‘90s, indimenticabili quegli anni

Jun 22, 2018 · 11 min read

UN DECENNIO CHE CONTINUA A ISPIRARE. Parlano lo scrittore Andrea Pomella, il giornalista Claudio Todesco e il rocker Omar Pedrini.

«L’angoscia adolescenziale mi ha pagato bene. Ora sono vecchio e annoiato». Con l’incipit della canzone “Serve The Servants” contenuta nell’album dei Nirvana “In Utero”, Kurt Cobain dava, con la sua ironia caustica, un giudizio sul grunge e su una scena musicale di cui, forse suo malgrado, era stato acclamato protagonista assoluto. Sappiamo bene che Cobain non riuscirà mai a diventare vecchio e annoiato. Il suo scrollarsi di dosso la fama da cui era stato travolto era uno dei tanti segnali di un profondo disagio che finirà per spingerlo all’estremo atto del suicidio, avvenuto nell’aprile del 1994. A quasi venticinque anni dalla sua morte, gli anni ’90 e il ricchissimo universo artistico di cui i Nirvana erano tra i rappresentanti più noti sono oggetto di una grande riscoperta. E’ un po’ un effetto nostalgia innescato da una generazione di quarantenni che guarda ormai con occhi maturi alla propria giovinezza, ma anche un desiderio di riscoperta di un mondo in un periodo in cui l’universo musicale del rock è oggettivamente in crisi creativa e sembra meno in grado di parlare ai giovani. «Come è possibile che una parola (grunge) che vuol dire schifezza, spazzatura, sporcizia sia divenuta il nome di un genere musicale, una moda e un fenomeno pop?» si chiedeva sorpreso il New York Times nel novembre del ’92.

Quel “fenomeno” non è stato dimenticato. «La scena degli anni ’90 è stata forse l’ultimo grande respiro del rock» a dirlo è lo scrittore Andrea Pomella. Il suo ultimo romanzo “Anni Luce” (add editore), selezionato tra i finalisti del premio Strega (cosa molto rara per un libro che nasce da un’ispirazione legata al rock), è un racconto di una gioventù italiana, ma che, come molte in quegli anni, ha vissuto un momento di simbiosi assoluta con la rivoluzione musicale del grunge. «Segnò — spiega Pomella — una rottura completa con le sonorità che avevano caratterizzato il decennio precedente caratterizzato, come panorama, da un certo edonismo e da una musica più facile e leggera. Questo movimento proveniva dalla periferia dell’impero, da una città nel Nord-ovest americano, Seattle, e sconvolgeva la scena con voci roche e aggressive che raccontavano di drammi familiari, di frustrazione e inadeguatezza, di una generazione che nutriva poche aspettative. Non è un caso che molti protagonisti si siano poi tolti la vita o siano scomparsi tragicamente».

“Anni luce” è un racconto in gran parte autobiografico di un ragazzo romano che scopre che quella musica parlava a lui e parlava di lui, quell’angoscia era la chiave di lettura anche della sua generazione e poteva essere una valvola di sfogo. In particolare, per Pomella, il disco che ha cambiato la sua vita è stato “Ten” dei Pearl Jam (il titolo del libro fa riferimento a una loro canzone “Ligh Years”), che fu colonna sonora e ispirazione in un periodo difficile. Racconta il protagonista del libro: «Anni, quelli, in cui ero passato dall’infanzia alla giovinezza, in cui avevo visto la mia famiglia disgregarsi, in cui avevo patito a causa di privazioni materiali e affettive, e che avevano piantato in me le radici della cupezza e dell’oscurità. Grazie al grunge tutto ciò che accadeva intorno alle nostre vite trovava un terreno disposto ad accoglierlo, delle sensibilità in grado di condensarlo, e un bisogno capace di restituirlo. Il grunge faceva di noi degli iniziati che credevano nella dannazione del mondo».

