Dove finisce Call of Duty

Non è un segreto che il lancio di Call of Duty: Infinity Warfare non sia andato come al solito, e se anche il gioco ha recuperato nelle settimane seguenti cifre per altri addirittura impensabili, ormai ce n’è abbastanza per riflettere sull’esatto destino della serie. Pensare allo stralcio totale di una saga così redditizia è pura fantascienza, naturalmente, anche più inverosimile di quella di Infinite Warfare, ma le parole degli addetti ai lavori non lasciano dubbi sull’atmosfera di delusione: come riportato qui, i vertici di Activision hanno apertamente sottolineato davanti agli investitori che qualcosa nel nuovo capitolo non ha funzionato, indicando in particolare la digressione fantascientifica. “Infinite Warfare aveva tonnellate di valide innovazioni sul gameplay, apprezzate da molti degli appassionati”, ha detto il CEO Bobby Kotick, “ma aveva anche un’ambientazione che non è andata a genio a tutti i giocatori”.

In questo quadro si fa presto, naturalmente, a considerare il “ritorno alle origini” di Call of Duty nel 2017 (definizione della stessa Activision, in riferimento a l nuovo capitolo di Sledgehammer) come la ricetta per riportare in sella la serie il prossimo Natale. Seconda Guerra Mondiale? Le origini in effetti sarebbero quelle, e la nostalgia accompagnata alla buona qualità può sempre funzionare.

Il problema non è il futuro immediato, ma il ripensamento complessivo della serie

Il problema, casomai, è il ripensamento della serie sulle lunghe distanze: con ogni probabilità, Sledgehammer si è messa sul pezzo subito dopo la pubblicazione di Call of Duty: Advanced Warfare, magari contemporaneamente al lavoro di supporto stagionale. Tutti i capitoli che abbiamo visto negli ultimi anni sono frutto della medesima politica, un corollario di “tentativi” per svecchiare Call of Duty con cambi di ambientazione, elementi nuovi ma mai troppo eclettici e altre minuzie, comunque nei tempi giusti per la pulizia tecnica del prodotto (altra prerogativa irrinunciabile della serie). Trasformare qualcosa che è continuamente lanciato in corsa non è cosa semplice, ancor meno se i suoi standard realizzativi sono elevati e necessariamente costanti.

Activision ha in casa l’esempio di Destiny, centrato su una longevità maggiore e stilemi FPS più aggiornati e “ibridi”. È difficilissimo, tuttavia, pensare a un Call of Duty rivisto in chiave simile: l’alfiere di Bungie è, appunto, opera di uno sviluppatore con una storia produttiva praticamente immacolata, e non di un gruppo di team (capitanato oggi da Treyarch, più che da Infinity Ward) che ha il difficilissimo compito di “cambiare tutto per non cambiare nulla” ogni anno, o anche di trattenere in seconda fila le introduzioni più audaci (lo Specialists-Mode di Infinity Warfare, ad esempio). A questo va aggiunta l’effettiva difficoltà di implementare elementi “ibridi” di gameplay in thriller a sfondo militare come quelli di Call of Duty, dove già il tema spaziale ha fatto tremare le fondamenta del fanbase. Anche Tom Clancy’s The Division di Ubisoft Massive potrebbe aver stuzzicato la fantasia di qualche designer della serie, in relazione al modo di trasporre alcuni elementi di Destiny in scenari semi-realistici, ma si tratterebbe comunque di una mutazione di linguaggio a dir poco drastica e, soprattutto, non per forza gradita a chi mangia Call of Duty a ogni pranzo di Natale.

L’importante è operare un cambiamento deciso, senza appiccicare la propria immagine ovunque come in un film demenziale

Alla fine, tutta la cosmesi fatta sul brand Call of Duty per mantenerlo giovane ha avuto un effetto strano, finendo per risultare grottesca anche ai fan meglio disposti. In particolare, le reinterpretazioni sci-fi si sono sovrapposte le une alle altre senza un preciso disegno, portando a conseguenze forse inevitabili. Personalmente, credo che la qualità di Black Ops II, nel 2012, sia stata una spinta importante per l’ottima prestazione al botteghino del successore, lo scorso anno, mentre Infinite Warfare è arrivato a proporre la ridondanza della fantascienza proprio al momento sbagliato, peraltro sulla base di una campagna di marketing più centrata sulla Remastered di Modern Warfare che non su di lui. Le botte stavano arrivando, e forse Activision se le aspettava: un capitolo d’ambientazione classica sembrerebbe la perfetta risposta a un’evenienza del genere, studiata a tavolino insieme alle strizzate d’occhio alla storia di Call of Duty. Basterà?

C’è gente che preferirebbe vederlo sopprimere come un animale sofferente, ormai esausta di sentirne anche solo parlare. Al contrario di altri marchi FPS del passato, quello di Call of Duty si è esposto troppo per replicare nei giocatori più scafati qualsiasi parvenza di nostalgia. I milioni di acquirenti annuali vorrebbero “solo” un Call of Duty fatti come si deve, ed è a loro che proporrei un modello apparentemente più classico ma, di questi tempi, nemmeno così scontato: Titanfall 2 si è comportato sin troppo bene nella sfigatissma finestra di uscita che gli è stata concessa, ed è l’unico esempio credibile di moderno FPS lineare realizzato con tutti i crismi, quasi un prodotto d’inizio anni 2000 piombato alle soglie del 2017. Non parlo dell’ambientazione fantascientifica, al contrario ormai deleteria per Call of Duty: il gioco di Respawn Entertainment ha più coraggio nell’esaltare tanto gli elementi noti (le abilità dei Piloti in chiave platform, il puro shooting) quanto quelli più desueti (i paradossi quantici, ad esempio), ed è solo relativamente fantasioso sperare che Call of Duty si cimenti con la stessa decisione su tutti gli elementi che possono caratterizzarlo. Può diventare più tattico, puntare sul collezionismo drogato dei giocatori o sulla guida di mezzi un po’ meno automatici nel funzionamento; l’importante è che ci creda veramente, senza appiccicare la propria immagine ovunque come in un film demenziale. Altrimenti può anche andare in pensione, eh, almeno i contributi dovrebbe averli maturati.


Originally published at www.thegamesmachine.it on February 21, 2017.