, di non fare sceneggiate da terroni.

Che nessuno pianga.

Come una lama all’improvviso cerca di zittire tutti, mentre la sua disperazione è palese come un messaggio incollato al petto. Ancora una volta ci pensa la cugina a farlo ragionare portandolo in disparte. Ma lui ha le fiamme nella pancia e il ghiaccio sotto le ruote, sta cercando di sopravvivere come può, di più, vuole rinascere subito.

Due giorni dopo una valigia rossa siede vicino all’ingresso del salone di Anna. Dentro il bagaglio la vecchia macchina Polaroid, ormai inutilizzabile. Sulla poltrona c’è Riccio con i capelli cortissimi e gli occhi chiusi. Si fa riempire le orecchie dal rumore del phon e non vuole pensare più a un cazzo.

Non piangere.

Sii ordinato.

Fai quello che devi fare.