Spiega Pomella: «Il romanzo direi che è autobiografico al 90 per cento. Al di là di alcuni episodi, la storia attinge dalla mia esperienza. Il grunge esprimeva un malessere interno in cui ci identificavamo poiché io e i miei amici provenivamo da esperienze familiari tragiche o drammatiche. Durante le feste distruggevamo le case che ci ospitavano, era un gesto di ribellione che aveva un senso anche psicanalitico. In un’epoca in cui la musica dei centri sociali che frequentavamo guardava alla politica, noi cercavamo una ribellione più personale, intima». Nel libro brani come “Jeremy” o “Alive”, gli inni più noti di “Ten”, sono storie personali che incarnano un’angoscia collettiva, brani come “Black” finiscono per diventare parte integrante di esperienze di vita incancellabili.

La vicenda di “Anni Luce”, ispirata tanto da Eddie Vedder quanto da Jack Kerouac, è un po’ anche romanzo di formazione on the road, raccontando di un selvaggio e rocambolesco inter-rail attraverso l’Europa. «Un rito della mia giovinezza — ricorda l’autore — era, ogni primavera, andare in giardino e rileggermi “Sulla strada” con davanti una cartina degli Stati Uniti. “Anni luce” è però una storia degli anni ’90, un decennio pochissimo frequentato dai romanzi italiani. Penso che quella sia stata forse l’ultima generazione che ha creduto veramente in un sogno europeo, in un’Europa unita. Viaggiavamo in treno con l’inter-rail e ci sentivamo a casa nelle stazioni delle capitali europee». Di quel sogno oggi sembra rimasto un lumicino, così come di quella scena rock. «Oltre i Pearl Jam i punti di riferimento di quegli anni per me sono stati i Pixies (ispiratori di Kurt Cobain), i Nirvana, i Mudhoney, gli Alice in Chains, i Soundgarden e i Temple of the Dog il gruppo formato insieme dai Soundgarden e da quelli che sarebbero diventati i Pearl Jam e che da cui partì un po’ tutto. Forse, dopo quella stagione il rock si è un po’ inabissato, anche se come dicono i critici è come un fiume carsico che ogni tanto ricompare». Furono anche anni molto intensi per il rock italiano. «I C.S.I. erano il mio gruppo preferito — spiega Pomella ­­–, ricordiamoci che un disco come “Tabula rasa elettrificata” finì al primo posto della hit parade, amavo un po’ tutte le produzioni di Gianni Maroccolo, poi i Marlene Kuntz, gli Afterhours».

Chi ha assistito al sorgere del movimento grunge dalla prima fila è stato Omar Pedrini, leader dei Timoria, band bresciana che proprio 25 anni fa con “Viaggio senza vento” produsse uno dei dischi che meglio cercò di interpretare una via genuinamente italiana alla scena che proveniva dagli Stati Uniti. Il 18 febbraio 1992 gli esordienti Pearl Jam tennero il loro primissimo concerto italiano in un locale di Milano chiamato Il Sorpasso davanti a un pubblico di poco più di cento persone.

Pedrini c’era e di quel concerto si ricorda bene. «Carlo Alberto “Illorca” Pellegrini, bassista dei Timoria, venne da me e mi disse di questo nuovo gruppo — ricorda Pedrini –. Io gli chiesi chi fossero. Mi rispose che erano il gruppo che aveva formato i Temple of the dog con i Soundgarden, la prima band grunge che avevamo scoperto e che amavamo molto. Quel locale era molto piccolo e molto affollato. Alla fine di un’esibizione intensissima ci fermammo con i Pearl Jam e andammo a prenderci una birra a uno si quei baracchini all’aperto che a Milano sono aperti di notte. Poi Stone Gossard ci chiese poi se avessimo qualcosa da fumare, tirai fuori una sigaretta, ma non era quello che voleva. Così alla fine andammo in Piazza Vetra a cercare un po’ di “fumo”».

