The Italy Diaries
Apr 26 · 7 min read

«Scrivere su Eco è perfino peggio che leggerlo» così il critico letterario Piergiorgio Bellocchio infieriva sull’autore de “Il Nome della Rosa” in un polemico, ma arguto saggio del 1986 intitolato “Un’eco è un’eco è un’eco è un’eco…”, pubblicato quando il romanzo stava per essere anche consacrato anche alla gloria cinematografica. “Il Nome della Rosa”, che sta rivivendo un altro momento di grande riscoperta grazie alla fortunata fiction prodotta dalla RAI, è sempre stato un romanzo che, come tutti i grandi successi editoriali, ha diviso il mondo di critici, intellettuali e dei semplici lettori, venendo coinvolto in dibattiti, spesso oziosi, sulle sue interpretazioni. Il debutto narrativo di Umberto Eco è infatti un affresco che raccoglie in sé molti universi culturali, molti libri, prestandosi a innumerevoli livelli di lettura e di decodificazione, alcuni fondati, altri azzardati, surreali o semplicemente fantasiosi. È il destino di tutte le opere complesse, ma proprio queste interpretazioni hanno esposto l’opera prima di Eco narratore ad attacchi su molti fronti.

Un libro politico

Una delle interpretazioni più diffuse è quella secondo cui nelle vicende del romanzo si nasconda un saggio politico, un’allegoria degli avvenimenti dell’Italia del novecento e in particolare del caos ideologico e sociale che caratterizzò gli anni settanta, il periodo in cui Eco concepì l’opera, ideata dapprima come una storia da ambientare proprio in quegli anni. I personaggi rispecchierebbero le divisioni politiche post-sessantottine. I conservatori democristiani e clericali sono incarnati da Papa Giovannni XXII e dalla sua corte dell’esilio di Avignone. La sinistra riformatrice veste i panni degli umili francescani e di Ubertino da Casale. Gli eretici che compaiono direttamente o nelle digressioni (Gherardo Segarelli, Fra Dolcino,…) rappresentano i movimenti fuoriusciti dalla politica italiana e diventati gruppi terroristi, su tutte le Brigate Rosse che Eco stesso accusò di aver trasformato un «importante principio di logica dei sistemi in un romanzo d’appendice ottocentesco fatto di vendicatori e giustizieri». Il Medioevo si confonderebbe così con gli anni di piombo, dove la violenza cieca dell’eresia politica combatte uno stato che spesso ricorre alla furia di inquisitori, servizi deviati o di uomini forti e lo scontro fomenta un popolo di seguaci disorientati rappresentato nel romanzo dai fraticelli, gli “imbarazzanti germogli” degli ordini monastici.

Un romanzo iniziatico

Un celebre detrattore di Eco, il sociologo esperto di esoterismo e di religione Massimo Introvigne scrisse un articolo intitolato “Contro Il Nome della Rosa” criticando su più fronti il romanzo definito “pseudo-storico”. Lo riteneva anche «un romanzo insieme enigmistico ed enigmatico. Enigmistico, perché contiene una serie di “giochi” da risolvere, fra cui un “giallo di citazioni” non denunciate come tali. (…) Enigmatico perché alcune tesi possono non emergere a una prima lettura del testo e si rivelano progressivamente: si può quindi parlare anche di romanzo iniziatico». Il fine era una “grande operazione propagandistica” contro il mondo cattolico.

Attacco anticlericale

In effetti la critica più diffusa rivolta alla vicenda di Guglielmo da Baskerville è proprio quella legata all’interpretazione del romanzo come quella di un attacco alla Chiesa. Un romanzo dall’impronta illuminista che attacca una gerarchia ecclesiastica opulenta e miope. Gli inquisitori sono il braccio armato di questa gerarchia «Sotto tortura, o minacciato di tortura — dice il protagonista — un uomo non solo dice ciò che ha fatto ma anche ciò che avrebbe voluto fare, anche se non lo sapeva». Bernardo Gui ha il ruolo del cattivo ideale che gode a imporre torture lente e atroci. Dice il monaco inquisitore nel romanzo: «Si proceda piano, e per gradi. E soprattutto, ricordate quanto è stato detto ripetutamente: che si evitino le mutilazioni e il pericolo di morte. Una delle provvidenze che questo procedimento riconosce all’empio, è proprio che la morte venga assaporata, e attesa, ma non venga prima che la confessione sia stata piena, e volontaria, e purificatrice». I benedettini, custodi della cultura occidentale, sono dipinti come monaci corrotti, viziosi e censori. Anche i francescani appaiono più che votati alla povertà, intellettualmente modesti se non retrogradi e sopraffatti dagli eventi. Lo stesso Guglielmo da Baskerville, per molti aspetti un alter-ego dell’autore, è un uomo di chiesa attraversato da dubbi e alla fine sopraffatto dagli eventi. Gli dirà il fedele novizio Adso: «Oggi sono successe cose molto gravi per la cristianità ed è fallita la vostra missione. Eppure sembrate più interessato alla soluzione di questo mistero che non allo scontro tra il papa e l’imperatore».

