The Italy Diaries
Sep 6, 2017 · 7 min read

“A casa tutto bene” è l’album della consacrazione per il cantautore calabrese

«Te ne sei accorto sì, che parti per scalare le montagne e poi ti fermi al primo ristorante», il provocatorio incipit di “A casa tutto bene”, l’ultimo album di Dario Brunori, in arte Brunori Sas, sembra l’epitaffio di una generazione apatica, che ha delegato ai post sui social network le rivoluzioni e si è fatta sconfiggere dalla paura e dall’indecisione prima ancora di combattere. “La mia generazione ha perso” cantava Giorgio Gaber, la generazione cantata da Brunori sembrerebbe non essere neppure scesa in campo. Arrivato alla soglia dei quarant’anni e diventato cantautore un po’ per caso, l’artista calabrese confessa di essersi messo a fare le cose sul serio: «Mi sono detto. A questo punto è il tuo mestiere. Fallo bene». Ne è uscita una raccolta che lo ha portato a una consacrazione, dopo tre album che già lo avevano reso un punto di riferimento per la musica italiana, anche presso un grande pubblico che forse si era dimenticato dell’esistenza di un cantautorato contemporaneo capace di reggere il confronto con quello dei maestri. Qualcuno si sarebbe montato la testa. Non Dario Brunori. «Non ho la percezione di qualcosa che mi stia travolgendo — racconta -. Sono arrivato a questo punto col tempo, passo dopo passo, lavorando per anni con le stesse persone. Vivo questo momento come una naturale prosecuzione di una carriera iniziata relativamente tardi, a 32 anni. Poi ho sempre assecondato quello che mi accadeva. Più che da artista ho sempre vissuto da artigiano, attrezzato e pronto per quello che stava per succedere».

“A casa tutto bene” è un disco con un filo conduttore, «ma non un concept» ci tiene a precisare l’autore. C’è il dialogo con se stesso di un artista maturo si chiede il senso della sua missione (“La verità”, “Canzone contro la paura”), ma ci sono anche i personaggi dell’Italia di oggi. Sono storie, non macchiette: l’emigrante che viaggia in low cost (“Lamezia Milano”), il fascista social (“L’uomo nero”), lo stalker femminicida (“Colpo di pistola”), il patetico viveur (“Sabato bestiale”), il pavido indeciso (“Don Abbondio”). Per questo il disco diventa inevitabilmente generazionale, anche se forse non voleva esserlo. La casa del titolo è la dimora, ma anche la roccaforte dei ragli intolleranti come “padroni a casa nostra” e simili. «Sono un casalingo — spiega Brunori — un’amante dell’idea di casa anche come luogo in cui tengo a isolarmi e rinchiudermi. Ma ho notato che è un concetto che viene usato sempre più in un’accezione diversa. Questa parola ritorna spesso in tutte le forme di espressione umana che fanno anche parte delle mie paure, che mi danno il segnale di un imbarbarimento e mi fanno chiedere “Dove stiamo andando?”. Capisco però che c’è un’umanità spaventata. La paura è un tema di fondo, un denominatore comunque fra me e quello che io vedo come altro da me. Nelle canzoni c’è il tentativo di raccontare ciò che mi spaventa e di comprendere quello che dell’altro mi abita».

«Il disco è quindi anche una raccolta di personaggi che mi popolano che si incontrano e si scontrano in me, l’espressione di un condominio interiore. Avevo la necessità di fare un album più adulto, più consapevole, più meditato, volevo che nella scaletta delle canzoni si distinguesse un percorso che parte da un forte senso di disincanto, ma che non finisse nel cinismo.

E’ per questo che nel brano “Il costume da torero”, nato come una filastrocca, emerge il bisogno di conservare un elemento infantile». Anche musicalmente le dodici canzoni della raccolta segnano un passo in avanti: «Volevo sfruttare le risorse e l’attitudine personale dei musicisti con cui ho la fortuna di lavorare da tempo. Io ho un modo di scrivere tradizionale, all’italiana, ma volevo che ogni brano avesse un vestito non scontato, una visione più originale, senza “farla strana” a tutti i costi. Avendo più tempo, ho lavorato con ognuno dei musicisti singolarmente affinché ognuno esprimesse qualcosa di personale, di istintivo. È stato un modo per dare e ricevere stimoli. Poi è stato svolto comunque un lavoro corale, un processo lungo e da cui abbiamo scremato molto. In questo ha avuto un ruolo fondamentale il produttore Taketo Gohara che ha un approccio poetico al suo lavoro. Una volta mi disse: “Io faccio lo stesso lavoro di mio padre. Lui era un pittore e lavorava coi colori io uso i suoni”. È proprio così, lavora come se avesse una tavolozza, i suoni sono colori che assembla in modo inaspettato». In un disco comunque incentrato su riflessioni personali e sociali sorprende vedere una canzone, “Diego e Io”, dedicata alla pittrice messicana Frida Kahlo e al suo tempestato rapporto con Diego Rivera, scritta con il cantautore siciliano Antonio Di Martino.

