Radiografia del cantautore sempre in bilico

Artisti fuori dal mainstream sfidano le mode e tengono vivo lo spirito più autentico della canzone d’autore

“Poveri cantautori che per vendere i dischi se li compran da soli”, così cantava Enzo Jannacci nell’ormai remoto 1987. L’ironia dell’artista milanese più che prendersela con i suoi colleghi era diretta alla crisi del mondo musicale italiano che ormai richiedeva sempre di più presenza televisiva e atteggiamenti da divi. Ma la stagione dei cantautori-star stava già tramontando negli anni ’80 e oggi chi sceglie in Italia la via del cantautorato lo fa con grande sacrificio e con un’ostinazione artistica che sfiora l’eroismo. Secondo i dati della Federazione Industria Musicale italiana nel 2016 l’album più venduto dell’anno è stato Le Migliori la collaborazione tra Mina e Celentano. I due interpreti dominavano la top ten degli album più venduti anche nel 1965 (rispettivamente con gli LP ”Studio Uno”, “Mina” e “Non mi dir”). Nei primi venti album venduti in Italia trionfa la musica nostrana, ma se togliamo il pop e i prodotti di talent o social network, i nomi sono sempre gli stessi: Ligabue, il “giovane” del gruppo, Vasco Rossi, Pooh, Claudio Baglioni, Gianni Morandi (presente anche nella top di mezzo secolo fa) e Renato Zero. La generazione successiva è rappresentata nelle retrovie con Daniele Silvestri al 38° posto, Vinicio Capossela al 43°. Poco più oltre Max Gazzè e Niccolò Fabi. Si tratta di artisti con più di vent’anni di onorata carriera alle spalle. Il 2016 è iniziato sotto buoni auspici per la musica d’autore. L’album “Apriti cielo” di Mannarino è stato il disco più venduto in Italia. Brunori Sas ha pubblicato A casa tutto bene anch’egli arrivando tra i più venduti e ricevendo recensioni giustamente entusiaste. Si sta anche facendo strada una scena pop cantautorale con band come Lo Stato Sociale e TheGiornalisti. Ma è comunque troppo poco. La canzone d’autore è praticamente scomparsa dalle radio, in televisione è servita col contagocce, nei talent le giurie di sedicenti esperti sono, più che giudici della buona musica, plotoni d’esecuzione e gli artisti emergenti emergono veramente solo se si conformano alla linea editoriale dei programmi.

Ma forse qualcuno deve farsi un esame di coscienza. Nel 2014, l’industria musicale in Italia ha generato 200 milioni di euro di cui il 39% in vendite digitali (dati pubblicati nel 2016 dall’Euipo, ufficio dell’Unione Europea della Proprietà intellettuale). In Germania e Regno Unito i ricavi superano il miliardo di euro e in Francia si raggiungono i 700 milioni. La Svezia ha meno di dieci milioni di abitanti, ma vendite per 167 milioni di euro. Sarebbe il momento di chiedersi se forse il calo della domanda non stia anche nella scarsa qualità dell’offerta. Chi sceglie oggi di fare musica d’autore senza rispettare le logiche di un mercato comunque assai ridotto e i dettami delle major discografiche si trova spesso ad affrontare percorsi artistici rischiosi o impossibili.


Il napoletano Giovanni Block ha 32 anni, nel suo curriculum ha un Premio Tenco come miglior emergente del 2007, un premio al Festival Musicultura nel 2009 e diverse segnalazioni in Festival nazionali. L’etichetta da nuova promessa però gli è andata stretta e ha scelto un percorso artistico autonomo, pagandone le conseguenze.