Chris Cornell e Omar Pedrini (immagine tratta dal libro “Cane Sciolto” ed. Chinaski)

L’episodio è raccontato anche nella biografia del rocker bresciano, “Cane Sciolto” scritta con Federico Scarioni e uscita quest’anno per l’editore Chinaski. Nel libro c’è anche una vecchia foto di Pedrini e Chris Cornell, voce dei Soundgarden che si è tolto la vita l’anno scorso: «Conobbi Chris perché ai tempi lo intervistai per un programma che tenevo per l’emittente musicale Match Music. Lo incontrai a Milano, era appena stato pubblicato “Superunknown” e passammo un pomeriggio insieme. Mi colpì per la sua tenerezza, ma ne intuii anche i problemi e la fragilità. Mi disse che amava lo snowboard e così gli regali dei guanti per quello sport. Insomma nacque un’amicizia, tanto che quando tornò a Milano per presentare il suo disco solista mi contattò nuovamente». Nella foto con Omar, Chris ha in mano una bottiglia d’acqua minerale. «Aveva svuotato due bottiglie d’acqua e ci aveva messo dentro dello champagne. Probabilmente i suoi manager lo tenevano d’occhio perché non volevano che bevesse troppo. Chris mi colpì per la sua umanità, ma anche per le sue debolezze. I Pearl Jam mi travolsero con la loro incredibile energia, ». Un’energia che investì in pieno anche la scena rock italiana.

La lezione del grunge è presente nell’album dei Timoria “Viaggio Senza Vento” un disco che superò le centomila copie vendute e che la Universal celebrerà quest’autunno con un’edizione speciale in cofanetto in occasione del quarto di secolo.

«Per molti aspetti io arrivai al grunge attraverso un personaggio come Neil Young che in un certo senso fu un padrino del genere. In quel disco c’era il grunge, ma come gli altri lavori dei Timoria era molto contaminato ed era anche influenzato dal progressive, da band italiane come PFM o il Banco (tra gli ospiti c’erano Eugenio Finardi e Mauro Pagani) e dal rock inglese che abbiamo sempre amato». La stagione del grunge coincise e, per molti aspetti diede anche visibilità nazionale, a un movimento rock nostrano che era già in fermento. «Il rock italiano — ricorda sempre Pedrini — negli anni ’90 entrò nella fase successiva rispetto alla new wave di gruppi come i primi Litfiba e i Diaframma. Gruppi come i Timoria o i Ritmo Tribale furono gli iniziatori di un nuovo movimento rock che cantava in italiano. C’era una manifestazione come Rock Targato Italia ideata da Francesco Caprini che fu una fucina di nuovi artisti: Litfiba, Timoria, poi Subsonica, Marlene Kuntz,… Ai tempi in Italia non si parlava neppure di band e molti studi non sapevano produrre bene la musica rock, ma di lì a poco cambiò tutto. Ricordiamo anche gruppi come gli Afterhours che dal 1995 iniziarono a cantare in italiano. Per l’Italia gli anni ’90 sono stati anni di dischi oggi epici e di grande musica e oggi mi ritrovo molti ragazzini che mi chiedono di raccontare quel periodo, esattamente come facevo io quando chiedevo a Mauro Pagani di raccontarmi gli anni ‘70».

Tra chi ha raccontato quel decennio c’è Claudio Todesco, il primo giornalista italiano a scrivere una biografia dei Pearl Jam nel 1997 (“Pearl Jam. Long Road — La storia”) l’anno scorso è uscita la riedizione del suo saggio “Grunge. Il rock dalle strade di Seattle” edito da Arcana.

