Enriques e la filosofia come sintesi delle scienze

Tra teoria e impegno concreto

Gli anni iniziali del Novecento videro compiersi in Italia la prima industrializzazione, e a molti intellettuali parve naturale sostenere gli studi che andavano nella direzione dello sviluppo scientifico e tecnico, dando ulteriore impulso alla nuova realtà economica, che si contrapponeva all’economia rurale, ancora largamente predominante. Il nostro paese, come al solito, si divise sul tema in due fazioni, di cui erano espressione, sul piano filosofico, da una parte il positivismo critico del matematico e filosofo Federigo Enriques (1871 – 1946) e dall’altra lo storicismo idealistico di Benedetto Croce e Giovanni Gentile, quest’ultimo non ancora attualista. Enriques sosteneva che bisognasse dare più spazio nei curricula scolastici alle discipline scientifiche, ma anche alla filosofia, che doveva essere la sintesi dello studio e delle riflessioni non solo sulla storia, ma anche sulla natura, e che era stata drasticamente ridotta nei programmi. Per questo motivo aveva contribuito a fondare la Società Filosofica Italiana (SFI), proprio per difendere tale materia, che rischiava di scomparire. Di fronte a questo pericolo, egli, che riteneva fondamentale la formazione filosofica anche per gli scienziati, pensava di poter trovare l’aiuto di Croce, ma, mentre la SFI era sorta per difendere la filosofia in generale, e non una visione particolare, Croce sentiva il dovere di proteggere solamente il proprio pensiero dal potere della scienza, di cui non aveva una grande opinione come fattore di conoscenza e crescita per l’uomo.

L’importanza del sistema scolastico era una costante del pensiero di Enriques, che alla formazione dei docenti di matematica e alla didattica della materia si era dedicato fin dal 1902, quando iniziò a pubblicare per Zanichelli (che contribuì a fondare) una fortunata serie di manuali, scritti assieme a Ugo Amaldi, per i vari ordini scolastici. L’attività filosofica di Enriques aveva invece avuto inizio con il saggio Sulla spiegazione psicologica dei postulati della geometria (1901), in cui indicava le origini della propria riflessione epistemologica nella ricerca geometrica dei modelli complessi di superfici algebriche, discutendo i problemi filosofici legati alla scoperta delle varietà di spazio non euclidee.

Enriques aveva proseguito il suo impegno filosofico nel 1906, quando non solo diede alle stampe i Problemi della scienza, un volume di oltre cinquecento pagine, frutto di quindici anni di ricerche sulla natura della conoscenza matematica e scientifica, ma intervenne anche al primo Convegno della SFI con la relazione L’ordinamento delle università in rapporto alla filosofia. I due testi, tra loro diversi, rappresentavano la duplice attività svolta dal matematico: l’una più filosofica e l’altra concretamente impegnata nella riforma della scuola media e dell’università.

Il primo convegno della SFI, organizzato a Milano il 20 e 21 settembre 1906, si occupò soprattutto di politica scolastica e di cultura generale, tra cui la riforma dell’insegnamento della filosofia nei licei e la riforma universitaria.

Enriques si fece il portavoce di un’esigenza diffusa tra i docenti delle facoltà scientifiche, che puntava a una riforma universitaria in linea con lo sviluppo del pensiero filosofico dell’epoca. Fin dalla sua fondazione, sosteneva Enriques, l’Università italiana soffriva dell’estrema specializzazione degli insegnamenti, che si manifestava. nella netta separazione delle Facoltà e nella moltiplicazione delle cattedre.

La separazione delle facoltà aveva avuto come effetto secondario l’irrigidimento dei piani di studio, obbligando gli studenti a seguire percorsi predefiniti, che rispondevano soprattutto a logiche accademiche, senza tener conto della nuova realtà economica e sociale, che richiedeva professionalità più articolate e complesse.

L'errore più grave commesso dal legislatore era tuttavia stato quello di considerare la filosofia una disciplina complementare del curricolo storico-letterario e separata dalle scienze matematiche e naturali, che invece erano state le matrici del pensiero moderno.

Per il matematico livornese, questo limite derivava anche dall’esclusiva concentrazione della produzione intellettuale all’interno dell’Università, mentre dalla società civile italiana, arretrata rispetto ad altri paesi, non giungevano né stimoli né voci critiche. Così l’apertura della SFI ai professori di liceo, ai cultori della materia e alla società civile, aveva proprio lo scopo di fare uscire tale disciplina dal ristretto ambito accademico, per promuovere, anche nei biasimati (da Croce) “circoli dilettanteschi”, il pensiero critico, attivo e consapevole, che nel giovane stato italiano mancava quasi del tutto, anche a causa delle altissime percentuali di analfabetismo.

