Schema triadico e guida al centro

Semi-endorsement, logico, ai Turchi

Eccomi qui, ancora una volta, malgrado tutto, a scrivere di partito. Non so perché lo faccio; in questo secolo i partiti sembrano infatti il lascito di un passato remoto, poco utili al presente e difficilmente immaginabili come strumento di intermediazione tra la società civile e le istituzioni nel futuro. Se poi uno pensa che sono qui a scrivere proprio di quel partito lì, un partito che Lijphart avrebbe detto che in realtà è un partito e mezzo, allora viene da dire che mi voglio proprio male. Forse è così, ma considerata la situazione italiana e quella internazionale, e tutto quello che potrebbe accadere in futuro, beh, allora, viene da pensare che a parlare di partito, e di come organizzarlo o riorganizzarlo, non si faccia troppo male; anche se quel partito è il Partito Democratico.

Letta, Prodi, Bindi, Veltroni

Come noto, il PD è nato nel 2007 dalla fusione di un insieme di forze politiche differenti che, sintetizzo male, ma spero con efficacia, si richiamavano a esperienze afferenti a due principali orientamenti politici: quello già socialista e comunista e quello democristiano.

Tra queste sensibilità, focalizziamoci solo su quella del Partito Comunista Italiano (poi PDS e DS), e guardiamo alle sue dinamiche interne di funzionamento — simili peraltro a quelle della DC.

Secondo un’interessante ricostruzione di Enrico Morando, oggi Viceministro dell’economia, a caratterizzare la dialettica interna del PCI era uno schema “triadico” composto da una sinistra “movimentista e utopista”, una destra “mai arrivata ad esprimere lo spirito architettonico dell’edificio […] [che] fa, e poi se ne sta muta” ma che ha sempre svolto però funzioni di tipo “ministeriliasta”; andava al governo insomma. E un centro del partito, Togliatti, a fare sintesi interna.

VI dice niente? Sinistra Dem. Renziani. Giovani turchi (e/o magari Franceschiniani, ma abbiamo detto di non considerare i democristiani).

Se il modello illustrato da Morando funziona, sul PCI funziona, e nel PD sono rinvenibili gli stessi orientamenti — sinistra, destra, centro — allora la soluzione (soluzione non scissione) ai problemi del Partito democratico è facilmente identificabile.

Il viceministro dell’economia Enrico Morando

La guida renziana, che per ragioni strettamente connesse alla contemporaneità (malasintesi, lotta al populismo e necessità di un cambio generazionale) è servita al partito non solo esternamente, al governo, ma anche internamente, nei circoli, non può essere la guida permanente e stabile del partito medesimo.

Lo stesso discorso vale per la Sinistra Dem, ricordate “movimentista e utopista”, non di governo, e comunque caratterizzata da una “sistematica sottrazione alla piena responsabilità”.

Andrea Orlando e Matteo Orfini

Ecco allora che si delinea la soluzione più normale e naturale per il futuro del partito: quella di riportare (e arriva l’endorsement) la guida al centro. Ai Giovani turchi insomma. Purché, almeno loro, evitino il rischio di (inspiegabili) divisioni interne. Lì saremmo alla scissione del quark, e io non faccio il fisico.


Alexander Boat @SpindlemanTW