Giovanni Block

«Oggi — dice — gli artisti, soprattutto quelli giovani, non hanno il coraggio di scegliere. Un’arte che andrebbe riscoperta nel mondo artistico è la coerenza. Non è possibile proclamarsi indipendenti e poi cercare a tutti i costi di fare Sanremo o andare a inseguire le major. Certe cose o sono bianche o sono nere. Nella prima parte della mia carriera ho avuto rapporti con i piani alti del mondo discografico, ma mi sono reso conto che tutto si riduceva a una grande farsa». Da Torino, dove aveva iniziato la sua carriera, è tornato a Napoli dove ha riscoperto le proprie radici e ridato forza alla sua vocazione. «Mi sono reso conto — continua — che tutto quello che mi serviva per essere felice come artista era molto più vicino. Ho frequentato la scena underground della città, ho creato il primo collettivo di cantautori napoletano che si chiama Be Quiet. Siamo partiti in tre, siamo arrivati ad essere quasi quattrocento. Mi sono fatto influenzare da tutto quello che ho ascoltato». Il frutto di questo è stato l’album, uscito nel 2016, “SPOT — Senza Perdere ‘o Tiempo” tutto cantato in dialetto napoletano e ricco di collaborazioni con artisti della scena locale partenopea (EPO, Flo, Francesco di Bella, Batà ngoma). Un disco onesto e ruvido, uno spaccato di una scena musicale fatta non più solo di tradizione, ma anche di contaminazioni etniche. Un’opera però chiaramente non in sintonia con i crismi commerciali del pop di oggi.

In una sua canzone del 2011 Block cantava: “C’è gente veramente strana che pensa scioccamente che il successo è il più bel sogno che c’è (…) fare il cantautore nel duemila non conviene lo sai”. Oggi è anche più drastico: «Vivere di canzone d’autore oggi non è un sacrificio, è un vero suicidio. Nel mondo della musica chi ha più soldi vince. Ho visto nel corso degli anni sponsorizzare cose penose. A livello locale ho avuto molto sostegno, le radio di Napoli mi hanno invitato, ma la sfida è farsi conoscere a nord di Roma».

La guerra si vince però anche con battaglie locali. A Napoli il collettivo Be Quiet, nato nelle cantine, è diventato un movimento culturale e oggi ha stretto una collaborazione con il Teatro Bellini che ospita concerti e serate dedicate alla canzone d’autore, napoletana e non solo. «Ho realizzato un sogno. Oggi un ragazzo che vuole ascoltare e incontrare altri cantautori non deve prendere un treno e andare al Nord, come ho fatto io, può farlo qui nel centro storico di Napoli». Conclude Block: «Io ho fatto il conservatorio e ho plasmato il lavoro come ho voluto. Mi piace definirmi un canta-compositore. Emergente? Galleggiante? Non mi importa. Faccio ciò per cui penso di essere nato».


Anche Gianluca Massaroni, di Voghera in provincia di Pavia, ha indossato i panni di grande nuova promessa.

Massaroni Pianoforti (ph Alessandro Devinu)

Eros Ramazzotti lo scopre, lo scrittura per l’etichetta RadioRama mettendolo sotto contratto per tre album e produce nel 2009 L’amore altrove. Le cose non vanno però come da copione. «Dopo la pubblicazione — ricorda oggi Massaroni — il disco non venne promosso, non avevo date di concerti. Non so perché, forse le canzoni non funzionavano. So solo che mi ritrovai con un bel disco che non andava da nessuna parte. Così di comune accordo decidemmo di rescindere il contratto». Massaroni, classe 1976, decide di ricominciare da zero. Sceglie come nome d’arte quello della piccola azienda di famiglia, Massaroni Pianoforti, e si mette a cercare altre strade. I suoi successivi lavori sono nati grazie alla piattaforma di crowdfunding Musicraiser. «Non avevo niente da perdere e ho provato a chiedere cinque, dieci euro a chi magari mi aveva appena iniziato a conoscere. E’ stato un periodo intenso, ma la gente si è fidata e ho raccolto una cifra tutto sommato modesta, 3mila euro, che mi ha però permesso di iniziare a lavorare in studio». E’ nato l’album “Non date il salame ai corvi” poi uscito sotto l’edizione della BMG e con distribuzione della Universal e ben accolto dalla critica.

