Sei mesi di astinenza da Facebook.

Sei mesi di astinenza da Facebook. Nel senso che per sei mesi non ho pubblicato nulla, se non in maniera per così dire omeopatica, ovvero attraverso la pagina che gestisco (i cui follower si contano sulle dita e il cui unico commentatore è un mio amico d’infanzia). A dire il vero avevo già sfrondato radicalmente i miei contatti e smesso di mettere Mi piace: se davvero ho qualcosa da dire, mi tocca commentare. La cosa più difficile? Resistere all’urgenza promozionale: ehi, ho fatto una collaborazioncina qui, ho scritto una cosina lì, sono bravo no? Ti prego, dimmi che lo sono… E magari contattami, ché il lavoro non è mai abbastanza. A cosa è servito tutto ciò? Non a molto. Forse, data la mia tendenza a inveire, mi sono fatto qualche nemico in meno, però non sono certo riuscito a intervenire sulle mie nevrosi da timeline. Continuo a scrollare e scrollare come facevo prima con la sola differenza che se mi viene in mente qualcosa lo tengo per me o lo dico altrove (ad esempio su Mastodon, che è proprio un bel progetto ma ci stanno tre italiani in croce). A detta degli scienziati di Facebook consumare contenuti senza produrne di propri rende gli utenti tristi. Ma la cosa veramente triste è che a nulla hanno portato gli schiamazzi intorno a Cambridge Analytica, i vari #deletefacebook, i rimbrotti dei pionieri del web che ci esortano a cancellare i nostri account. Siamo ancora tutti qui, immersi in questo tedio digitale, a ballare e cantare come si faceva durante i giorni più bui della Peste nera.


Originally published at THE ENTREPRECARIAT.

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