Per Enriques, la filosofia doveva aprirsi alle questioni generali sollevate dalle scienze particolari, che rappresentavano un momento propedeutico rispetto alla fondamentale comprensione dei problemi e degli scopi ultimi della conoscenza. La filosofia maggiormente praticata nelle università italiane era invece, secondo Enriques, essenzialmente discussione astratta, spesso condotta in maniera vaga e oscura, senza un rigoroso metodo e con la pretesa di essere una scienza superiore.

Dopo il convegno di Milano, Enriques dedicò molti sforzi a cercare di promuovere il confronto tra la filosofia e gli altri saperi; per questo nel 1907 fondò a Bologna con altri studiosi la rivista Scientia, Organo internazionale di sintesi scientifica (dal 1911 semplicemente Scientia), che mirava a promuovere una filosofia libera da legami diretti coi sistemi tradizionali e ad affermare un apprezzamento più largo dei problemi della scienza (si pubblicavano articoli in italiano, inglese, francese e tedesco, con l’invito agli autori di evitare gli eccessivi tecnicismi). Nel programma della rivista si leggeva, nello stile dell’epoca:

«L’organamento attuale della produzione scientifica trae la propria fisionomia dal fatto che i rapporti reali vengono circoscritti entro discipline diverse, le quali ognora più si disgiungono secondo gli oggetti a secondo i metodi di ricerca. I risultati di codesto sviluppo analitico della scienza furono celebrati fino a ieri come incondizionato progresso, imperocchè la tecnica differenziata e l’approfondita preparazione di coloro che coltivano un ordine di studi ben definito, recano in ogni campo del sapere acquisti importanti e sicuri. Ma a tali vantaggi si contrappongono altre esigenze che il particolarismo scientifico lascia insoddisfatte, ed alle quali si volge con maggiore intensità il pubblico contemporaneo».

Il primo convegno della SFI, organizzato a Milano il 20 e 21 settembre 1906, ebbe al centro questioni di politica scolastica e di cultura generale, tra cui la riforma dell’insegnamento della filosofia nei licei e, soprattutto, la riforma universitaria.

Per Enriques lo spazio ed il ruolo della filosofia andavano visti come «sintesi» delle conoscenze scientifiche e non come autonoma speculazione, indipendente da ogni acquisizione scientifica. L’idealismo di Croce e Gentile contestava alle scienze il loro particolarismo e la loro astrattezza, mentre l’atteggiamento filosofico di Enriques, consapevole tanto dei limiti quanto della forza delle scienze, era volto decisamente a cercare una riunificazione sintetica dei saperi.

L’importanza dell’impresa di Scientia, diretta da Enriques fino al 1913, fu percepita a fondo proprio da Benedetto Croce e Giovanni Gentile, che reagirono in modo aggressivo. Gentile scrisse su la “Critica”, la rivista filosofica che con Croce aveva fondato nel 1903, che Enriques e i suoi:

“volendosi orientare nella scienza cercano il centro, per dirla con Bruno, discorrendo. e per la circonferenza. E però é naturale cerchino e non trovino nulla; e facendo la filosofia scientifica, non si scontrino mai con la filosofia”.

Croce, nel 1908, in Il risveglio filosofico e la cultura italiana, rispose ad Enriques, liquidando in modo perentorio («antifilosofico» secondo il matematico) la proposta di considerare la scienza come fondamentale nelle problematiche filosofiche e sostenendo, anzi, che matematica e scienza non sono vere forme di conoscenza, adatte solo agli «ingegni minuti» degli scienziati e dei tecnici, contrapponendovi le «menti universali», vale a dire quelle dei filosofi idealisti, come lui stesso. Per gli scienziati non ebbe riguardo:

«Gli uomini di scienza […] sono l’incarnazione della barbarie mentale, proveniente dalla sostituzione degli schemi ai concetti, dei mucchietti di notizie all’organismo filosofico-storico”.

Sempre nel 1908, Enriques riprese alcune delle critiche rivolte al sistema universitario italiano contenute nella relazione al I convegno della SFI e le approfondì in maniera sistematica. Enriques sosteneva che negli ultimi cinquant’anni l’università italiana aveva avuto un grande sviluppo, ma guardare ai successi del passato non era più sufficiente; per garantire successi futuri bisognava tenere in considerazione le necessità del presente, soprattutto se si voleva che l’Italia fosse in grado di reggere il confronto con gli altri paesi europei e mantenere quel ruolo di centralità e di prestigio che la tradizione rinascimentale le aveva assegnato.