«La storia drammatica di alcuni protagonisti di quel periodo — spiega — spesso ci fa dimenticare che molti di loro erano e sono persone piene di creatività e vitalità. Avendo conosciuto molti musicisti, ho avuto modo di capire che l’immagine autodistruttiva associata a quel movimento è spesso fuorviante. E’ un immagine che ha preso il sopravvento, ma non è giusto che definisca quel periodo. Persino la madre di Layne Staley (forse una delle figure più tragiche di quella scena, morto di overdose nel 2002, ndr) mi disse che in fondo si trattava di un gruppo di ragazzi che facevano i clown. Il mondo musicale di quel periodo a Seattle era pieno di vita e se molti venivano identificati come slacker (fannulloni) o con la cosiddetta generazione X, in realtà fondavano case discografiche che poi hanno rivenduto a major per milioni di dollari». «La forza di quella scena nasceva proprio dai suoi limiti. Seattle era una città isolata, fuori dalle rotte della musica. Oggi è la città della Microsoft e di Starbucks, set di serie televisive di successo come Grey’s Anatomy, ai tempi era la provincia. Si creò quindi un ambiente chiuso e un po’ incestuoso che diede origine a un movimento che non aveva paura di essere in opposizione anche radicale con quello che era il gusto musicale dell’epoca. Mark Arm, leader di Green River e poi dei Mudhoney, band che sono state all’origine di tutto, mi ha detto che non si sono mai sentiti in nessun modo migliori di altri. Questi gruppi erano nati in forma embrionale alla fine degli anni ’80 dal mondo di quello che veniva definito l’underground, nel rock il mainstream era rappresentato dall’ “hair metal” il metal capellone di gruppi come Motley Crue o Twisted Sister. Le Tv musicali trasmettevano video con modelle e motociclette. I giovani di Seattle erano lontani e isolati da quel mondo e crearono una musica propria che attingeva dal metal e dal punk, che raccontava di drammi personali e storie di provincia, che celebrava gli outsider. Fu un movimento di opposizione». Il successo fu repentino e travolgente. «In pochi mesi –continua Todesco — i musicisti che combattevano i capricci dell’industria musicale divennero un capriccio dell’industria musicale. La città da cui tutti volevano scappare divenne il posto dove tutti volevano venire a incidere. Come mi ha raccontato il produttore Jack Endino (che lavorò con Nirvana e Soundgarden) “improvvisamente ricevetti chiamate di gruppi dalla Svezia che dovevano assolutamente incidere qui”». «Questo ritorno degli anni ’90 — conclude Todesco — fa parte un po’ dei cicli la generazione che allora aveva vent’anni oggi è anche il target di ristampe e rievocazioni. Un po’ come ai tempi si glorificavano gli anni ’60, oggi si fa con quel periodo, ma se c’è una cosa che il grunge ha insegnato è quello di non guardare troppo indietro, ma di avere il coraggio di guardare avanti». Il pubblico però sembra che voglia tuffarsi negli anni ’90 come Eddie Vedder si tuffava sul pubblico quando aveva vent’anni di meno. Quest’estate in Italia molti di quei grandi nomi sono di scena dal vivo. Pearl Jam e Alice in Chains, che hanno pubblicato un nuovo album. Le Breeders guidate Kim Deal, già anima dei Pixies e un altro protagonista della scena di Seattle, Mark Lanegan voce degli storici Screaming Trees. Torneranno anche i Mudhoney. In queste settimane è stata ripubblicata una nuova edizione di quello che è forse il primo vagito di quella rivoluzione musicale “Come on down” dei Green River la band di Mark Arm e Steve Turner poi diventati Mudhoney e Jeff Ament e Stone Gossard confluiti poi in Mother love Bone, Temple of the Dog e Pearl Jam. Gli Stone Temple Pilots a due anni dalla morte di Scott Weiland hanno pubblicato un album con un nuovo cantante. Gli Smashing Pumpkins di Billy Corgan hanno annunciato (l’ennesima) reunion con la formazione originaria, i redivivi Buffalo Tom, paladini del college rock nineties della scena di Boston, hanno pubblicato con “Quiet and peace” uno dei lavori migliori della loro carriera. Ma non c’è solo il revival.

In Australia, il paese anglosassone con una delle scene giovanili più dinamiche, sta assistendo a un’ondata di nuove band di ventenni innamorati del suono anni ’90 con gruppi come Violent Soho (con due album già ai vertici delle classifiche), Dune Rats, The Smith Street Band e DZ Deathrays. I riferimenti sono chiari. Uno dei gruppi più eccitanti di questo neo-grunge degli antipodi si chiama non a caso Dear Seattle, “cara Seattle”.

Come l’inizio di una lettera d’amore al luogo dove tutto ha avuto inizio.

Articolo di Guido Mariani pubblicato su Alias inserto de il Manifesto il 16 giugno 2018

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