A inizio 2017 è uscito il secondo album firmato Massaroni Pianoforti intitolato “GIU”, anche questo nato grazie al crowdfunding. «Non è stato facile neppure produrre questo lavoro. Con “Non date il salame ai corvi” non avevo fatto il botto, ma avevo ottenuto più visibilità e molte conoscenze, ma per questo nuovo disco mi sono trovato ancora da solo. Ho comunque raggiunto ancora l’obiettivo con il crowdfunding (chiedendo questa volta di più) e sono convinto di aver fatto un buon lavoro anche se forse oggi il mercato è da un’altra parte». «Ho fatto un disco — spiega — sulla fine di una relazione, un concept. Volevo parlare di un rapporto tormentato con una persona e farmi delle domande. Io cerco di essere vicino a quello che sento nel momento. È quello che ho fatto ed è quello che distingue il mondo cantautorale dal pop. Il pop segue un mercato, detta leggi e rispecchia i gusti del pubblico. I cantautori non pensano a quello che c’è fuori, ma pensano a quello che hanno da dire, a quello che hanno dentro. Non sono una moda, né una cosa vecchia. Sono un linguaggio, uno stato d’animo, cosa che magari non funziona più o fa fatica a emergere, stenta a passare in radio, però riesce ad andare più in profondità di tutto il resto. I miei modelli sono i cantautori classici e artisti come Ciampi, Tenco, Ivan Graziani».

«Non mi interessa schierarmi o uniformarmi — ribadisce Massaroni — voglio essere un “cantautonomo”, lasciarmi guidare da quello che sento e da quello che mi ispira». Sarà forse il crowdfunding a salvare l’indipendenza artistica.


“Non mi cercate nelle interviste o nelle liste delle spese” canta il laziale Emanuele Colandrea in un brano del suo recente EP “Canzoni dalla fine dell’anno” . Sembra un’orgogliosa dichiarazione di indipendenza per chi produce musica e sa che stampa e mercato sono distratti. Colandrea, originario della provincia di Latina, ha vinto il premio della critica e del pubblico al Festival Musicultura 2016, ma ha alle spalle una gavetta piuttosto lunga iniziata nei Cappello a Cilindro e proseguita con il trio Eva Mon Amour, band che ha fondato l’etichetta 29records e inciso tre album ottenendo un seguito in tutta Italia.

Emanuele Colandrea (ph Sophia Bucci)

«L’esperienza degli Eva Mon Amour si è conclusa in maniera naturale — spiega Colandrea –. Non c’era più tra noi una coesione a livello creativo né c’era quella tranquillità economica per portare avanti un progetto. Eravamo arrivati ad avere un contratto di distribuzione con la Warner, ma non abbiamo mai ricevuto vere offerte per produrre con grandi case discografiche.

Dopo, ho scelto di dedicarmi a quello che mi andava di fare. Ho pubblicato “Ritrattati”, in cui ho ripreso in mano i brani che avevo scritto per i miei precedenti gruppi, rivisitandoli in una chiave più personale. Poi ho lavorato a “Un giorno di vento” un concept in cui ho voluto affrontare tematiche delicate come l’Alzheimer, il carcere o l’anoressia, metterle tutte insieme e trattarle con leggerezza. Mi è venuto così in mente di unirle in una forma di racconto che racchiude altri mini racconti che sono le canzoni». Quello di Emanuele è un cantautorato quasi artigianale: «Questi album li ho prodotti da solo per la 29records. Sono anche dischi a cui ho lavorato su un packaging particolare perché uno è una cornice e il secondo ha il formato di una lettera. E’ un lavoro quasi a mano in cui cerco di portare a compimento quello che è un progetto complessivo che va oltre la composizione e l’esecuzione dei brani».

«Il mercato discografico che sta sotto le major è fatto di molta fatica — continua Colandrea –, ci sono tante realtà che si assomigliano. Molte piccole etichette oggi inseguono la moda e hanno improntato un po’ tutto sulla musica pop e su questo revival degli anni ’80 e finiscono per replicare il mainistream in piccolo. La mia scelta di artista indipendente è una condizione che ho sentito necessaria dopo lo scioglimento della band.