Completamente inadeguato rispetto alla nuova produzione scientifica mondiale, che metteva in relazione tutti i saperi, il sistema universitario italiano separava i diversi rami della scienza producendo una ricerca astratta e sterile. Inoltre

“Ora tutte queste deficienze ed angustie si rispecchiano direttamente nell’insegnamento medio, anche a prescindere dal fatto che non si provveda adeguatamente ad una preparazione pedagogica dei futuri docenti. Le esagerazioni del rigore – sotto forma di minuzie e di pedanterie senza scopo – […] sono in correlazione diretta colle condizioni della preparazione universitaria dei docenti delle scuole medie”.

Ancora una volta Enriques insisteva sulla formazione dei docenti della scuola media. Una delle questioni più dibattute a livello scientifico e politico era infatti quella dell’innalzamento della qualità della scuola, legato strettamente alla preparazione dei suoi insegnanti, perché avessero non solo una specifica formazione pedagogica, ma anche una migliore preparazione generale. Non si sarebbero potuti avere insegnanti migliori senza una università migliore, e quindi senza docenti universitari migliori.

Alla luce di questa analisi, Enriques riprese la proposta avanzata nella relazione presentata al primo convegno della SFI e propose di unificare le Facoltà di Scienze e di Lettere, il che avrebbe significato il naturale ritorno alla tradizione italiana. Tutti gli insegnamenti teorici, come la fisiologia, la storia, l’economia e il diritto, avrebbero dovuto essere compresi nella nuova Facoltà Filosofica, lasciando all’esterno solo il Politecnico per gli ingegneri, il Policlinico per i medici e le Scuole normali di Magistero per gli insegnanti. La Facoltà Filosofica doveva inoltre godere di ampia autonomia, e, tranne un piccolo numero di insegnamenti fissi, avrebbe potuto attivare anche insegnamenti variabili, rispondenti a precise finalità scientifiche e pratiche.

All’autonomia scientifica e didattica delle Università e alla libertà d’insegnamento doveva corrispondere la libertà degli studi; libertà piena in campo scientifico, opportunamente condizionata riguardo alle professioni. La laurea era sancita da un esame complessivo. finale, cui si accedeva dopo aver frequentato un certo numero di corsi, scelti liberamente dallo studente. In linea generale doveva essere fissato solamente il numero minimo dei corsi; la Facoltà avrebbe poi accertato la serietà del programma seguito e, se del caso, prescritto integrazioni agli studi.

Oltre alla laurea potevano essere attivati altri diplomi o titoli, aventi valore solamente scientifico, non di abilitazione alle professioni o ai pubblici uffici. L’abilitazione alle professioni e l’ammissione ai pubblici uffici andavano conseguite mediante esami di Stato.

Consapevole delle opposizioni che la proposta avrebbe sollevato e degli interessi di parte con cui sarebbe entrata in conflitto, Enriques difese fermamente questo modello verso cui la riforma doveva tendere.

Di fronte alle critiche apodittiche e stizzite di Croce e Gentile alle sue posizioni filosofiche, Enriques reagì esprimendo la sua critica all’idealismo durante il III Congresso della SFI, tenutosi a Roma nell’ottobre del 1909. In quell’occasione egli aveva invitato gli hegeliani a prendere atto della totale inadeguatezza del loro sistema filosofico di fronte alla mutata società contemporanea, perché troppo astratto e. incapace di aprirsi al confronto con il mondo esterno. Nei giorni seguenti ribadì la propria convinzione che la filosofia moderna non potesse non essere che scientifica, e che un’intuizione unificata della vita doveva necessariamente contenere non solo la filosofia della storia, ma anche quella della natura.

Queste acute divergenze non impedirono che a Croce fosse offerto un importante ruolo nel IV Congresso Internazionale di Filosofia, organizzato a Bologna dal matematico livornese, evento nel quale Enriques era riuscito a coinvolgere grandi filosofi e scienziati di tutta Europa e che avrebbe potuto dare ulteriore impulso all’azione di riforma della scuola e dell’università.

Si arrivò al Congresso bolognese dell’aprile del 1911, che. segnò una data storica, anche se poco conosciuta dai non addetti ai lavori, per la cultura italiana del Novecento. La contesa che ne seguì fu il punto culminante di una reciproca antipatia professionale tra i due intellettuali, che riguardava non solo le loro idee, ma anche i loro differenti progetti per la riforma del sistema educativo. I toni aspri di entrambi fanno pensare non tanto a una classica disputa filosofica, ma a una vera e propria lotta politica.

