Dannati videogiocatori, hanno rovinato i videogiochi!

Lo ammetto, per oggi avevo pensato a un editoriale completamente diverso, che vedeva come protagonista Conan Exiles e l’importanza di mostrare al mondo intero il proprio organo genitale. Avevo anche quasi composto una piccola poesia, con tanti doppi sensi e luoghi comuni zeppi di giochi di parole degni di un bambino alle elementari (e che proprio per questo mi fanno ridere come un cretino), ma tutto è svanito nel nulla dopo aver assistito a un brevissimo video di gameplay su YouTube di un solito noto. No, non farò nomi: non servono e non mi interessa tirare fango addosso a qualcuno, dato che non è importante ai fini del discorso.

Ieri ha aperto i battenti la closed beta di Ghost Recon: Wildlands, e ho passato un po’ di tempo nel cuore della Bolivia in quello che — incredibilmente — è un titolo che è riuscito a stupirmi. Io, detto fuori dai denti, mi aspettavo un The Division sotto steroidi, con mappe enormi e tanto, ma tanto tanto, “spara-spara”; invece, da quel poco che ho visto e che voglio assolutamente approfondire, il nuovo titolo Ubisoft si allontana parecchio dall’adrenalina degli sparatutto, e lascia al giocatore — e al suo gruppo di eroi di guerra — tantissimo potere decisionale su come affrontare una missione. Sì, è vero, si ha sempre la possibilità di entrare con armi spianate in un avamposto militare dei narcoterroristi, ma anche tattiche del genere devono essere preparate a tavolino, con obiettivi primari da colpire contemporaneamente, la scelta di giuste posizioni da cui aprire il fuoco e la consapevolezza che bastano tre proiettili per metterci fuori combattimento.

I gusti sono personali, ma c’è modo e modo di esprimere il proprio parere

Wildlands sembra offrire talmente tanta libertà che, lo ammetto, ho avuto difficoltà nell’affrontare già la prima missione: da dove passare, a chi sparare, quale mezzo di trasporto utilizzare e tante altre variabili a cui, tristemente, non sono più abituato. Quello che, a conti fatti, pare essere il punto di forza dell’opera rischia di diventare, per alcuni personaggi di grande spicco, il più grande difetto del gioco. In poco più di venti minuti il giudizio è stato dato, contornato da frasi come “non si capisce niente” e “si viaggia troppo”, mettendo così il cartellino dei saldi in testa al titolo Ubisoft prima ancora che sia arrivato a scaffale. I gusti, ovviamente, sono personali, e ciò è insindacabile, ma c’è modo e modo di esprimere il proprio parere. Ormai è un discorso trito e ritrito, eppure se ci torniamo puntualmente sopra un motivo ci sarà: trovo inaccettabile che la “critica” videoludica venga portata avanti in questi termini. E no, questa volta non lo bevo il discorso “si parla di puro intrattenimento”. Vedere un videogioco qualsiasi, che sia uno shoot’em’up o Campo minato, bistrattato senza rispetto e senza fornire motivazioni mi fa sempre imbestialire, sopratutto se tale concetto viene acquisito come un dogma dalle migliaia di fan che difendono a spada tratta i nuovi paladini dell’intrattenimento online. Sarò vecchio, sarò brontolone e mi starò aggrappando con le unghie e con i denti a tipologie d’informazione ormai prossime alla morte, ma in cuor mio non riesco ad accettare tutto questo. Purtroppo, però, l’unica cosa che posso fare è chiudere gli occhi.

La razza del videogiocatore, anno dopo anno, è sempre più “brutta”: senza cultura del mezzo, senza informazioni e senza voglia di approfondire la propria passione. Ogni volta che leggo i commenti su vari gruppi di Facebook dedicati a console e titoli in uscita vengo pervaso da un profondo senso di tristezza, mentre gli utenti continuano imperterriti a chiedere pareri su un gioco (sempre quello, ché variare è brutto) dopo ovviamente averlo acquistato, per poi arrabbiarsi se gli spieghi i motivi per cui non ti piace, elencandone sia i pregi che i difetti. Le recensioni non sono contemplate, a malapena sanno che esistono portali come il nostro (e come tanti altri) su cui è possibile informarsi, e ormai l’unica parola che continua a uscire dalla bocca del giocatore medio è “guarderò un video di gameplay”, come se in venti minuti — appunto — ci si possa fare un’idea ben chiara.

Sono furioso e, al contempo, demoralizzato. Non ci meritiamo nulla: non ci meritiamo le beta, gli accessi anticipati, gli sconti e i “regali”. Vedere giovani “sputare” su Day of the Tentacle perché incluso tra i titoli del PlayStation Plus ha rischiato di uccidermi prematuramente, ma alla grande folla non interessa ripercorrere il cammino dei videogiochi e di provare le opere che i loro genitori adoravano in piena adolescenza (sì, fa paura, ma è vero).

Perché, nonostante questo mio odio gratuito, continuo a rimanere così legato a questo passatempo? Principalmente perché non sono di certo i commensali a rovinare un piatto prelibato, e in secondo luogo perché il sito, il forum e le pagine social di The Games Machine sono una piccola, anzi minuscola, piazza in cui è ancora possibile chiacchierare con passione e amore di un hobby che ci accompagna da una vita intera. Facciamoci forza tra noi, perché nonostante questo meraviglioso rinascimento videoludico, in cui vediamo titoli incredibili uscire a distanza di pochi mesi e che nulla hanno da invidiare alle glorie del passato, sembra che l’unico sport esistente della folla sia gettare fango sulla propria passione. Siamo come l’orchestra del Titanic, che imperterrita continua a suonare mentre tutto affonda. E lasciatemelo dire, stiamo facendo proprio una gran bella musica.


Originally published at www.thegamesmachine.it on February 4, 2017.

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