The italian job

L’editoriale di oggi è una mia personalissima lettera di rammarico rivolta al mondo intero. Davvero, mi piacerebbe poterla indirizzare a qualcuno nello specifico, ma temo che ciò non sia possibile. Anche se è un pensiero che covo da anni, ieri ho assistito alla fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso: Brian Fargo — che vide la sua opera prima nel lontano 1981 e che ha in qualche modo inventato il concetto di videogioco post-apocalittico, ispirandosi al secondo capitolo di Mad Max, con Wasteland nel 1988 — si è rimangiato la promessa di localizzare Torment: Tides of Numenera nella nostra amata lingua.

Non sono un folle sognatore, o almeno non lo sono fino a questo punto, e mi rendo conto che per una casa sviluppatrice, spesso e volentieri, è solo una perdita di tempo e denaro tradurre un’opera in italiano: il Bel Paese non ha un mercato abbastanza interessante da spingere investimenti di questo tipo, soprattutto per quanto riguarda giochi di ruolo vecchia scuola con circa un milione e duecentomila parole; eppure mi incazzo comunque, a causa del modus operandi davvero scorretto. Proprio come accadde per Wasteland 2, inXile ha sin da subito annunciato l’italiano tra le lingue disponibili all’uscita, aggiudicandosi così una fetta di utenti più corposa del previsto; ora, a un mese esatto dall’uscita ufficiale, fa marcia indietro come se fosse un imprevisto dell’ultimo minuto.

Proprio come accadde per Wasteland 2, inXile ha sin da subito annunciato l’italiano tra le lingue disponibili all’uscita di Tides of Numenera

Non ho problemi, ripeto, se una software house preferisce risparmiare centomila dollari e passa, e mi reputo sufficientemente fortunato da capire abbastanza bene l’inglese tanto da potermi comunque godere un’opera di questo calibro, ma pretendo correttezza sin da subito. Certo, chi ha contribuito alla causa su Kickstarter può sempre richiedere indietro il proprio obolo, ma il discorso non cambia affatto. Ciò che è ancora più grave è che non è affatto la prima volta che capitano storie del genere, e in passato abbiamo assistito ad azioni ben più gravi: sempre inXile, dopo aver promesso di far uscire Wasteland 2 in italiano, ha organizzato un crowdsourcing per compiere il proprio dovere. Questa strana parola indica il delegare il lavoro a utenti non professionisti (o almeno non tutti) in cambio di una pacca sulla spalla, un briciolo di gloria e una copia del prodotto finale.

Sulla carta è tutto perfetto e meraviglioso, e un esercito di utenti può facilmente macinare un testo mastodontico in poche settimane a spesa quasi zero, eppure qualcosa è andato decisamente storto: tra chi non ha mantenuto la parola e chi si è affidato totalmente a Google Translate giusto per avere il giochino gratis (e con solo una manciata di professionisti a gestire l’intera mole di lavoro) il disastro è stato inevitabile, con omissioni e strafalcioni vergognosi, che rendevano il titolo ingiocabile a causa di bug tremendi. Addirittura, per svariati mesi e per non avere problemi di sorta, su Steam il nostro idioma non era nemmeno contemplato.

Gli esempi non si fermano di certo qui, anche se la storia è totalmente diversa: Larian, grazie a una campagna Kickstarter, sbanca tutto e porta sui nostri schermi quella meraviglia di Divinity: Original Sin. L’italiano non è mai stato previsto, e un gruppo di valorosi volontari si è prodigato a tradurre “amatorialmente” (tra virgolette perché il prodotto finale è ottimo) l’opera, ricevendo poi i ringraziamenti ufficiali della software house che ha abbracciato ufficialmente il progetto. Di sola gloria non si campa, e l’uscita del secondo capitolo si sarebbe potuta rivelare una buona occasione per mettere la pagnotta sul tavolo agli stessi traduttori del primo episodio, eppure così non è stato. Vogliamo la lingua italiana? Ci tocca aspettare che qualche volontario, a titolo completamente gratuito, compia il miracolo.

Lavorare gratis non va mai bene

Ciò non va affatto bene, e non oso di certo prendermela con chi si è spaccato le dita sulla tastiera e ha perso dieci diottrie, ma su chi se ne approfitta in questo modo così osceno. Amici miei, apprezzo il vostro sacrificio, ma lavorare gratis non va mai bene. O si fa volontariato, e si aiuta chi non ha i mezzi per arrivare davvero a fine mese, o ci si gratta la pancia svaccati sul divano, perché con il vostro lavoro non pagato state “regalando” nuovi clienti alle varie software house. E no, non accetto nemmeno lontanamente che mi si venga a dire “nel 2017 devi conoscere l’inglese”, perché se io non ho problemi nel leggere un testo nella lingua d’Albione, tanti altri invece masticano a fatica termini non proprio immediati, e sono gli stessi utenti che pagano un videogioco solo se è presente la localizzazione italiana. Lo vedete il cerchio che si chiude?

L’ultima sbraitata — forse regalata, ma già che sto massacrando la tastiera ne approfitto — è rivolta verso chi invece rinnega la nostra lingua, sentendosi perennemente obbligato a dimostrare il proprio odio verso i nostri localizzatori e doppiatori, e a divinizzare la lingua originale anche quando ciò è assolutamente immeritato. Sì, anche io ho sputato sangue quando ho sentito per la prima volta quel “Si svegli signor Freeman”, ma invece di far fronte comune e chiedere a Valve di non prendere il primo disperato per strada in cambio di ventimila lire e un “crickers”, l’utenza si è divisa tra chi giustamente si lamentava e chi prendeva per i fondelli la prima fazione perché “nel 2004 devi conoscere l’inglese”. Bravi, avete contribuito ad alimentare questo meccanismo che ormai è diventato irrecuperabile, tanto che ancora mi stupisco quando sento ottimi doppiaggi, soprattutto dai titoli che non ti aspetti, come League of Legends, per fare un esempio. Davvero, provate ad ascoltare bene le frasi dei personaggi e vi sentirete in colpa se utilizzate il client in inglese. Ah, e il primo che mi nomina Pietro Ubaldi va fuori dalla porta.


Originally published at www.thegamesmachine.it on January 25, 2017.