Nel Congresso bolognese a Croce era stata affidata la presidenza della sezione di Estetica. Ciò nonostante, egli non mancò di polemizzare con gli organizzatori (cioè Enriques) per il taglio troppo scientifico dato all’evento. Nell’intervista rilasciata a Guido De Ruggiero sul treno che lo riportava da Bologna a Napoli, e apparsa sul «Giornale d’Italia» del 16 aprile 1911, Croce stigmatizzò il “volenteroso Professor Enriques, che con zelo ma scarsa preparazione si diletta di filosofia:” si trattava di un attacco personale, volto non tanto a criticare l’orientamento filosofico dell’avversario, quanto a screditarlo. La polemica proseguì sul quotidiano e fuori delle sue colonne. Enriques vergò in risposta un articolo dal titolo provocatorio Esiste un sistema filosofico di Benedetto Croce?, nel quale prendeva di mira diverse parti del pensiero crociano, e muoveva al filosofo critiche sostanziali che andavano ben oltre il piano strettamente filosofico.

“L’opera filosofica di Benedetto Croce offre questo esempio paradossale. Se ne fa rumore quotidianamente nei giornali politici accennando qualcosa di alto e di inaccessibile ai profani, se ne lodano i meriti da qualche fautore appassionato, che mira non tanto ad esaltare le dottrine quanto la personalità dell’artefice; e viceversa – a prescindere da critiche frammentarie – quest’opera non è stata giudicata, non ha dato luogo ad un esame approfondito o ad un vero dibattito d’idee. […] Ora la prima ricerca da fare per chi voglia fermare un giudizio su questi libri, è di vedere quale sia per l’A. il concetto della filosofia e quale senso positivo riceva per lui la costruzione d’un sistema. Ma questa ricerca non riesce agevole a cagione del modo […] pieno di una polemica che sotto il nome di deduzione degli errori filosofici – mira ad escludere dalla filosofia, l’una dopo l’altra, le questioni più interessanti che concernono il pensiero e la vita”.

Quella di Croce era insomma un guscio vuoto, una filosofia fatta soltanto di schemi verbali e di nomi, l’involucro esterno della filosofia, ma non la filosofia. Il filosofo napoletano rispose definendo quelli di Enriques. sfoghi polemici, che non svegliavano abbastanza il suo interessamento intellettuale; lo invitò a dedicarsi solo alla matematica e a lasciar perdere la filosofia,

«smettendo di tenere conferenze in circoli dilettanteschi, di fronte ad un pubblico misto, evitando di addossarsi le fatiche dei congressi dei filosofi in qualità di presidente di una composita e inerte ‘Società Filosofica Italiana’»

Enriques si rendeva ben conto che dietro alla polemica personale si nascondeva la strenua difesa di un modello culturale. Proprio la durezza dei toni usati da Croce e la scelta di abbandonare il confronto teoretico per l’offesa personale consentono di apprezzare l’impegno profuso da Enriques per il rinnovamento della scuola e dell’università, le uniche istituzioni che avrebbero potuto produrre il necessario cambiamento all’interno della cultura e delle coscienze degli italiani.

Purtroppo non andò così. La guerra prima, e il fascismo poi, segnarono la sconfitta delle idee di Enriques e la vittoria di quelle di Giovanni Gentile, tardo hegeliano e vicino a Croce, autore di una riforma scolastica improntata al predominio delle Humanae Litterae sulla scienza, che informò di sé la cultura italiana di gran parte del Novecento. In realtà, Gentile ed Enriques dialogarono, e mentre Gentile sembrò apprezzare l’idea di una storia del pensiero scientifico propugnata da Enriques, lo stesso rimproverò a Gentile la mancata attuazione completa della riforma della scuola, nella quale si era previsto l’inserimento della storia della scienza. Scientia continuò le pubblicazioni anche durante il fascismo, e Enriques tornò a esserne il direttore tra il 1930 e il 1938.

Nel 1938, Federigo Enriques, di origine ebraica, fu colpito dalle leggi razziali e costretto ad abbandonare l’insegnamento e qualsiasi altro impiego di carattere culturale. Negli anni della discriminazione razziale insegnò a Roma nella scuola ebraica clandestina fondata da Guido Castelnuovo e riuscì a pubblicare alcuni articoli in forma anonima sul Periodico delle Matematiche. Durante l’occupazione tedesca visse nascosto. Tornò a insegnare all’Università nel 1944 per altri due anni fino alla morte, avvenuta a Roma il 14 giugno 1946. Scientia fu pubblicata fino al 1988.