Saggio filosofico

Sin dal suo titolo “Il Nome della Rosa” si cala in una polemica filosofica. Una delle prime idee di Eco fu quella di far vestire i panni del protagonista al monaco francescano realmente esistito Guglielmo di Occam, autore di testi nominalisti, scelta poi abbandonata, a detta dell’autore, per una sua antipatia verso il personaggio storico. Guglielmo da Baskerville lo cita però come amico e compagno di discussioni filosofiche. Ha scritto il filosofo Mario De Caro che con Eco collaborò al saggio “Bentornata Realtà” del 2012: «Uno dei temi classici della filosofia medievale fu la “questione degli universali”. Il problema non era quello di stabilire se nel mondo reale esistono veramente le rose (…) era quello di capire cosa le rose sono effettivamente. Su questo tema i filosofi medievali si dividevano in due scuole principali: i nominalisti e i realisti». “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, recita la famosa frase di chiusura del romanzo (citazione, probabilmente modificata, dal De contemptu mundi di Bernardo Cluniacense monaco benedettino del XII secolo). La rosa originaria, intesa come l’essenza di tutte le rose, sta solo nel nome, perché i nomi delle essenze sono nudi, perché non rimandano a nessuna essenza reale. Nei suoi primi testi filosofici, spiega Mario De Caro, Eco sembrava tendere verso il nominalismo: le singole rose sono accomunate soltanto dai concetti mediante cui noi le descriviamo o addirittura dai nomi che noi attribuiamo loro. Nella realtà non esiste nulla oltre le cose singole, insomma. Ma nella maturità il semiologo-romanziere prese a difendere invece una concezione più realista, la sua idea era che la realtà fa sempre attrito rispetto ai nostri tentativi di determinarla e di controllarla.

Sesso e postmodernismo

Per stessa ammissione di Eco nelle sue “Postille al Nome della Rosa” è un romanzo “postmoderno”: «La risposta post-moderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente». Se le avanguardie avevano cercato di cancellare il passato, il postmodernismo lo recupera. «Il fatto — dirà Eco presentando una nuova edizione riveduta de “Il Nome della Rosa” — è che quando scrivevo mi compiacevo di un certo gusto citazionistico, poi diventato il segno del postmoderno». Anche il sesso, in questo contesto diventa oggetto di più livelli di lettura. «Una scena che si può definire tipicamente postmoderna — spiega sempre Eco nella stessa intervista rilasciata a Paolo Di Stefano del Corriere — è la scopata di Adso in cucina. Si tratta di un collage di brani di mistici medievali che parlavano di visioni di Dio, ma messo lì in quel contesto sembra che alludessero al sesso, il che peraltro era vero. Infiniti lettori l’hanno presa come una bellissima descrizione di un amplesso e basta, compreso Jean-Jacques Annaud che ne ha fatto un orgasmo senza teologia. Insomma, c’è un gioco di doppia codifica. Anche un quadro di Max Ernst si può guardarlo come fosse un’opera surrealista alla Dalì, senza rendersi conto, con un brivido in più, che si tratta di un collage di pezzi preesistenti».

Una zuppa medievale

Chi non poteva soffrire le interpretazioni di Eco era proprio Piergiorgio Bellocchio che nella sua j’accuse definiva l’opera una “zuppa medievale” messa in tavola dallo spocchioso cuoco “Umberto d’Alessandria”, tanto rinomata e celebrata quanto immangiabile. «Il sigillo culinario del Made in Italy e uno dei fenomeni ecumenici più significativi dei nostri tempi». L’insostenibilità del tutto era proprio dato dal suo forzato eccesso interpretativo: «Per stanare gli infiniti significati può praticare pressoché qualunque tipo di pista: semiotica, antropologica, bulgara… (…) Può servirsi di Borges, Tommaso D’Aquino, Conan Doyle… Vanno bene il pensiero gnostico e la Settimana enigmistica». Una parodia di eccessi che alla fine risultava, a Bellocchio, disgustosa. Ma per Eco era il sale della letteratura. Scrisse, parlando di Alexandre Dumas: «L’eccesso può persino ribaltare la cattiva scrittura e la banalità in tempesta wagneriana. Un solo cliché è kitsch, cento cliché sparati senza pudore diventano epici. “Il conte di Montecristo” è mal scritto, ridondante e verboso, ma che proprio per queste qualità spinte oltre il limite del ragionevole sfiora il sublime». Alla fine all’autore de “Il Nome della Rosa” tutte queste letture divertivano anche se si riteneva legittimato a stroncarle: «Sono dell’idea — spiegò in un’intervista — che molto spesso il libro è più intelligente del suo autore Il lettore può trovare riferimenti cui l’autore non aveva pensato. Non credo di aver diritto di impedire di trarre certe conclusioni. Ma ho il diritto di ostacolare che se ne traggano altre».

Articolo di Guido Mariani pubblicato su Lettera43

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