Censurate quella canzone!!!

I brani proibiti della musica italiana

La storia della musica italiana è anche una storia di censure. Tuttavia, il fatto che fino all’avvento delle radio e delle tv private vigesse il monopolio sui media dello Stato ha spento per anni le polemiche sul nascere e, rispetto ad altri paesi come gli Stati Uniti, reso l’espressione degli artisti musicali assai meno libera e perennemente soggetta a censure, dichiarate o meno. Nel 1956, mentre Elvis pubblicava “Hound Dog”, in Italia la radio e la neonata tv bandivano “La Pansé” brano da balera interpretato da Renato Carosone dagli innocui riferimenti sessuali “che bella pansé che hai… me la dai? me la dai?”.

Le canzoni non dovevano avere riferimenti neppur velati né alla sessualità né alla religione. Nel 1960 la Fonit Cetra ritirò un 45 giri di Domenico Modugno perché sul lato A c’era la canzone “Libero”, accusata di essere un inno al libertinaggio, e sul lato B c’era “Nuda”, ritenuta oscena.

Lo stesso anno l’organo censorio della Rai, la Commissione d’ascolto, chiese di modificare a Sergio Endrigo il verso di un suo brano da “quando ti amo” in “quanto ti amo”; il cambio di consonante mutava un’allusione al rapporto in una candida manifestazione di sentimento. Nel 1962 Luigi Tenco tentò di introdurre un nuovo linguaggio, ma la critica sociale di “Cara maestra” lo rese per anni persona non grata.

Era l’inizio della stagione dei cantautori, i loro testi venivano ostracizzati, ma le loro canzoni e le loro parole si facevano strada in una generazione di giovani che cercava dalla musica qualcosa di diverso. L’esordiente Fabrizio De André venne denunciato da un Pretore per “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”, un testo scritto da Paolo Villaggio. “Il testamento” e “La guerra di Piero” vennero oscurate.

Nel 1965 “Dio è morto”, scritta da Francesco Guccini per i Nomadi, fu ritenuta blasfema. La RAI era pronta ad accendere il rogo. Alla Radio Vaticana, invece, qualcuno ascoltò il testo fino alla fine e il brano andò in onda. L’apparato culturale italiano resisteva al cambiamento non potendo concepire che il mondo della canzone potesse corteggiare la protesta.

Nel 1966 i Pooh, in una delle loro prime incarnazioni, pubblicarono “Brennero 66”, dedicata alle vittime del terrorismo altoatesino che in quegli anni faceva strage di poliziotti e guardie di frontiera. Il brano non superò le selezioni per il Festival di Sanremo, l’anno dopo fu proposto al Festival delle Rose, ma scomparve da ogni programmazione.

Nel 1967 Mina incise “La canzone di Marinella” portandola al successo e De Andrè divenne un artista da classifica. La fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 cambia l’universo culturale del paese, anche nel mondo della musica. Nel 1971 Lucio Dalla presenta a Sanremo “4/3/1943”, canzone che doveva intitolarsi “Gesùbambino”. Anche il testo fu modificato. I versi “E ancora adesso che bestemmio e bevo vino / per i ladri e le puttane mi chiamo Gesù Bambino” divennero “e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino / per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino”. Tuttavia solo pochi anni prima un brano così non avrebbe neppure passato le preselezioni.

La RAI tirava ancora stancamente le redini, imponendo ridicole censure a canzoni come “Questo piccolo grande amore” (contenente il verso “la paura e la voglia di essere nudi”), ma la canzone italiana ormai aveva imboccato altri binari.

Le Orme e Patty Pravo dedicarono canzoni al tema dell’aborto. Antonello Venditti parlò di conflitti, politica e religione in “A Cristo”.

Nel 1976 Guccini scrisse “L’Avvelenata” e Gianna Nannini “Morta per autoprocurato aborto”. Destavano ancora scalpore le canzoni che inneggiano alla droga come “Una storia disonesta” di Stefano Rosso (“che bello / due amici una chitarra e uno spinello”) del 1978 e “A me mi piace vivere alla grande” di Franco Fanigliulo la cui frase “foglie di cocaina, voglio sentirmi male” a Sanremo diventò “bagni di candeggina, voglio sentirmi uguale”.

Ma alcuni confini ancora non potevano essere superati. Nel 1980 Giorgio Gaber scrisse la torrenziale “Se io fossi Dio”, spietato monologo cantato contro l’Italia, i partiti di maggioranza e di opposizione.

I riferimenti al terrorismo e ad Aldo Moro rendevano il brano impubblicabile e Gaber per diffonderlo si autoprodusse il singolo. Il mondo della politica non poteva essere ancora toccato dal pop con nomi e cognomi. Elio e le Storie Tese al concerto del 1° maggio del 1991 improvvisarono un pezzo attaccando politici e potenti dell’epoca a cominciare da Andreotti.

La diretta televisiva RAI fu rapidamente interrotta. I dirigenti dell’azienda giurarono a Elio e soci che per loro era finita. Ma a finire fu, pochi mesi dopo, la prima repubblica.

di Guido Mariani

Articolo pubblicato su Alias, supplemento del Manifesto di sabato 15 aprile 2017