Parable of the Sower — la metafisica della sopravvivenza di Octavia Butler

Il “western” distopico che dovremmo assolutamente ripubblicare

2024. Una catastrofe ambientale ha reso la terra inospitale. La siccità perenne rende l’acqua il bene più prezioso, ancor più ricercato di ogni carburante o di qualunque metallo un tempo considerato pregevole. Il suolo secco si sgretola, il cibo scarseggia e le istituzioni della società civile sembrano essersi disintegrate.

Le strade sono percorse da disperati senza rifugio e da gruppi di giovani violenti, che non risparmiano nessun tipo di vessazione a chi capita sul loro cammino. L’attività ricreativa preferita da questi cani sciolti è l’assunzione di pyro, uno speciale tipo di allucinogeno che dà il suo meglio quando chi la assume osserva il fuoco, sia esso l’incendio di un campo di erba secca, di un manipolo di case mal sorvegliate o un rogo umano, frutto di un regolamento di conti o di un semplice moto di baldoria omicida.

Gli unici che riescono a mantenere una vita dignitosa in questo ambiente ostile sono i membri delle gated communities, enclavi circondate da alte mura da proteggere costantemente. La vita dentro queste comunità blindate è tornata ad assomigliare a quella dei primi coloni Europei sbarcati nel Nuovo Continente — in un’economia di autosussistenza, i più benestanti hanno un proprio orto da coltivare mentre i più poveri prestano servizio presso altri; chi aveva un lavoro anche ben pagato fuori dall’enclave è gradualmente costretto a rinunciarvi per evitare rischiosi spostamenti; la poligamia è tornata in voga; i bambini vengono istruiti tramite una sorta di scuola autogestita all’interno della comunità; la sorveglianza delle mura e le cure ai malati vengono gestite da tutti a turno, visto che polizia ed ospedali offrono i loro servizi in maniera sempre più inaffidabile e refrattaria; i rapporti con l’esterno sono sporadici e avvolti dal mistero — si mormora che grandi aziende abbiano creato città-stato enormi e blindate in cui però i residenti sono costretti a lavorare allo stremo ed finiscono intrappolati da debiti che non riusciranno mai a ripagare ai proprietari.

Nonostante il pericolo tangibile, molti degli abitanti di una queste piccole enclavi autonome si sentono al sicuro — protetti dalle mura che li circondano, sono assorbiti dalla loro vita e dalle attività che consentono loro di mettere del cibo sulla tavola.

Lauren Olamina, la protagonista di Parable of the Sower di Octavia Butler, non è fra coloro che dormono sonni tranquilli. Se per molti versi è un’adolescente tipica — nei suoi battibecchi affettuosi coi fratelli minori, nell’esplorazione incosciente del sesso, nel contrasto-ammirazione dell’autorevolezza del padre, predicatore religioso ed ex professore universitario, e nella continua negoziazione di diritti e responsabilità da adulta — Lauren ha capacità di osservazione e analisi inconsuete per la sua età.

Lauren ha anche un segreto, che contribuisce a renderla più circospetta verso il mondo circostante — soffre di iperempatia, una condizione che la porta a percepire e condividere il dolore fisico delle persone attorno a lei e a causa della quale le è difficile rispondere alla violenza con la violenza e reagire se viene aggredita.

Le cose che la ragazza ama fare sono principalmente tre — leggere libri sulle tecniche di sopravvivenza, preparare il suo “zaino di emergenza”, da mettere in spalla in caso sia necessaria una fuga improvvisa, e interrogarsi sulla natura di dio, scrivendone su un diario. Il dio di Lauren, però, non ha nulla a che vedere con quello venerato da suo padre e dai fedeli la domenica in chiesa ma assomiglia di più alla forza primigenia dei filosofi antichi, anche se questo la ragazza non può saperlo. Ciò che per Lauren è ben chiaro è che la divinità personale degli adulti, che protegge i buoni e punisce i cattivi, non trova una collocazione nel paesaggio desolato e agro che la ragazza vede attorno a sé.