«Era un pezzo che avevo solo abbozzato, poi Antonio (che ha pubblicato un disco dedicato alla cantautrice Chavela Vargas, amica e amante della Kahlo ndr), mi ha raccontato del viaggio in Messico in preparazione al suo album e così gli ho chiesto di scrivere la canzone con me. Con il suo aiuto, data la sua esperienza, mi sentivo più credibile nel raccontare questa storia. Alla fine l’ho inserita a metà del disco, a segnare il passaggio tra un primo e un secondo tempo e per avere anche un brano che volutamente uscisse dal contesto. Mi piaceva poi l’idea di un pezzone emozionante da poter cantare con un po’ di pathos».

“C’è un’umanità spaventata. La paura è un tema di fondo, un denominatore comunque fra me e quello che io vedo come altro da me. Nelle canzoni c’è il tentativo di raccontare ciò che mi spaventa e di comprendere quello che dell’altro mi abita”

A disco pubblicato però Brunori temeva, a torto, una certa freddezza da parte del pubblico: «Con il classico pessimismo di noi meridionali mi aspettavo che, avendo appesantito i toni, il disco avrebbe fatto più fatica a farsi conoscere. È accaduto il contrario e ha trovato spazi, in radio e in televisione che la mia musica non aveva mai avuto». Di fronte a questo successo è inevitabile ritornare col ricordo agli esordi improbabili di un dottore in economia che sembrava destinato a una carriera nel piccolo commercio edilizio nella ditta di famiglia. «Avevo — ricorda Brunori — sempre seguito la passione musicale in modo abbastanza privato. La vedevo al massimo come qualcosa al servizio di altri, dietro le quinte. Poi per caso, quando la mia vita aveva preso una sua direzione, sono nate le canzoni del mio primo album. Era un periodo difficile perché era morto mio padre. Tornai in Calabria dalla Toscana, dove avevo studiato, per occuparmi della ditta di famiglia. Nella mia vita era cambiato tutto. E lo shock per la scomparsa di mio padre mi ha portato a scrivere brani che metabolizzassero questo dolore.

Non avendo nessun bisogno né esigenza uscirono canzoni spontanee che videro la luce poiché Matteo Zanobini, il mio ex compagno di viaggio nei Blume una band di cui avevo fatto parte, aveva cominciato a occuparsi di un’etichetta. Gli feci ascoltare i brani chitarra e voce e mi chiese: “Perché non facciamo un disco?”. Ho seguito il suo stimolo. Da quel momento ho affrontato tutto un po’ per gioco, ma anche con un po’ d’ansia perché alcune volte, come quando vinsi il Premio Ciampi, mi sentivo inadatto al ruolo e avevo la sensazione che dovessi meritarmi quei riconoscimenti. Non so qual è stato il momento in cui ho capito che sarebbe diventato il mio mestiere, ma via via che le cose andavano ho fatto in modo di poterle assecondare». Ci sarà stato il caso nella sua carriera, ma c’è stata anche tanta consapevolezza e capacità di osservare con ironia, disincanto e partecipazione l’Italia di oggi.

Le circostanze di questi mesi hanno fatto sì che la sua “Canzone contro la paura” sia diventata un inno anche al di là delle intenzioni. “A casa tutto bene” si chiude con i versi “Chissà com’è invece il mondo visto da te”. La ricetta contro la paura di Dario Brunori è forse solo un invito a guardare il mondo con gli occhi degli altri.

«La mia non è una vita speciale. E molto spesso me la devo inventare». La vita “non speciale” di Dario Brunori, (i versi sono del brano “Nanà”), inizia a Guardia Piemontese in provincia di Cosenza nel 1977. Gli studi universitari lo portano a Siena dove si laurea in Economia. In Toscana forma i Blume con cui produce un album. Il dovere chiama e torna in Calabria per seguire la piccola ditta di famiglia. Ritorna prepotente la vocazione artistica e nascono nuove canzoni pubblicate, proprio con il nome dell’azienda di casa, nell’album “Vol. 1” nel 2009. Seguono “Vol. 2 — Poveri Cristi” e ”Vol. 3 — Il cammino di Santiago in taxi”. “A casa tutto bene” (Piccica Dischi) viene accolto trionfalmente da critica e pubblico

Articolo e foto di Guido Mariani

pubblicato su Alias supplemento de Il Manifesto il 12 agosto 2017

The Italy Diaries

every story worth telling

The Italy Diaries

Written by

Every story worth telling

The Italy Diaries

every story worth telling

Welcome to a place where words matter. On Medium, smart voices and original ideas take center stage - with no ads in sight. Watch
Follow all the topics you care about, and we’ll deliver the best stories for you to your homepage and inbox. Explore
Get unlimited access to the best stories on Medium — and support writers while you’re at it. Just $5/month. Upgrade