Emanuele Colandrea (ph. Sophia Bucci)

Non ci ho neppure pensato più di tanto. Mi sono messo a lavorare così perché è così che andava fatto». È un genere di musica che ha anche bisogno di un contesto particolare per essere proposto dal vivo: «Ormai non vado più a suonare davanti a un pubblico che non sa cosa va ad ascoltare. A vent’anni queste esperienze ti formano, ma dopo finiscono solo per toglierti energie. Da solista l’età media del mio pubblico si è alzata e oggi cerco scenari diversi, come ad esempio gli house concerts, in cui c’è possibilità di poter ascoltare le musica e le parole. Senza dubbio Roma in questo ambito ha più dinamicità rispetto a Milano. Molte situazioni finiscono, ma altre nascono. Vedo però tutto un po’ confuso. Non c’è un vero e proprio circuito di canzone d’autore. C’è molto. Molte rassegne, ma forse con più attenzione alla forma che ai contenuti».


Le storie dei cantautori sono anche avventurose e imprevedibili. David Ragghianti, toscano di Lucca, è arrivato alla canzone d’autore dopo un lungo percorso personale. Dalla Toscana si sposta dopo gli studi a Bologna, poi a Milano dove lavora come scenografo. Vola poi a New York dove studia recitazione, nel frattempo sbarca il lunario da cameriere.

David Ragghianti

Tornato dagli U.S.A., passa da Parigi per poi approdare a Bangkok dove lavora per un’azienda di gioielli come artigiano. Un percorso più da Bruce Chatwin che da songwriter. La musica lo accompagna sempre, senza però mai diventare una scelta di vita. Decide alla fine di tornare in Italia, di affrontare la sua irrequietezza con la terapia junghiana, lavorando come aiuto cuoco e incidendo il suo primo disco solista “Portland”, prodotto da Giuliano Dottori (già membro degli Amour Fou), pubblicato nel 2015 e subito accolto come una delle novità più interessanti del panorama italiano indipendente.

David spiega così le sue peregrinazioni: «Di base io non stavo mai bene, quando il luogo in cui vivevo diventava casa iniziavo a non sentirmi a mio agio. E’ per questo che sono tornato Italia. Ho affrontato un ciclo intenso di analisi, lavorando anche sull’inconscio e in questo periodo ho deciso di produrre questo primo album che ha molti riferimenti al lavoro che ho fatto su di me». La sua musica è un folk intimista che ricorda molto il cantautorato americano: Elliot Smith, Sufjian Stevens, Mark Eitzel.

«Ascolto più che altro musica americana, poca musica italiana, a parte i classici, forse per non farmi influenzare. In America ho trovato molta attitudine alla semplicità sia nelle incisioni sia nell’approccio con la musica dal vivo e molto rispetto per chi sale sul palco». Dopo “Portland” è arrivato l’EP Arcipelaghi nel 2016 che ha confermato lo stile e la qualità delle canzoni di Ragghianti. «Sto lavorando a un nuovo album. I miei collaboratori mi dicono che ho fatto un salto di qualità nella scrittura, che ho le canzoni, ma se non trovo qualcuno che mi aiuta nella promozione rischio di produrre un disco anche bellissimo che rischia di rimanere nel cassetto. Dopo anni mi sembra quindi di aver fatto un forte cambiamento, capisco però che si deve avere le capacità di sviluppare un contesto di relazioni. E quindi, chi come me non ha un’attitudine con il mondo social, rimane un po’ fuori dai riflettori».

Il cantautorato è una sfida quotidiana: «Bisogna saper vivere anche delle frustrazioni. Questo alla fine è un lavoro come l’avvocato, come il muratore, ma in qualche modo non è più riconosciuto. Sembra che i cantautori, come i poeti, non servano più, hanno un ruolo marginale in questa società. Prima di tutto la musica dovrebbe essere comporre, lavorare sui brani, invece appare determinante creare un personaggio e costruire attorno a sé un mondo, a volte prescindendo dalla musica stessa. Chi come me lavora molto sulle canzoni e punta su quelle, deve convincersi che ci sarà una magia, un cosmo che le farà muovere, che le farà conoscere. Per quanto mi riguarda continuerò a farle anche perché mi servono come atto catartico».

Ai cantautori italiani non manca né coraggio, né voglia di rischiare o sperimentare. Sono il pubblico e il mercato che devono capire che conviene osare di più. Sperando che Mina e Celentano quest’anno non pubblichino un nuovo album.


di Guido Mariani

Articolo pubblicato su Alias, supplemento del Manifesto di sabato 25 febbraio 2017