Cionondimeno, la riflessione metafisica è qualcosa che serve a far sopravvivere le persone almeno quanto la capacità di coltivare la terra e di trovare una vena acquifera incontaminata — se acqua e cibo consentono al corpo di sopravvivere, la motivazione a lottare è data da un desiderio di capire il mondo e migliorarlo, lasciando la propria impronta. Lauren rielabora la parabola biblica del seminatore a modo suo, decidendo che lei sarà il “Seme della Terra” (Earthseed) che riesce a sopravvivere alle asperità. Dio, conclude Lauren, non va adorato ma osservato — dio è cambiamento e il “Seme della Terra” deve saper cambiare a sua volta, per sopravvivere e ripristinare le basi di una società giusta e umana.

La battaglia per la quale Lauren si prepara arriverà anche troppo presto e comporterà un prezzo più alto di quanto la ragazza avesse osato pensare.

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Per un lettore del 2016, Parable of the Sower è pieno di eco familiari — ci ricorda sicuramente The Road di Cormac McCarthy o anche alcuni elementi della trama di Hokuto No Ken di Buronson e Tetsuo Hara (Ken il Guerriero in Italia) e di The Walking Dead di Robert Kirkman e Tony Moore (nonché dell’omonima serie televisiva prodotta dalla AMC). Il romanzo di Octavia Butler, però, è stato pubblicato nel 1993, mentre quello di McCarthy è uscito nel 2006 e il primo albo di The Walking Dead risale al 2003. Solo il manga ideato da Yoshiyuki Okamura è antecedente ai romanzi di Butler, anche se è improbabile che questa autrice californiana l’abbia letto. In particolare, pur tenendo presenti le ovvie differenze di stile fra i due autori, quando rifletto sui protagonisti che “portano il fuoco” in The Road il mio pensiero corre immediatamente a Lauren, alla sua personale versione del “fuoco” che va portato e al suo essere “kind of weirded out”, un po’ stranita, come il ragazzo di McCarthy — che pur non ha mai dichiarato apertamente un debito letterario verso Butler.

Ciò che è certo è che mentre i romanzi di McCarthy e i fumetti citati qui sopra sono popolarissimi sia in Italia come negli Stati Uniti (forse con l’eccezione di Ken il Guerriero che è, opinabilmente, un prodotto di nicchia in Nord America), Octavia Butler è una voce praticamente sconosciuta per il pubblico italiano.

Nata nel 1947 a Pasadena, Butler apparteneva a una famiglia afro-americana della classe lavoratrice e ha fatto lei stessa svariati lavori sottopagati fino al raggiungimento del successo letterario nel campo della fantascienza, vincendo fra l’altro vari premi Hugo e Nebula. Butler, come per certi versi Lauren Olamina, era una underdog — timida e riservatissima, era fin da bambina una lettrice vorace pur soffrendo di dislessia, e aveva deciso da molto giovane di avventurarsi in un genere letterario che, negli anni ’70, contava pochissimi esponenti che non fossero uomini WASP. Negli Stati Uniti, Octavia Butler ha ancora un fortissimo seguito — basti pensare che è stata recentemente tirata in ballo anche in occasione delle elezioni presidenziali — e sarebbe auspicabile, almeno per gli amanti della sci-fi, che le sue opere venissero ripubblicate anche nel Bel Paese.

Parable of the Sower, che è stato pubblicato col titolo di La Parabola del Seminatore da Fanucci Editore nel 2000 e nel 2006 ed è ora molto difficile da trovare, è sicuramente un libro che molti adolescenti appassionati del genere fantastico apprezzerebbero, pur non essendo uno Young Adult, ed è uno altro di quei romanzi preziosi che parlando di un futuro distopico ci fanno capire meglio il presente.

Parable of the Sower, Octavia Butler (prima edizione 1993)


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